[Mezzogiorno sulle Alpi, 1891, Museo Segantini, Sankt Moritz.]
Ultimamente studiai l’umane forme più precisamente nelle loro bellezza come feci colle pecore, i cavalli, le vacche, e tutti gli altri animali; così passai dalla pianura ai colli da questi ai monti fino alle cime senza altra preoccupazione che di rendere nelle cose quella passione affascinante che mi determinò a concederle tutto il mio amore. Così d’amore, in amore, passai dall’espressione delle belle forme per le forme, alla bella colorazione in sé, e per la conoscenza della luce, e per la conoscenza del colore nella sua bellezza armoniosa e per la conoscenza delle belle forme e delle belle linee e per quella dei bei sentimenti, e per la conoscenza di tutte queste bellezze insieme, credo di poter comporre il mio pensiero verso la bellezza suprema, creando liberamente quello che lo spirito mi detta.
[Giovanni Segantini, Lettera a Vittore Grubicy de Dragon da Maloja, 17 aprile 1898.]
[Il paesaggio di Savognin in Val Sursette/Oberhalbstein (Svizzera) con il Piz d’Err, sullo sfondo, che ispirò a Segantini l’opera sopra pubblicata. Immagine tratta da www.trueriders.it.]
Dopo aver esaurito quel che t’offrono affari, politica, allegri simposi, amore e così via – e aver scoperto che niente di tutto ciò alla fine soddisfa o dura in eterno – che cosa ti resta? Resta la Natura; portar fuori dai loro torpidi recessi le affinità tra un uomo o una donna e l’aria aperta, gli alberi, i campi, il volgere delle stagioni – il sole di giorno e le stelle del firmamento la notte.
(Walt Whitman, Nuovi argomenti in Giorni rappresentativi e altre prose, a cura di Mariolina Meladiò Freeth, Neri Pozza Editore, Vicenza, 1968, pag.148.)
[Shackleton durante la Spedizione Nimrod in Antartide del 1908.]Leggo su “Il Post” che è stato trovato il relitto della Quest, la nave sulla quale il 5 gennaio 1922 morì il celebre esploratore Ernest Shackleton. La Quest affondò nel 1962 durante una battuta di caccia alla foca mentre navigava al largo delle coste del Labrador, in Canada, dopo essere rimasta intrappolata e schiacciata dal ghiaccio marino, subendo così una sorte simile all’altra celebre nave di Shackleton, la leggendaria Endurance (ritrovata nel 2022 a cento anni esatti dalla morte dell’esploratore).
[La “Quest” nel 1921.]Ogni volta che si legge da qualche parte il nome Shackleton vengono alla mente non solo paesaggi polari di infinita vastità, ghiacci a perdita d’occhio e un’idea che si associa al termine “avventura” come pochissime altre, ma è lo stesso Shackleton a illuminarsi di nuovo della propria leggenda, e sempre vividamente, nel pensiero di tanti. Fu uno degli ultimi grandi esploratori nel senso originario del termine, quelli che ancora ebbero da esplorare parti della Terra dove mai nessuno prima era giunto, e fu un uomo dalla tempra e dalla volontà d’acciaio ma pure un sognatore, un genio, per certi aspetti un pazzo e comunque una figura il cui carisma ancora oggi è assai fulgido, al punto che ogni cosa riguardi la sua vita e le imprese compiute fa notizia in giro per il mondo.
[La nave “Endurance” in Antartide nel 1915.]Poi, a me, viene anche in mente un libro dei tanti scritti sul grande esploratore britannico, che spiega in modo mirabile com’è nata la leggenda attorno alla sua figura, e questa è l’occasione buona per consigliarvelo: La lunga notte di Shackleton di Mirella Tenderini, che racconta innanzi tutto la famosa e famigerata spedizione della nave Endurance in Antartide del 1914-1916 ma pure molte significative vicende della vita di Shackleton che rivelano molto dell’uomo, del suo carattere, del pensiero e delle visioni che lo hanno reso così influente e indimenticabile. Leggetelo: sono certo che vi piacerà parecchio.
Per affrontare con successo i più importanti problemi internazionali come la disponibilità di acqua dolce, nei decenni a venire tutte le culture avranno bisogno di una comprensione empatica. Sorgono però delle questioni. Come potrà operare l’empatia su vasta scala all’interno di culture dove ancora regna il sospetto verso la difficile situazione degli stranieri? O nelle culture già sull’orlo del disfacimento a causa della guerra, della pressione ambientale, degli abusi dei dittatori? O ancora, nelle culture indifferenti al destino di hi vive oltre il proprio confine e convinte che la loro totale disintegrazione non avrà conseguenze?
Nei paesi anglosassoni, molto più avanzati dei nostri negli studi psicosociali, esiste una disciplina della psicologia ambientale che si chiama empatia ecologica, o eco-empatia, che analizza e valuta la connessione e gli atteggiamenti degli individui nei confronti della natura e del mondo in generale inteso come ecosistema. Sarebbe una perfetta base psicologica e culturale sulla quale costruire la comprensione empatica tra le varie culture umane che abitano il macro-ecosistema mondo invocata da Lopez. Tuttavia, visto come ancora molta parte della nostra civiltà, anche la più avanzata, si pone nei confronti della natura, temo che quanto affermato da Lopez al momento sia da considerare pura utopia. E si vede benissimo, leggendo le cronache quotidiane di ciò che accade sul nostro pianeta tra le diverse culture che lo abitano.
Nonostante le innovazioni tecnologiche che hanno portato un’omogenizzazione culturale in quasi tutto il mondo, viaggiare aiuta il girovago curioso e attento a capire quanto sia profondo il concetto che un posto è sempre e davvero come nessun altro. Viaggiare incoraggia a rivedere i giudizi tramandati e la diffusione dei pregiudizi. Predispone la mente a considerare il contesto, liberandola dalla dittatura delle verità assolute sull’umanità. Aiuta a capire che non tutte le persone vogliono percorrere la stessa strada, perché preferiscono essere sulla propria.