Borat – Seguito di film cinema

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Ho visto Borat – Seguito di film cinema, qualche sera fa.

Sasha Baron Cohen è probabilmente il più grande satiro del nostro tempo, nel senso letterale del termine nonché di attore che pratica la satira, cosa ben diversa (seppur certamente imparentata) dalla comicità. Un film come questo, per gli scopi che si prefigge ora che è uscito, non poteva essere comico, doveva essere necessariamente satireggiante: e a mio modo di vedere non esiste una satira più o meno sferzante, la satira è sempre sferzante alla massima potenza altrimenti non è tale. D’altro canto, raccontare l’America di Trump e dei “repubblicani” (virgolette necessarie) che si identificano nella sua figura, ovvero un paese che ha ormai di gran lunga superato i limiti del comico per raggiungere gli ambiti del grottesco, necessita di mezzi narrativi e rappresentativi adeguati ovvero equi a quello status così paradossale (perfettamente messo in evidenza nel film) nonché, di conseguenza, di una figura che sappia in primis formularli e poi maneggiarli nel modo più “fruttuoso” alla propria causa.

Da questo punto di vista io riesco a vedere in Cohen una netta discendenza dai migliori e più irriverenti Monty Python (quelli di Brian di Nazareth, per dire), una scuola umoristica tipicamente anglosassone della quale alcuni altri attori sono allievi in modo egregio ma non con la forza e l’efficacia di Cohen – basti constatare come padroneggia l’espediente narrativo del “falso documentario”, o mockumentary, anche in situazioni estreme (il comizio del vicepresidente USA Mick Pence, ad esempio – se vedrete il film capirete) e con totale controllo degli effetti perseguiti e provocati. Di contro non mi pare che, come si scrive ad esempio qui, Borat sfiori troppo spesso il mero insulto verso i suoi “nemici” «senza rispettarli e dunque capirli», anzi, li capisce benissimo e ritorce contro loro stessi gli “insulti” che da quegli individui provengono e colpiscono il buon senso e la cultura politica democratica. Proprio in ciò sta la forza principale della sua operazione di satira: evidenziare palesemente e sbeffeggiare potentemente una certa realtà americana (e non solo) contemporanea usando essa stessa come arma d’attacco, di autoritorsione che amplifica la già lampante devianza civica e culturale di chi ne è fonte, una sorta di boomerang la cui traiettoria Cohen sa intercettare e sfruttare per colpire in un modo che, ribadisco, forse nessun altro oggi sa fare ad un livello così alto.

A ben vedere, Borat/Cohen non si inventa narrativamente nulla, in un film del genere, semmai sfrutta il grottesco della realtà nella quale si infila e vi trae la satira che trasuda fuori (e da quella realtà americana-trumpiana ne esce fuori a fiotti) plasmandola al fine di ricavarne un efficace plot narrativo. Che poi, come si dice in quest’altra recensione, «se il film fosse andato avanti per altre quattro ore oltre i 90 minuti stabiliti, Sasha Baron Cohen sarebbe stato capace di trovare sempre nuove battute, vittime e situazioni nelle quali intersecare recitazione e improvvisazione»: vero, ma anche questo non è da considerare un punto debole della narrazione filmica, è invece un ulteriore fattore di palesamento del degrado della realtà dalla quale Cohen ha tratto i suoi 95 minuti di film, compendio tanto aperto quanto definito (e definitivo) della situazione del “regime americano” contemporaneo.

In fondo, credo che a parecchi il film non piacerà, e non solo per mere ragioni “politiche”, e questo senza dubbio ne rafforzerà il valore e l’influenza culturale. Magari anche quella elettorale, viste le imminenti elezioni presidenziali, chissà. Di certo rafforza lo status di “genio della satira” di Sasha Baron Cohen, un personaggio la cui unicità è un piccolo-grande tesoro espressivo della nostra epoca.

C’era una volta lo sci

[…] Chi va in montagna lo sa bene: non è mai piacevole rinunciare. Può essere una frustrante seccatura. A chiunque è capitato di dover girare i tacchi, a causa di un imprevisto, e mandare in fumo un desiderio. La montagna – così come la vita – è anche questo e, se non lo si accetta, frequentarla diventa una pratica narcisistica e pericolosa.
C’è chi vede nella rinuncia una forma di autolesionismo, perché provoca la soppressione del desiderio. Forse è per questa ragione che, come sosteneva Mario Rigoni Stern (il cui valore etico, oltre che letterario, in questi frangenti ci appare ancora più grande), dire di “no” è più difficile. […]

Forse la correlazione di cui scrive Pietro Lacasella su Alto-Rilievo / voci di montagna fra gli sciatori ammassati sulle funivie di Cervinia dello scorso weekend e certi aspetti della vicenda umana del grande Mario Rigoni Stern è fin troppo esagerata o inadeguata, seppur di notevole lucidità (potete leggere qui il bel post nella sua interezza, dal quale traggo anche la foto lì sopra). Ovvero, forse la “rinuncia” di cui Lacasella dice è quella che è stata decisa e intrapresa qualche decennio fa, quando il turismo invernale dello sci su pista è stato industrializzato, trasformato in bene industriale da vendere in ottiche di quantità e non più di qualità, rinunciando – appunto – alla sua cultura originaria che semmai andava adeguata ai tempi e non ai bilanci delle società di gestione degli impianti, nonché mantenuta armonica al senso culturale generale dell’andare sui monti per ragioni ludico-ricreative le quali, tuttavia e inevitabilmente posto il contesto paesaggistico in questione, ha sempre avuto anche una matrice culturale e umanistica. Sì, anche la discesa più goduriosa e divertente lungo una pista, invece sempre più trasformata in un gesto meccanico, ripetitivo, il cui senso non è più quello della discesa sulla neve ma della risalita, meccanizzata (una correlazione non solo lessicale, senza dubbio), unico scopo “interessante” cioè generatore di interessi dello sci su pista contemporaneo.

Alla fine, nel principio, non è nemmeno colpa degli sciatori irresponsabili, dei gestori degli impianti incapaci di gestirli nella situazione sanitaria corrente, delle norme inadeguate: piuttosto, a mio modo di vedere, sono tutti vittime della degradazione della pratica dello sci in base a modelli industriali svilenti la montagna stessa, oltre a esserne del tutto decontestuali e sostanzialmente pericolosi per la sua realtà (quantunque si continui a sostenere il contrario, proprio al fine di avere un presunto “buon motivo” per perpetrarli). Cioè, vittime della rinuncia a mantenere lo sci un sport veramente alpino – “sci alpino” in effetti la si definisce, la pratica sciistica su pista – e della scelta di trasformarlo in un’attività meramente consumistica. Che però, quale inevitabile effetto collaterale, sta consumando se stesso, oltre che la montagna e il suo futuro.

La lebbra della politica

Quasi ovunque – e spesso anche a proposito di problemi puramente tecnici – l’operazione del prendere partito, del prender posizione a favore o contro, si è sostituita all’operazione del pensiero. Si tratta di una lebbra che ha avuto origine negli ambienti politici e si è allargata a tutto il Paese fino a intaccare quasi la totalità del pensiero.

(L’immagine di Simone Weil è tratta da www.andreameregalli.com, qui.)

(Simone Weil, Senza partito, traduzione di Marco Dotti, Feltrinelli, 2013, pag. 41. Citata da Paolo Nori nel suo sempre illuminante blog – la cui lettura non smetterò mai di sollecitare – qui.)

Che i partiti politici siano una lebbra per il pensiero e la democrazia e per la democrazia del pensiero, come scrive con insuperabile chiarezza Weil, è una cosa talmente evidente, ma talmente evidente, da essere (incredibilmente, ma forse no) ignorata da tanti. Come molte altre cose del mondo contemporaneo la cui evidenza è direttamente proporzionale all’importanza che hanno per il bene comune e della società in cui viviamo, e per questo vengono drasticamente osteggiate dal “potere” così ben rappresentato dai partiti politici, guarda caso, che trovano consensi proprio dove c’è quella così inopinata “cecità” di visione e di intelletto – guarda caso bis.

(L’immagine di Simone Weil è tratta da qui.)

Macchine da scrivere, e “macchine già scritte”

12341629_10153847336602922_780260725127898494_nHo pubblicato qualche giorno fa* sul mio profilo di facebook questa immagine (presa da qui) di celeberrime macchine da scrittori, e ne è scaturita un’interessante chiacchierata con molti amici, alcuni dei quali “diversamente giovani” a sufficienza da averci scritto parecchio, su macchine del genere.
Al di là dell’evidente fascino di esse, dato non solo dalle loro celeberrime proprietà, mi è venuto da riflettere su come al tempo in cui (a parte la scrittura a mano) con le macchine da scrivere si redigeva qualsiasi testo, giornalistico, letterario o altro – che, detto così, sembra roba di secoli fa ma è in fondo solo passato qualche decennio – e a differenza della nostra epoca e di noi autori contemporanei ipertecnologici e dotati di qualsivoglia potente strumento digitale di scrittura, di memoria, di correzione, di impaginazione e così via, praticamente ogni parola dovesse essere sudata, per così dire, ovvero pensata, guadagnata, fissata sulla carta in modo assai meno delebile di oggi e dunque, in qualche modo, dotata in spirito di maggior valore espressivo. Se si sbagliava, a qui tempi, e soprattutto se interi brani non risultavano consoni a ciò che si voleva scrivere, be’, c’era praticamente da rifare tutto da capo, mica come oggi che bastano pochi attimi per cancellare, copiare, incollare, correggere e memorizzare.
Sia chiaro: non sono, queste mie, considerazioni nostalgiche ovvero anti-tecnologiche, ci mancherebbe: credo che nessuno sano di mente tornerebbe a quei tempi, se non per pochi secondi di inebriante “finzione” – giusto per sentirsi al pari, almeno nel gesto, di mostri sacri come Kerouac o Hemingway. Tuttavia, appunto, il ritmo e il gesto simile a quello contemporaneo ma invero totalmente differente, nella sostanza pratica, mi viene da supporre che fosse forse più consono ad un esercizio di scrittura letteraria autentica e di qualità rispetto a quello ultraveloce e parecchio assistito che oggi abbiamo a disposizione. Ogni parola, ogni frase, ogni brano più o meno breve te lo dovevi guadagnare, come dicevo, e dunque meditare, progettare al meglio, strutturare in modo il più possibile definito e definitivo. C’era forse una maggiore necessità di ponderazione del gesto di scrittura, oltre che un rapporto diverso, più diretto, più fisico, con quanto scritto sul foglio di carta.
Non voglio dire che la da più parti riscontrata e diffusa carenza di qualità letteraria e artistica (dacché la scrittura è un’arte, bisogna ricordarcelo ogni tanto) di noi autori contemporanei possa dipendere anche da quanto sto qui affermando, però di sicuro quella carenza, che spesso risalta subitamente dalla palese superficialità di ciò che si legge oggi dacché pubblicato pure da rinomati editori (e il pensiero va inevitabilmente al panorama nazionale, ça va sans dire), io temo (e credo) sia anche dovuta ad una eccessiva facilità pratica di scrittura, al fatto che chiunque, con un qualsiasi pc e il correttore ortografico attivo, possa convincersi di poter scrivere “letteratura” per poi magari pubblicarla, con pochi altri clic, in formato digitale oppure in self publishing – oppure pagando un editore, ovvio. Parafrasando una nota battuta di Nino Frassica, se un tempo c’erano le macchine da scrivere, oggi si producono testi con così tanta meccanica facilità che è come ci fossero le macchine già scritte!
Oh, certo, magari qualcosa del genere, contestualizzato alla relativa epoca, poteva ben succedere anche al tempo delle macchine da scrivere, ma capite bene che, nel caso, non era nulla di paragonabile a quanto è possibile oggi. E mi piacerebbe veramente poter constatare, mettendo in moto una inopinata ucronia e immaginando l’assenza di tutta la tecnologia a disposizione degli autori odierni ovvero sostituendola con macchine da scrivere meccaniche, risme di carta, cartellette in cui immagazzinare i fascicoli e quant’altro di “obsoleto”, se la produzione letteraria conseguente rimanesse tale a quella contemporanea oppure no, in primis nella quantità ma soprattutto nella qualità.
Magari sì. Sostenere il contrario da parte mia sarebbe una forzata speculazione, non posso negarlo. D’altro canto, di contro lo sarebbe pure sostenete che la qualità letteraria media odierna non sia drammaticamente più bassa di quella d’un tempo – di quel tempo in cui creare testi battendo i tasti di una macchina da scrivere era veramente roba da scrittori veri. I quali ci sono anche oggi, senza alcun dubbio: ma se non in tema di qualità letteraria (forse), in fascino dell’esercizio della scrittura partono – e partiamo tutti, noi autori contemporanei – con una marcia in meno.

*: ecco, in verità questo è un articolo scritto quasi cinque anni fa. Però mi è ricapitato sotto gli occhi di recente e leggendolo mi sono detto: be’, dai! Per questo ve lo ripropongo oggi, dacché mi pare ancora del tutto valido, anche più di un lustro fa.

Si scrive FAQ, si pronuncia…

Sovente (eufemismo!) certi documenti istituzionali sono degli autentici “capolavori” di cose-che-non-potrei-scrivere-senza-apparire-obiettivamente-scurrile. Le “FAQ” (altro eufemismo, ma al contrario!) di recente diffuse per offrire “chiarimenti” (?!) sull’“ORDINANZA DEL MINISTRO DELLA SALUTE D’INTESA CON IL PRESIDENTE DI REGIONE LOMBARDIA DEL 21 OTTOBRE 2020” in tema Covid mi pare che siano un esempio assai significativo di quelle cose scurrili suddette. Mi fanno pensare al principio del noto dilemma sulla nascita prima dell’uovo o della gallina, ovvero mi fanno chiedere se i funzionari pubblici che scrivono e diffondono quei documenti pensino che i propri concittadini siano degli stolti (mi trattengo dall’usare altra terminologia più netta, sì), o se lo siano quei funzionari il qual operato rende stolti allo stesso modo i concittadini che ne usufruiscono oppure se si tratti di un processo di ottenebramento mentale reciproco progressivo. Oppure ancora se tale stoltezza sia diffusa nell’aria, come il virus stesso, e contagi indistintamente chiunque o quasi, ecco.

Di sicuro, quando leggo che «Gli avventori eventualmente ancora presenti alle ore 23.00 nel pubblico esercizio devono recarsi senza indugio alle proprie abitazioni, ovviamente lungo il tragitto più breve» un po’ mi spiace, visto che a me, quando vado a mangiare una pizza e poi esco dal locale per tornarmene a casa, mi piace abitualmente passare da Oslo o da Tokio, dacché poi col “calcolo” del «tempo di rientro alle proprie abitazioni» mi piace stare sempre un po’ largo, eh, non si sa mai, già.

Forse è anche per questo che quell’acronimo inglese con cui si identificano certi “chiarimenti”, FAQ, si pronunci esattamente come una nota e diffusa parolaccia anglosassone. Ho il dubbio al riguardo, quanto meno.