Leggo con piacere – da “Montagna.tv”, ma trovate la notizia anche su altri media d’informazione – che lo scorso 27 aprile la Provincia di Pistoia ha concluso l’iter istruttorio nell’ambito della Conferenza dei Servizi relativo al progetto di una nuova funivia tra la Doganaccia/Cutigliano e il Corno alle Scale, sull’Appennino Tosco-Emiliano, emettendo un esito negativo determinato dalle tante criticità normative e ambientali emerse nel corso delle valutazioni tecniche. Di tale progetto ne scrissi già più di tre anni fa, qui.
Il nuovo impianto, pensato per collegare il versante toscano della montagna pistoiese con quello emiliano del Corno alle Scale al fine di creare un unico comprensorio sciistico, era da tempo al centro di un ambio dibattito, sia per le numerose criticità ambientali e sia per la sua insostenibilità climatica, viste le quote, le esposizioni dei versanti interessati e il divenire costante dei cambiamenti climatici in corso, dunque anche per la sua sostenibilità economica.
[Il crinale appenninico nella zona interessata dal progetto della nuova funivia; il versante di Doganaccia è quello meridionale, a destra. Foto tratta da theoutdoormanifesto.org.]Nei pareri tecnici che hanno determinato l’esito negativo al progetto, riporta “Montagna.tv”, uno degli ostacoli principali riguarda la compatibilità con il Piano di Indirizzo Territoriale con valenza di Piano Paesaggistico Regionale della Toscana, lo strumento che disciplina in modo stringente le trasformazioni in aree di pregio paesaggistico. A questo si aggiungono i vincoli derivanti dalla presenza di una Zona Speciale di Conservazione della Rete Natura 2000, che impone verifiche particolarmente rigorose sugli impatti ambientali, soprattutto in contesti montani ad alta naturalità. Nel corso della Conferenza dei Servizi sono state inoltre evidenziate ulteriori criticità legate alla normativa nazionale, tra cui quelle relative alle aree interessate da incendi boschivi, soggette per legge a limitazioni temporanee all’edificazione. Un insieme di elementi che, nel loro complesso, ha portato a ritenere il progetto non compatibile con il quadro normativo vigente.
[Il versante settentrionale del Corno alle Scale con le piste in territorio modenese, nel comune di Lizzano in Belvedere. Foto di Giovanni M., opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]Come si deduce da quanto appena esposto, il progetto della funivia del Corno alle Scale rappresenta(va) l’ennesima iniziativa prepotente da parte dell’industria dello sci a danno dei territori coinvolti, degli ambienti naturali e del paesaggio nonché indifferente alla realtà climatica in atto, presente e ancor più futura, e allo sviluppo sostenibile e coerente dei territori e delle comunità residenti: tutti elementi forzatamente soggiogati alle mire affaristiche dei soggetti che sostenevano l’opera. Un atteggiamento a dir poco irresponsabile anche perché, come ha sancito la Provincia di Pistoia, contrastante e incompatibile con le normative vigenti. Di contro, anche stavolta c’è da chiedersi: possibile che in Italia pur di fronte a opere e interventi palesemente dannosi e impattanti sui nostri territori, sul paesaggio (quello che tanto vantiamo e vendiamo come «il più bello al mondo») e sulle comunità, non basti attivare la logica e il buon senso più ordinari e si debba sempre sperare nell’intervento di qualche soggetto istituzionale?
Intervento che a volte nemmeno si manifesta, visti i numerosi casi nei quali enti politici e amministrativi si ritrovino in prima linea nel sostenere palesi scempi ambientali anche quando la società civile sia in maggioranza contraria; almeno, nel caso del Corno alle Scale, va dato merito alla Provincia di Pistoia di aver compreso – o di non aver potuto ignorare – la dannosità del progetto che si voleva realizzare. E ciò dimostra che fermare tali progetti così prepotenti, pericolosi, invasivi si può, perseverando nella difesa del buon senso, facendo massa critica, impegnandosi nella denuncia di quanto vi sia di sbagliato alla base di certe iniziative. Spero proprio che il progetto della Doganaccia resti per sempre sulla carta a favore di uno sviluppo, turistico e non solo, realmente logico e sostenibile per quella meravigliosa porzione di catena appenninica.
[Immagine generata con Google Gemini AI.]Io, lo dico, da subito, di principio non sono contrario alla caccia. Non la praticherei mai e poi mai e certamente preferirei che non venisse praticata, ma questo è il mio pensiero, nel quale posso contemplare (senza assentirvi) alcuni argomenti a favore insieme a molti altri che la contrastano.
Detto ciò, a una domanda – quella fondamentale, in effetti, ma che qui non vuole essere né retorica né polemica o provocatoria – non riesco a dare una risposta: perché si pratica ancora la caccia, oggi?
Non certo per procacciarsi un sostentamento alimentare altrimenti carente, come accadeva un tempo.
Dunque per cosa? Per preservarne la tradizione secolare? Per l’inimitabile bontà delle pietanze che se ne possono ricavare? Per passione verso la pratica, le armi o i cani da riporto? Perché si è ammiratori di Aldo Leopold [1]? Per puro divertimento?
Insomma, c’è qualche motivazione ammissibile e sostenibile, quantunque vi si possa essere d’accordo o meno, oppure tutto rimanda alla sfera del mero appagamento istintuale personale, libero e legittimo (dacché giuridicamente consentito) ma parimenti più o meno contestabile?
Mi piacerebbe capirlo, senza vantare verità già scritte o puntare dita accusatorie contro chicchessia (anzi, la gran parte dei cacciatori che conosco dalle mie parti sono tra le persone più gradevoli e tranquille) ma chiedendo almeno un minimo di pensiero sensato e articolato al riguardo.
[1] Per chi non lo sapesse, Aldo Leopold, padre dell’ecologia conservativa e tra i massimi difensori dell’ambiente dell’epoca moderna, specie nella prima parte della sua vita fu un appassionato cacciatore, anche se più avanti criticò aspramente l’evoluzione contemporanea dell’attività venatoria e ne ripensò radicalmente la pratica. Al proposito si veda qui.
Oltre che reiterare ancora una volta il processo di marchiatura, il selfie esprime un insopportabile bisogno di confermare la propria esistenza, di lasciare un documento di sé, una traccia del proprio heideggeriano esserci nel mondo (esserci alla piramide di Cheope, al Taj Mahal), un’ansia di rassicurarci sul fatto che la nostra esistenza non è una bufala, una fola di vento, ma che siamo davvero.
In questo significativo brano tratto dal suo fondamentale libro Il selfie dei mondo (Feltrinelli, 2017; il brano è a pagina 46), Marco d’Eramo esplica una realtà o un “principio” che, se ci pensate un attimo, può essere ben applicato a molte attrazioni che oggi “agghindano” gli ambiti della frequentazione turistica massificata. Penso ad esempio alle panchine giganti, ai ponti tibetani, alle passerelle panoramiche “mozzafiato” e alle altre similari amenità – peraltro tutte cose fatte apposta per i selfie, e viceversa (ma, per aspetti non così dissimili, penso anche a cabinovie, ciclovie, rifugi-gourmet, eccetera): elementi creati appositamente per farci esistere attraverso le “emozioni” che devono (devono, necessariamente) generare e che possiamo (dobbiamo) testimoniare con il nostro telefonino, per “essere” veramente e così sopperire alla crescente incapacità di relazionarci culturalmente con i luoghi nei quali siamo (voce del verbo “essere” e del verbo “stare”, guarda caso), di entrare a far parte del paesaggio locale in quanto mix di elementi naturali, presenza umana e reciproca interrelazione [1]. E se è del tutto naturale e legittimo il nostro costante tentativo di affermare di “esistere”, di “esserci” nel mondo, farlo in questo modo rischia di renderci vittime dell’effetto opposto.
In pratica, tra l’atto immateriale del selfie e le suddette opere ludico-ricreative nella sostanza non c’è differenza: sono entrambi manifestazioni di egoriferimento e di autoreferenza per le quali non conta l’immagine in sé (nel primo caso) o l’attrazione nel secondo, ma conta che ci consentano di palesarci, di affermare «Ehi, ci sono anche io!», di poterci credere veramente “esistenti” e, ribadisco, non attraverso le emozioni vissute ma la loro testimonianza socialmediatica. Infatti, ne ha scritto Marco d’Eramo nel suo libro, come nell’immagine contemporanea in forma di selfie non conta il luogo che si riprende ma noi che ce lo scattiamo, parimenti ai fruitori di panchine giganti, ponti tibetani, passerelle panoramiche eccetera non interessa veramente il paesaggio circostante ma essere sull’attrazione e testimoniarlo. Anche perché quei manufatti non servono affatto a mostrare e/o a rendere più comprensibile i paesaggi nei quali sono stati piazzati, che si coglierebbero e comprenderebbero benissimo anche senza di essi, anzi meglio dacché la visione non verrebbe disturbata dall’installazione metallica e da chi la fruisce in modi sovente futili (ma ciò perché è la stessa attrazione a richiederlo, non perché futili siano le persone che la fruiscono).
Ecco. Poi, da qui a far che il principio dissertato diventi valido anche per cose più grandi – cabinovie, ciclovie eccetera ma pure certe mete turistificate, i “borghi”, le «location»… – non ci passa molta strada. Nel turismo massificato che fa del selfie una delle sue ragioni d’essere fondamentali, tutto ciò che ha un quid di “spettacolare” o che giustifica (anche senza una logica) l’appellativo di “mozzafiato” o altri simili diventa funzionale al riguardo. Tuttavia, quando ciò accade, se tutto può servire a farci credere di essere vivi, probabilmente nulla riesce veramente a conseguire tale scopo. Alla fine crediamo di “essere” ma in realtà non siamo più nessuno.
Di recente Mountain Wilderness Switzerland, con una serie di manifestazioni sparse per le Alpi svizzere, ha rilanciato la battaglia contro la pratica dell’eliski, da sempre ritenuta una delle più dannose e impattanti sull’ambiente alpino ma ora, con la piega sempre più marcata verso il lusso e «l’adrenalina» che sta prendendo il turismo sciistico e nonostante la crescente sensibilità ambientale diffusa anche in forza delle criticità climatiche di cui le Alpi soffrono, in forte crescita.
Già nel 2012 un rapporto della Commissione federale per la protezione della natura e del paesaggio (CFNP) rimarcava che gli atterraggi in montagna sono incompatibili con gli obiettivi di tutela dei paesaggi di importanza nazionale (in Svizzera denominate “zone IFP”); tuttavia il governo federale non ha mai affrontato la questione. Nel frattempo, il numero di movimenti aerei è aumentato vertiginosamente nei 40 siti di atterraggio consentiti sulle Alpi svizzere. Mentre nel 2007 si registravano 10.112 movimenti aerei in aree di atterraggio situate in zone IFP, questa cifra è salita a 17.024 nel 2024: rappresentando un aumento di quasi il 70%. Circa la metà di questi movimenti aerei è legata ad attività turistiche come l’eliski o a eventi turistici di vario genere sui ghiacciai.
Per Mountain Wilderness Switzerland la situazione attuale è inaccettabile. I paesaggi montani più belli e preziosi necessitano di una maggiore protezione, per questo motivo l’associazione chiede che la questione venga esaminata più a fondo, per verificare se gli atterraggi in queste aree protette siano legalmente consentiti, e presenterà una richiesta di divieto al Dipartimento federale dell’ambiente, dei trasporti, dell’energia e delle comunicazioni (DETEC).
[Una mappa delle aree svizzere – i pallini blu – nelle quali è concesso l’atterraggio per la pratica ell’eliski. Le aree verdi sono zone sottoposte a tutele ambientali, quelle marroni sono aree totalmente interdette ad attività antropiche.]«Con oltre 2.400 impianti di risalita – sostiene Mountain Wilderness Switzerland – le montagne svizzere sono già ottimamente servite. Gli atterraggi di aerei ed elicotteri in montagna per attività come l’eliski o gli aperitivi sul ghiacciaio sono un lusso superfluo; quando avvengono in aree protette, sono del tutto inappropriati. I voli in montagna rendono accessibili anche le regioni più remote senza sforzo fisico, ma disturbano l’ambiente montano unico con rumore e gas di scarico. Mountain Wilderness Switzerland si impegna a rispettare l’ambiente montano, che offre uno spazio di calma, consapevolezza ed esperienze della natura nella sua forma più pura, qualcosa che è diventato raro nella frenetica vita quotidiana di molti. Allo stesso tempo, l’ambiente montano è un habitat fragile per la flora e la fauna, che richiede attenzione. Pertanto, la tutela dei paesaggi più preziosi della Svizzera, le aree IFP, deve essere attuata in modo coerente.»
E in Italia come vanno le cose con l’eliski?
Un po’ come Svizzera se non peggio, e anche qui a causa dell’assenza cronica di una regolamentazione nazionale coerente (presente invece in Francia, Austria, Germania e Slovenia, dove normative precise regolano l’accesso motorizzato alle montagne). Una carenza che dura almeno più di 25 anni, visto che le prime proposte di regolamentazione risalgono al 1998 ma in ambito parlamentare non hanno mai avuto corso concreto, che lascia alle regioni la discrezionalità sul consentire o vietare la pratica determinando un panorama frammentato, confuso, incoerente, anche per la difficoltà oggettiva di controllare e nel caso punire i trasgressori. Una situazione che sembra fatta apposta per essere violata, aggirata, disattesa, insomma, in perfetto “stile” italico.
[Eliturismo – o Instaeliturismo, verrebbe da dire – nelle Dolomiti.]In ogni caso, sulle montagne italiane l’eliski si pratica soprattutto in Valle d’Aosta e in alcune zone di Piemonte, Lombardia e Veneto, mentre in Trentino e in Alto Adige è formalmente vietato; per la cronaca, il sito “Italiaskirama.it” indica anche la pratica dell’eliski sulle Alpi del cuneese, a Sella Nevea in Friuli e a Roccaraso, in Abruzzo. Tuttavia, come accennato, i tentativi di aggirare i regolamenti vigenti e le conseguenti violazioni non sono rare: basta presentarli come eventi promozionali, attrazioni turistiche o mascherarli come voli di servizio che le deroghe vengono concesse e il gioco – ovvero il danno – è fatto.
Come in Svizzera, anche in Italia è la delegazione nazionale di Mountain Wilderness a denunciare (si veda qui) la situazione e l’inaccettabile realtà di fatto derivante. Secondo l’associazione, il vuoto legislativo nazionale contribuisce a generare un effetto paradossale: l’eliski viene percepito come normale, persino legittimo, nonostante le chiare ripercussioni su ecosistemi fragili, specie nel periodo invernale. È urgente una legge nazionale che armonizzi le norme, garantendo coerenza tra Regioni e Province autonome. Tale normativa dovrebbe includere divieti chiari per voli turistici e ricreativi, limiti acustici e di impatto, strumenti di controllo tecnologici efficaci e sanzioni realmente dissuasive. Solo un intervento organico potrebbe porre fine alla frammentazione legislativa e alle deroghe arbitrarie, restituendo dignità alle montagne e garantendo un turismo più sostenibile e rispettoso.
[Una manifestazione copntro l’eliski di Mountain Wilderness Italia di qualche anno fa.]L’eliski sulle Alpi italiane rappresenta non solo un problema ambientale ma anche un esempio emblematico di come la mancanza di una legislazione nazionale coerente possa produrre effetti devastanti, vanificando gli sforzi locali e internazionali di tutela del patrimonio montano.
La montagna, con i suoi ecosistemi unici e fragili, merita regole chiare e applicate con rigore, soprattutto in merito ad attività antropiche non solo palesemente impattanti ma pure del tutto aliene alla cultura della montagna e alla sua frequentazione più consapevole e proficua. È bene mantenere alta l’attenzione sul tema e rilanciare il più possibile l’azione contro tali pratiche: e se non lo sa fare la miserrima classe politica che ci ritroviamo, che lo faccia la società civile, cioè tutti noi. Le nostre montagne lo meritano e noi glielo dobbiamo.
Sulle proprie pagine social il servizio di informazioni meteo-climatiche Meteo Valle d’Aosta di recente ha spiegato bene come l’affermazione sovente diffusa da molti – in primis i gestori dei comprensori sciistici (e ci sta: fanno propaganda a loro favore) e a ruota da certa stampa (e non ci sta per nulla: dimostra quanto sia superficiale l’informazione giornalistica odierna) – sul fatto che nell’inverno da poco concluso abbia nevicato molto, sia palesemente errata. Meteo Valle d’Aosta parla chiaramente di «fake news che supera la scienza» e la definisce come il frutto di un bias, termine della psicologia che identifica «una distorsione cognitiva o un errore sistematico di giudizio, spesso causato da pregiudizi, che porta a interpretazioni irrazionali o previsioni errate della realtà». Qualcosa che viene creduto vero e reale quando invece non lo è affatto e lo si può dimostrare facilmente. Un bias nivologico, in pratica.
Così scrive Meteo Valle d’Aosta sulle proprie pagine a corredo dell’eloquente immagine che vedete in testa a questo articolo, raffigurante la gran parte del comprensorio sciistico di Breuil-Cervinia ripreso dalla webcam di Plateau Rosa:
Se parliamo con qualcuno dell’inverno appena trascorso ci dirà che «quest’anno almeno di neve ne è venuta un sacco». Purtroppo non è così e questo è frutto di un bias nato dopo le abbondanti nevicate di dicembre osservate in un angolo di Alpi (nel cuneese, o meglio tra Marittime e Liguri, che a loro volta rappresentano meno della metà delle Alpi cuneesi).
Tale bias ha fatto credere ai più che la situazione neve delle Alpi Marittime e Liguri fosse la stessa di tutto l’arco alpino: falso. Sul resto delle Alpi Piemontesi e della Valle D’Aosta fino a fine gennaio le nevicate sono risultate in media o con un modesto deficit e la neve è riuscita a permanere al suolo grazie a temperature nella norma, questo è il vero punto. Tra fine gennaio e febbraio sulla nostra regione c’è stato poi un buon recupero grazie alle correnti da nord-ovest, che tuttavia hanno sfavorito le zone di sud-est.
Da marzo è poi iniziata una fase sopra media a livello termico con una rapida fusione del manto, in parte controbilanciata dall’evento nevoso di metà mese, quando però la neve è scomparsa in pochi giorni per le alte temperature. Aprile ha poi accelerato la fusione: dopo le tempeste di vento di fine marzo, è arrivata una lunga fase con temperature bollenti, tanto che la nostra stazione a Plateau Rosa a 3467 m ha registrato ben 10 massime ad aprile sopra lo zero ed una media massime di -1.32 gradi fino ad oggi, ovvero la media di maggio.
Siamo un mese avanti a livello termico, ma con poca neve: il risultato lo vedete nel confronto fotografico della cam di Plateau Rosa per le annate 2024, 2025 e 2026. Le due annate precedenti presentano un innevamento molto migliore: la 2024 è stata però una primavera eccezionale, con nevicate copiose, mentre la 2025 possiamo dire che si avvicina più all’atteso. Una forte fase di maltempo con 150/200 cm di neve a metà aprile 2025 aveva riportato l’innevamento vicino alle medie, dopo che a inizio mese già si raggiungevano livelli sotto media.
Sapete a cosa assomiglia la stagione 2026? Al 2022, annata molto negativa per i ghiacciai.
Ecco. Inutile rimarcare che la nota previsionale finale su come potrebbe essere la prossima estate per i ghiacciai alpini è a dir poco inquietante.
In ogni caso, dal mio punto di vista il nocciolo della questione evidenziata da queste osservazioni di Meteo Valle d’Aosta non è soltanto legata all’andamento effettivo della stagione nivologica 2025/2026, ma concerne pure la permanente superficialità con la quale viene veicolata l’informazione pubblica relativa ai fenomeni meteo-climatici: una superficialità che, temo, si autoalimenta aggravandosi sempre di più e generando di conseguenza una altrettanto crescente superficialità cognitiva generale riguardo ciò che sta accadendo al clima, ovvero a ciò che sta accadendo a noi. Sostenere che ha nevicato tanto quando non è proprio così non rappresenta solo un tentativo di affermare il falso per motivi più o meno funzionali, come può essere per i gestori dei comprensori sciistici che gioco forza non possono ammettere che la materia prima con la quale essi lavorano sta svanendo ogni inverno di più ponendoli di fronte, in molte località delle montagne italiane, a una fine prossima e inesorabile: a me sembra anche, se non soprattutto, il tentativo maldestro di allontanare da sé la realtà delle cose, di rifiutarla come se così facendo si potesse invertirne il corso, con un effetto che, preso per sé, non sarebbe rilevante ma, ove rilanciato dalla stampa senza alcuna visione oggettiva con l’unico intento di costruire titoloni roboanti acchiappa-like, può diventare devastante per la sensibilità ecologica e ambientale diffusa e della cui definizione crescente la nostra società avrebbe bisogno.
[Ho chiesto a Google Gemini AI di interpretare il “bias nivologico” e questo è il significativo risultato.]Cioè, in altre parole, se quel bias individuale evidenziato da Meteo Valle d’Aosta si innesta nel contesto culturale già – almeno in certi ambiti – eccessivamente superficiale e banalizzante che caratterizza il nostro tempo, i danni che ne derivano sono veramente pericolosi, fino a giungere al paradosso sociologico della “Profezia che si autoadempie” ma al contrario: in questo caso, vivere il cataclisma climatico subendone le conseguenze peggiori ma negando che stia avvenendo. Non nevicherà quasi più, sulle montagne, ma basteranno pochi centimetri accumulati in un paio di occasioni per negare che stia avvenendo e continuare come nulla fosse. Fino alla fine.