Contestualizzare le cose per capirle meglio (anche in montagna)

Bisogna sempre trovare la più consona e obiettiva contestualizzazione alle cose che accadono. Perché nulla avviene per caso, neanche in montagna, almeno quando c’è di mezzo l’uomo.

Dunque, a quanto pare c’è un grosso e grave problema di impatto turistico, alle Tre Cime di Lavaredo:

E dove ha avuto origine questo problema? Ecco qui:

Cliccate sulle due immagini per leggere i relativi articoli.

Ora capite meglio chi e cosa hanno generato il problema?

Be’, al riguardo mi tornano in mente le parole di Maurizio Maggiani (fonti qui e qui) circa ciò che di simile sta accadendo alle Cinque Terre: parole perfette anche per le Tre Cime di Lavaredo e per molti altri luoghi iper turistificati senza che sia stata sviluppata alcuna gestione dei flussi turistici e nessuna cura per il (proprio) territorio:

Le Cinque Terre soffocate dal turismo? È la giusta nemesi per le loro scelte, hanno pensato solo ad arricchirsi. […] Per anni non si è fatto che cercare di vendere le Cinque Terre in tutto il mondo, senza pensare alle conseguenze per un territorio dall’equilibrio ambientale e sociale così fragile. Hanno voluto farne una Disneyland ed è stata un’idea da criminali. Con quelle premesse oggi parlo di una giusta nemesi rispetto ad una scelta che fu coordinata dall’alto ma collettiva, appoggiata da buona parte della comunità con poche eccezioni.

Ecco, nulla da aggiungere se non la speranza che ad Auronzo la smettano di pensare solo ai record  di introiti nelle casse comunali e piuttosto cerchino il miglior equilibrio possibile tra frequentazione turistica e tutela ecoambientale del territorio locale. Ce la faranno, considerando l’imminente mega specchietto per le allodole delle Olimpiadi invernali 2026?

Me lo auguro proprio, per il bene di quelle montagne e di chi le voglia vivere il più possibile integre ancora a lungo.

L’Italia è una Repubblica fondata sull’infantilismo ideologico


In un recente articolo ripreso da diversi media (qui, ad esempio) riguardante il progetto del ponte sullo Stretto di Messina, Mario Tozzi ha nuovamente stigmatizzato la pratica molto in uso in Italia di strumentalizzare ideologicamente – e quindi in base alle solite parti politiche – ogni cosa, ponte incluso:

«Chi si oppone al ponte è di sinistra»: non è condizione necessaria né sufficiente, basta avere a cuore il futuro dei sapiens, la natura e il paesaggio. I partiti non c’entrano.

D’altro canto già nel 1994 l’insuperabile Giorgio Gaber si prendeva gioco di tale pratica nella sua canzone Destra-Sinistra:

Fare il bagno nella vasca è di destra
Far la doccia invece è di sinistra
Un pacchetto di Marlboro è di destra
Di contrabbando è di sinistra […]

Chiedendosi infine nel ritornello «Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra?»: una domanda sempre più valida dalla risposta sempre meno seria, a mio parere.

Così, occuparsi di ambiente a vario titolo e di temi ad esso inerenti, anche senza praticare politicamente l’ambientalismo, è ritenuto «di sinistra». Anch’io me lo sono sentito dire più volte, con fare inesorabilmente dispregiativo: «Voi di sinistra…!», circostanza che mi suscita sempre un’immediata e potente risata per come io sia distante anni luce, materialmente e immaterialmente, da entrambe le parti.

Tuttavia ciò che mi lascia veramente basito, e non poco disgustato, nei confronti dell’opinione pubblica contemporanea (definizione da prendersi nell’accezione più ampia possibile), è che si sia ancora fermi lì, a un tale giochetto puerile, futile, volgare: una cosa deve essere di destra, quell’altra di sinistra, e se è di destra viene disprezzata a sinistra e viceversa. Qui non c’entrano le ideologie (comunque obsolete, a mio modo di vedere, ma è un parere personale), e non c’entrano i principi di filosofia politica alla loro base: piuttosto a me pare un giochetto delle parti assolutamente scemo e semmai del tutto antitetico alle autentiche ideologie, buono solo per triviali caciare da osteria di quint’ordine o per grottesche sedute parlamentari, ecco. Ma perché, se il cambiamento climatico provoca disastri ambientali, questi non coinvolgono tutti, destri e sinistri? Frane e alluvioni chiedono l’appartenenza politica e ideologica prima di colpire le persone? Se il versante di un monte viene dissestato e danneggiato da un’infrastruttura impattante e mal congegnata, la bellezza del paesaggio e l’integrità del versante montuoso si rovinano solo per quelli di sinistra e non per quelli di destra o viceversa?

Ma per favore!

Per non dire di qualsiasi altra questione parimenti strumentalizzata – proprio come cantava Gaber – in modi che, a quanto sembra, sono pensati apposta da un lato per non risolverla (lo scopo fondamentale, io temo) e dall’altro per ricavarne “utili” tanto quanto bieche propagande politiche.

Ma veramente siamo ancora qui ad avere a che fare con tali sconcertanti infantilismi? E poi ci si chiede come mai certi problemi che affliggono da decenni l’Italia non vengano mai risolti e, anzi, si incancreniscano sempre di più?

P.S.: per quanto riguarda il ponte sullo Stretto di Messina, da anni il mio pensiero è lo stesso: la sua unica utilità è quella di rappresentare un grande regalo alle organizzazioni malavitose di quelle regioni. Fine.

La montagna come un Circo Barnum

[Un mega “alpine roller coaster” sulle montagne dello stato di Washington, USA. Immagine tratta da qui.]

Sono almeno dieci anni (contati per difetto) che metto in guardia da questo pericolo: la montagna diventata come il Circo Barnum. L’aspetto circense non è costituito soltanto dagli aperitivi con cubiste o dalle gite in motoslitta con cena notturna in baita.
Anche l’azione sul terreno è permeata da una gran confusione. Il nettissimo salto di qualità dell’attrezzatura, sotto il profilo tecnologico, è uno dei cavalli di Troia di questo fenomeno. Gli altri due sono l’elevato livello di allenamento atletico e la possibilità di provarsi, sul piano delle tecnica arrampicatoria/sciistica, in contesti addomesticati, se non addirittura completamente artificiali.
Insomma: è troppo facile accedere ai monti. Il Circo Barnum si è innescato proprio perché si sono abbassate le barriere di ingresso al mondo della montagna. Le barriere di accesso non sono di tipo economico, ma di facilità nella fruizione. La montagna è ormai troppo comoda, come un avvolgente divano in salotto. Però non si sta sdraiati nel salotto di casa, ma ci si muove in ambiente, dove il contesto non è quello del salotto: anzi, l’ambiente si è ulteriormente ”incattivito” per le conseguenze del generale cambiamento climatico – ghiacciai più tormentati, pareti che crollano, manto nevoso più instabile […]

Tratto da Manca la cultura della montagna di Carlo Crovella, articolo pubblicato su “Gogna Blog” – sul quale lo potete leggere nella sua interezza: cliccate qui – il 18 maggio 2023.

«Luna park», «divertimentificio», «Circo Barnum»: ormai da anni personaggi di grande prestigio del mondo della montagna, profondi conoscitori della cultura alpina come Crovella, denunciano la banalizzazione sempre più grave e deleteria dei territori montani. I cui effetti da tempo, e in certe località soprattutto, sono già visibilissimi: turismo di massa, sovraffollamento, traffico, cementificazioni, consumismo paesaggistico, degrado dei territori e dell’ambiente naturale, incompetenza, inciviltà, incidenti, decadenza socioculturale… – l’elenco può diventare lunghissimo. Quanto si vuole ancora andare avanti lungo questa maledetta strada, mettendo in serio pericolo – e in modi sempre meno rimediabili – il destino futuro delle montagne e di chi le vive solo per fare qualche soldo e ricavarci biechi tornaconti personali? Perché non si è capaci di pensare e realizzare uno sviluppo delle montagne realmente equilibrato e armonioso con i loro delicati paesaggi e le peculiarità preziose che offrono, sviluppando di conseguenza una frequentazione dei monti ben più virtuosa e benefica – dal semplice turista della domenica fino allo sciatore e all’alpinista super metodici – per tutti, socialmente, economicamente, ecologicamente, ambientalmente?

È così difficile non provocare danni alle montagne? O forse è l’esatto opposto e, scriteriatamente, ci viene troppo facile provocarne?

La “conquista” definitiva degli Ottomila

È sconfortante vedere l’accumulo di rifiuti al Campo IV del monte Everest. Bombole di ossigeno vuote, cucchiai, scarpe e tende abbandonate sono soltanto alcuni degli oggetti che si trovano lungo il percorso verso la vetta. Una quantità tale da rendere la pulizia impossibile, nonostante quest’anno le autorità abbiano raccolto 13 tonnellate di rifiuti sull’Everest e sul vicino Lhotse.

Ecco: come potete vedere nel video qui sopra e leggere qui (un articolo tra i tanti al riguardo, dal quale ho tratto la citazione), si può dire che oggi, dopo 83 anni ovvero dalla salita dell’Annapurna nel 1950, la conquista degli “Ottomila”, le vette più elevate della Terra, si sia definitivamente compiuta. Infatti, dopo i primi grandi alpinisti, quelli venuti dopo, le spedizioni commerciali, i turisti, ecco che anche la civiltà umana ha salito le montagne più alte della Terra e vi ha lasciato il segno inequivocabile, e inesorabile, della sua “conquista”, la propria riconoscibilissima firma. Esattamente come già successo da tempo sulle Alpi, essendo più accessibili e facilmente conquistabili.

Dunque, a quando panchine giganti, passerelle panoramiche, lounge bar e fast food anche ai campi alti dei colossi himalayani? Magari con tanto di palme all’ingresso e spa a disposizione dei clienti… D’altronde sembra che la strada verso ciò sia stata ben imboccata anche laggiù, no?

O forse sarebbe finalmente il caso di regolamentare a fondo la salita degli Ottomila, decommercializzandola e al contempo attivando un’economia locale non più così ostaggio del turismo d’alta quota e delle sue consumistiche nefandezze? Magari cominciando dalle Alpi, così da farne un modello virtuoso per ogni territorio montano turistificato.

O forse il problema originale sta proprio qui, in questa mancanza nostrana ovvero nell’imposizione ormai secolare di certi modelli di fruizione turistica predante delle montagne, qui, che poi sono stati esportati anche laggiù e altrove. Già.

Ciclocrimini alpini

Continua la distruzione della storia e dell’identità delle Alpi, inscritte sul terreno da segni antropici secolari che hanno consentito agli uomini del passato di trovare un equilibrio vitale ancorché duro – ma onesto, leale – con le montagne, per far posto e spazio agli uomini del presente che, in sella alle loro fiammanti ebike sempre più simili a motociclette con i pedali, pretendono di imporre la loro identità e inscrivere delle storie – anzi, stories, per come nella sostanza assomiglino a quelle fugacissime e banalizzanti dei social – aggressive, bieche, prepotenti, che chissà quanto dureranno prima di dover far posto ad un’ennesima nuova moda. Ciò con la compiacenza di amministratori locali ai quali tutto interessa fuorché amministrare con buon senso il proprio territorio verso il quale non perdono occasione per dimostrare tutto il loro disprezzo, evidentemente.

Ma dimenticano, questi amministratori scriteriati, che il disprezzo dimostrato verso le loro montagne, ovvero la mancanza di cura e di conseguente buon governo di esse, vi resta inesorabilmente inscritto proprio grazie a ciò che avvallano, come ferite infette vergognosamente inflitte a colpi di escavatori sul corpo della montagna umiliata per correr dietro alle sirene del turismo massificato e a quelle della propria autoreferenzialità. Ferite così evidenti da non poter e non dover essere dimenticate: ancor più se messe nero su bianco su una possibile denuncia, sperando che ve ne siano i margini – e purtroppo non sempre è così, quando si è costretti ad agire dopo l’inizio dei lavori.

Tuttavia, ribadisco, la vergogna verso tali opere non abbisogna di alcun avvallo giuridico.

Nella foto, di Michele Comi: la distruzione a colpi di escavatore dell’antica Cavallera del Muretto, in Valmalenco, per livellarne la superficie ad uso meramente cicloturistico. Che le mie parole qui espresse servano anche a rendere ancora più chiare quelle espresse da Comi a corredo dell’immagine.

P.S.: ovviamente – ma serve dirlo? Forse sì, ai poveri di spirito – personalmente non sono contro tutte le opere dedicate alla pratica del cicloturismo in quota, se fatte con criterio, buon senso, rispetto per le montagne e, ancor più, senza ignorare o derogare norme giuridiche vigenti. Ma anche per questo vorrei che ci fossero molti più controlli, e ben più rigorosi, attorno a tali lavori. Al momento non mi pare che ve ne siano a sufficienza, al netto di rarissimi casi – come scrivevo ieri qui.