Fabio Balocco, “Sotto l’acqua. Storie di invasi e di borghi sommersi”

Negli ultimi tempi il dibattito intorno all’energia idroelettrica si è particolarmente (ri)animato: prima nel complesso delle discussioni sulla necessità della transizione energetica funzionale al contenimento delle emissioni in atmosfera e all’abbandono dei combustibili fossili, poi, in forza degli anni recenti particolarmente siccitosi, ancora di più. Così, da cassetti di enti locali e società dell’energia sono riemersi vari progetti più o meno datati e aggiornati alle convenienze del momento di nuove dighe e invasi, dai quali ricavare una maggiore produzione di energia ma pure “magazzini” di acqua pronta in caso di nuove emergenze idriche. Per tale motivo si sono pure rianimate le discussioni intorno agli aspetti più critici della realizzazione di nuovi laghi artificiali: il loro punto di partenza ineludibile è stata l’importante storia idroelettrica italiana del Novecento, quando tra le montagne del paese, e soprattutto tra le Alpi, si sono realizzate centinaia di grandi dighe che hanno assicurato l’energia per la galoppante crescita industriale del paese e, al contempo, hanno permesso di colonizzare in modi variamente importanti molti spazi in quota, industrializzandoli e assoggettandoli alle necessità della civiltà umana.

Questo è stato uno degli aspetti fondamentali che ho trattato nel mio libro Il Miracolo delle dighe: la trasformazione di numerosi paesaggi di montagna e le modalità attraverso le quali tale fenomeno è avvenuto ed è stato assimilato tanto geograficamente quanto antropologicamente, visto come quei grandi muraglioni e gli altrettanto grandi laghi alle loro spalle hanno spesso cambiato radicalmente l’aspetto di un luogo, variandone pure la percezione e l’elaborazione culturale in chi vi abbia interagito. Questa trasformazione ha comportato in alcuni casi eventi dall’impatto drammatico sulle genti che abitavano i luoghi divenuti sedi delle grandi dighe: innanzi tutto la sommersione di intere borgate, a volte abitate da centinaia di persone, situate nell’area destinata a ospitare le acque dei nuovi bacini. È una storia invero poco raccontata o, per meglio dire, poco ricordata: nel mio libro l’ho toccata raccontando la storia, a mio parere assai emblematica e per ciò scelta, di uno di questi paesi scomparsi, la borgata Chiesa in Valle Varaita, oggi sommersa dalle acque del lago di Pontechianale.

Di questa realtà ne dà invece un quadro più completo e ricco di casi e relative narrazioni Fabio Balocco nel suo ultimo libro, Sotto l’acqua. Storie di invasi e di borghi sommersi (Lar Editore, 2024), seppur limitando la sua analisi all’arco alpino occidentale tra Liguria, Piemonte e Valle d’Aosta ma comunque tracciando un resoconto di quanto accadde al riguardo assolutamente significativo, anche grazie ai dialoghi riportati nel libro con alcuni testimoni di ciò che avvenne nei propri territori quando vennero sottoposti alla costruzione degli invasi []

(Potete leggere la recensione completa di Sotto l’acqua cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Le elezioni, in montagna

Come ho già scritto qualche giorno fa, oggi e domani andranno al voto oltre 3.700 comuni italiani: molti di questi sono di montagna e in alcuni di essi ha amministrato, fino a oggi, una certa politica che ha ampiamente dimostrato di predicare bene e razzolare male. Una politica che sta facendo dei territori montani lo spazio per i propri biechi affarismi elettorali conditi da danari pubblici gettati a pioggia e da una propaganda tanto arrogante quanto distruttiva (come nei paesi più arretrati, modello al quale evidentemente puntano) e, di contro, fregandosene bellamente della gestione equilibrata di quei territori e del benessere autentico delle loro comunità senza alcuna cognizione della realtà corrente e nessuna visione del futuro.

Pur nella desolante situazione generale della politica attuale, pressoché fatta di chiacchiere, distintivi di parte e vuotezza spinta, sarebbe bene che gli elettori, in primis le allodole che ancora si fanno abbagliare da certi specchietti, si ridestassero dal torpore, riprendessero a osservare con attenzione e sensibilità le loro montagne e pensassero al miglior futuro possibile piuttosto che al presente più “conveniente”, prima di recarsi (se lo faranno) al voto.

Sia chiaro: non è una mera questione di parti politiche ma di democrazia. Che è una cosa che nasce e vive nella comunità delle persone, non nel potere politico, e che, se possibile, in montagna vale ancora più che altrove. Sarebbe bene che continuasse a valere, ecco.

 

La cosa più inquietante

Nell’immagine che vedete qui sopra, presa dalla pagina Facebook “Alto-Rilievo / Voci di montagna”, secondo voi è più inquietante ciò che vi è raffigurato oppure il testo che vi si legge davanti?

Oppure tutti e due, per una particolare declinazione del principio di causa-effetto?

Una sfida elettorale parecchio strana (ma significativa)

A Casargo, comune montano dell’alta Valsassina in provincia di Lecco che andrà al voto nel prossimo fine settimana, va in scena una sfida elettorale parecchio strana e per molti versi significativa. Si presentano due liste afferenti alla stessa formazione politica, i cui canditati sindaco peraltro hanno lo stesso cognome (tipico della zona) ma che su molte cose sostengono visioni opposte. In particolar modo, riguardo lo sviluppo turistico e il relativo progetto “Winter & Summer Alta Valsassina” (l’intervento più ingente tra quelli previsti nel comune), una lista sostiene a spada tratta il progetto – palesemente insensato – che spendendo 4,5 milioni di Euro in gran parte pubblici prevede nuovi impianti sciistici e innevamento programmato in una località dove già da vent’anni non si scia più, a quote inferiori a 1800 metri e con esposizione sfavorevole (pur dichiarando che «i maggiori investimenti sono relativi alla stagione estiva o comunque riguardano opere che saranno fruibili tutto l’anno», cosa smentita dai contenuti stessi del progetto); l’altra lista invece sostiene che il turismo vada sviluppato ma si oppone alla «opportunità di investire somme così ingenti sulla promozione della stagione più fredda visto “l’andazzo” degli ultimi inverni in Alta Valsassina e vista la vicinanza di stazioni sciistiche ben più rinomate e competitive» – posizione che peraltro a sua volta smentisce ciò che sostiene l’altra lista circa la destinazione dei maggiori investimenti. Tutto ciò, ovviamente, al netto di quanto proposto da entrambe le liste, con cui si può concordare o meno.

[L’Alpe di Paglio, località sciistica chiusa dal 2005 dove si vorrebbero ripristinare piste e impianti, come si presenta di frequente negli ultimi inverni: con ben poca neve durante giornate fin troppo calde.]
Eppure, ribadisco, le due liste scaturiscono dalla stessa fazione politica (anche se i rispettivi referenti della stessa sono diversi, non a caso). Una situazione obiettivamente curiosa che non può essere spiegata con la mera “libertà d’opinione”, visto che i vertici di quella parte politica le idee sul tema citato le hanno ben chiare – e puntano decisamente alla infrastrutturazione pesante delle montagne a scopo turistico. D’altro canto, la situazione di Casargo dimostra che lo “sviluppo” (termine quanto mai ambiguo e dunque potenzialmente pericoloso) dei territori montani è cosa delicata che non può essere (più) gestita attraverso progetti calati dall’alto, decontestuali, irrealistici e privi di visione strategica del futuro oltre che di una ricaduta sistematicamente positiva sulla comunità locale – su tutta, ovviamente, non solo su una parte.

Territori, d’altro canto, che vengono continuamente depotenziati nei servizi di base da una politica che ai livelli superiori appare costantemente insensibile alla realtà autentica delle montagne (cioè dove non ci sia da fare business e propaganda: cosa ben esplicata da certi progetti imposti ai territori montani di matrice meramente consumistica per i quali i sindaci rappresentano solo dei silenti passacarte) e che dunque abbisognerebbero di una distribuzione delle risorse disponibili ben più meditata, oculata, elaborata e centrata sulla comunità locale, innanzi tutto, e poi su ogni altra cosa. Tra il dire e il fare c’è di mezzo un mare di riflessioni, ponderazioni, studi, analisi, valutazioni; di frequente invece, sulle nostre montagne, sembra che tra il dire e il fare ci un ruscelletto secco al punto da poterlo saltare a piè pari dimenticandosene subito.

Questa, insomma, la situazione a Casargo. Dalle vostre parti esistono casi simili? Sarebbe interessante conoscerli e analizzarli, non per ricavarne chissà quale dibattito politico ma per capire ciò che accade nei comuni montani quando arrivano le elezioni: momento che, ormai lo sappiamo tutti bene, rappresenta l’unico vero orizzonte (temporale e non solo) al quale puntano le amministrazioni locali. Nel bene e ancor più, purtroppo, nel male.

P.S.: i vari articoli che ho dedicato a Casargo e alle sue vicende politico-montane li trovate qui.

La montagna nel tritacarne dei luoghi comuni

[Foto tratta da www.percorsipanchinegigantivallidilanzo.it.]

Quasi niente è ciò che sembra, tutto è falso, come cantava Giorgio Gaber. E tutto cambia di continuo. Anche se i cittadini insistono a immaginarle un villaggio vacanze abitato da gente esotica, le Alpi contemporanee sono lo specchio del mondo liquido in cui galleggiamo o nuotiamo giù in città, e dappertutto, un po’ carcerati e un po’ fuggitivi, un po’ consumisti e un po’ green, forse sinceri nelle intenzioni, nei proclami e nel sogno, ma assuefatti alle falsificazioni.
Anche per questo il dialogo non fa progressi. Ognuno pensa, giudica e non di rado offende sulla base del proprio corredo simbolico, che non comunica con gli altri. I modelli non si parlano, come succedeva con i computer quando usavano linguaggi incompatibili. Perfino certe parole non servono più, del tutto vuote di senso, ritornelli buoni per i talk show. Per fare chiarezza, è probabilmente arrivato il momento di abbandonare anche le vecchie categorie del pensiero come “ambientalismo”, “valorizzazione”, “sviluppo”, perché sono entrate nel tritacarne dei luoghi comuni e non fanno altro che infuocare sterili scontri sulle pagine social, dove si sragiona per bande e appartenenze come alla partita di calcio.

[Enrico Camanni, La Montagna Sacra, Laterza, 2024, pag.125. Trovate qui la mia “recensione” al libro – il quale (spoiler!) è bellissimo e assolutamente da leggere.]