Ancora le pellicce, nel 2023?

Mi sono incidentalmente imbattuto, di recente su un canale televisivo locale (visto sulla TV di conoscenti, io non la guardo da anni), in un enfatico spot d’una pellicceria.
Un posto che vende pellicce, sì: volpe, visione, zibellino, lince, eccetera. Nel 2023, già.

A prescindere dall’estetica permeante lo spot, per la quale mi è sembrato una roba anni Ottanta finita chissà come sulla TV contemporanea (non che in generale sia tanto più progredita da allora, la tivù, anzi, ma tant’è), mi chiedo: ma ancora oggi, nel Duemilaventitrè, ben dentro il Terzo Millennio, c’è gente che ha il coraggio di indossare delle pellicce? Ancora ci sono persone che decidono liberamente di manifestare in pubblico la loro barbarie, la rozzezza, l’inciviltà che oggi inesorabilmente non può che contraddistinguere l’uso di quegli indumenti animali? Ma come fanno, per la miseria? Con che coraggio riescono a farlo?

Spiace dirlo, ma se mi dovessi trovare davanti una persona che ne indossasse una, non riuscirei proprio a non denotarle chiaramente il mio disgusto verso quella sua scelta. Non mi sentirei in pace con me stesso, altrimenti, nonostante sappia bene che tale mio atteggiamento possa risultare ipocrita e che di crudeltà dell’uomo verso gli animali se ne perpetrano di continuo in innumerevoli modi sui quali la gran parte della nostra “civiltà” tace funzionalmente. Ma il tentativo di ritrovare un equilibrio con il mondo e con l’ambiente nel quale viviamo è un percorso pur ostico che ormai non può più tralasciare nulla, cercando di cambiare ogni cosa che al riguardo non va una ad una e al contempo sviluppando una rinnovata, indispensabile armonia etica con la natura e con i suoi ecosistemi, dei quali dobbiamo capire in maniera finalmente compiuta di far parte – da animali quali siamo, “evoluti” ma sovente incapaci di dimostrarlo, creature senza dubbio dominanti ma proprio in quanto tali custodi doverosi e imprescindibili del mondo e di ogni sua manifestazione vitale, biotica e abiotica.

Eppoi, francamente: ma quanto sono brutte tutte quelle pellicce? Forse è proprio per questo che ancora qualcuno le indossa. L’abito fa il monaco, a volte. Ecco.

N.B.: cliccando qui potete visitare la pagina della LAV dedicata all’iniziativa con la quale si vuole vietare l’allevamento di animali per ricavarne pellicce e il commercio di prodotti di pelliccia (quindi anche l’import), nonché firmare la relativa ICE – Iniziativa dei Cittadini Europei avviata al riguardo, i cui sottoscrittori hanno quasi raggiunto gli 1,5 milioni. Tantissimi, ma ancora pochi: se non l’avete già fatto, firmate anche voi!

Il selvaggio ci tiene d’occhio

Il giardino dell’uomo è popolato di presenze. Non sono ostili ma ci tengono d’occhio. Niente di quello che facciamo sfugge alla loro attenzione. Gli animali sono i guardiani del giardino pubblico, dove l’uomo gioca col cerchio credendosi il re. Era una scoperta, e nemmeno tanto sgradevole. Ormai sapevo di non essere solo.
Séraphine de Senlis era una pittrice dell’inizio del XX secolo, un’artista per metà pazzoide e per metà geniale, un po’ kitsch e non molto quotata. Nei suoi quadri, gli alberi erano cosparsi di occhi spalancati.
Hieronymus Bosch, il fiammingo dei retromondi, aveva intitolato una sua incisione Il bosco ha orecchi, il campo ha occhi. Aveva disegnato dei globi oculari sul terreno e due orecchie umane sul limitare di una foresta. Gli artisti lo sanno: il selvaggio vi tiene d’occhio senza che ve ne accorgiate. Quando il vostro sguardo lo scopre, lui sparisce.

[Sylvain TessonLa pantera delle nevi, Sellerio, 2020, traduzione di Roberta Ferrara, pagg.50-51; orig. La panthère des neiges, 2019.]

N.B.: nell’immagine in testa al post, scattata dal fotografo naturalista francese Vincent Munier e tratta dal docufilm La pantera delle nevi, del quale ho scritto (e non solo) qui, c’è un animale selvaggio che vi sta guardando dritto negli occhi. Lo vedete?

La wilderness dentro

Abitiamo un pianeta, noi umani, del quale abbiamo praticamente esplorato ogni suo angolo e addomesticato quando non antropizzato, nel bene e nel male, la sua componente selvaggia, al punto che – io credo – il concetto di wilderness, inteso come la Natura nel suo stato originario e non ancora contaminata da interventi umani, sia diventato meramente ideale e utopico. D’altronde il termine, così lessicalmente scenografico, è usato e abusato in modo ormai spropositato e sovente per identificare luoghi naturali che del proprio stato originario non hanno più nulla ma li si vuol far credere ancora “selvaggi” per turistificarli meglio. Ma forse, al riguardo, una domanda sarebbe da porci: cerchiamo e a volte crediamo di trovare il “selvatico” nel mondo che frequentiamo, ma lo abbiamo ancora dentro noi stessi? Ovvero, siamo capaci di percepirlo, comprenderlo e armonizzarci a esso?

Dalle possibili risposte a queste domande temo derivi la realtà di un controsenso sostanziale: quando pensiamo al “selvaggio”, ovvero alla Natura che ci viene di considerare tale, subito lanciamo la mente in territori lontani e remoti nei quali crediamo che quel termine abbia ancora un senso compiuto. Comprensibilmente ma, con ciò, in qualche modo anche palesando l’acquisita incapacità di identificarlo altrove proprio perché non sappiamo più percepirlo dentro di noi. Abbiamo voluto diventare così “Sapiens” da perdere totalmente la nostra genesi animale ma, in questo modo, restando diversi passi indietro agli animali veri e propri, i quali infatti con il mondo naturale mantengono una relazione ben più armoniosa e meno dannosa della nostra. È solo perché loro non sono “intelligenti” come noi? E se fosse vero invece il contrario e la nostra intelligenza fosse solo una dote di matrice meramente “tecnicista” (forse meramente dettata dalla fortuna di possedere un pollice opponibile) presunta, autodecretata e funzionale al nostro voler dominare in modo indiscutibile il mondo? E a saperlo distruggere, come diretta e terribile conseguenza.

Insomma: penso che se siamo in grado di ritrovare in noi stessi la natura selvatica che geneticamente possediamo, e se la sappiamo comprendere e contestualizzare alla nostra relazione con il mondo nel quale viviamo, forse nel nostro mondo iperantropizzato il “selvaggio” lo possiamo fortunatamente ritrovare anche nel bosco appena fuori casa, lì dove la Natura, nella sua vitalità biologica, c’è in forme diverse con sostanza uguale a quella che si trova nelle tundre artiche o nella foreste equatoriali. È la stessa cosa, la stessa vita, solo diversa in quanto è differente il territorio ma ciò non cambia di una virgola il senso e l’essenza della nostra relazione con essa.

In fin dei conti, vista la realtà storica della civiltà umana, se fossimo (rimasti) più selvatici e ci relazionassimo di più e con maggiore armonia con quel mondo, anche ove sia pesantemente antropizzato, potrebbe pure essere che il mondo in cui viviamo ne trarrebbe dei bei vantaggi. Magari no, ma io, forse sbagliando o equivocando, penso di sì.

P.S.: nell’immagine in testa al post, un angolo di selvatico domestico, con segretario personale a forma di cane a mollo e un ospite speciale laggiù in fondo (ingrandite l’immagine per scovarlo).

Una foto struggente e un buon auspicio

Credo che la foto che vedete qui sopra – e che magari avrete già trovato, in giro per il web* – sia una delle più belle, nel suo essere così struggente e commovente, che abbia mai visto. In effetti non riesco a guardarla senza che mi si inumidiscano gli occhi. Ritrae Ndakasi, una gorilla di montagna orfana dei genitori prima di morire per malattia tra le braccia del suo custode e “padre adottivo” André Bauma il 26 settembre 2021, in un centro per gorilla rimasti orfani nel Parco Nazionale dei Virunga, Repubblica Democratica del Congo. Potete saperne di più sulla sua storia qui.

Negli occhi ormai quasi spenti di Ndakasi io ci vedo la coscienza primordiale e imperitura della Terra. Un pianeta dominato da un’altra razza che purtroppo troppo spesso gli ha dimostrato totale e scellerata incoscienza, e nei cui occhi – spiace dirlo, ma tant’è – non vedo una simile virtù assoluta e fondamentale.

Ma vorrei anche che questa foto dell’anno appena concluso risulti, a suo modo (che parrà “paradossale” ma forse non lo è affatto, anzi), di buon auspicio per un anno nuovo, e per un futuro in generale, prossimo o lontano, di maggiore armonia tra ogni creatura che vive su questo nostro pianeta, sia essa animale (dunque anche umana), vegetale, pluricellulari o unicellulari o di qualsiasi altra natura. Un’armonia come quella che Ndakasi e André Bauma hanno saputo intessere e rendere così emblematica.

Tutto ciò con un’eccezione: per quegli umani che cagionano morte e sofferenze in modi efferati e arbitrari ad altre creature viventi, come i bracconieri che uccisero i genitori di Ndakasi. Ad essi, e agli altri individui come loro, posso solo augurare una sorte assolutamente paritetica a quella delle loro vittime. La. Stessa. Sorte. Ecco.

*: la foto io l’ho tratta dalla pagina Facebook del Virunga National Park.

Animali giuridici

[Foto di Cristofer Maximilian da Unsplash.]
Come riporta “Il Post”, l’anno prossimo, forse già a gennaio, la Corte di Appello dello stato di New York dovrà stabilire se Happy, un’elefantessa asiatica di circa 50 anni che vive da sola in un’area recintata di 4mila metri quadrati nello zoo del Bronx, a New York, sia una persona giuridica, cioè un individuo con diritti morali e legali di fronte alla legge americana, con potenziali grosse conseguenze per molti altri animali in cattività.

Se da un lato fa piacere leggere che il sistema giuridico di un paese avanzato come gli USA si occupi finalmente di questo tema, dall’altro risulta parecchio sconcertante che la parte più evoluta e “civile” del genere umano – ben rappresentata dagli Stati Uniti, appunto – solo ora si renda conto (forse) di quanto sia ineludibile il tema in questione. Un tema fondamentale non solo e non tanto per le ricadute giuridiche che può avere ma, io credo, per la nostra stessa presenza sul pianeta tra le altre specie viventi in qualità di razza “dominante”, certamente in senso tecnologico ma ben più discutibilmente dal punto di vista ecologico.

In verità, alle persone dotate di autentica sensibilità intellettuale e morale il quesito posto all’attenzione della Corte newyorchese appare quanto mai retorico e privo di senso biologico: certo che gli animali hanno una “personalità giuridica”, tutti quanti e in special modo quelli con i quali l’uomo – razza che ha il diritto/dovere di stabilire quanto sopra – interagisce! Ce l’hanno naturalmente, ancor più di quanto l’uomo ce l’abbia pure giuridicamente, e il fatto che tale “ovvietà” non sia ancora stata considerata per come dovrebbe dal genere umano è una delle sue più grandi colpe, anche per come essa abbia causato e cagioni continuamente danni tremendi alle altre creature viventi e agli ecosistemi del pianeta. Ma non è, questo mio, un discorso meramente ambientalista o animalista: è una questione filosofica e etica nonché politica, ancor prima che giuridica. Non c’è nulla da stabilire in un senso o nell’altro in forza di un provvedimento legale: c’è da prendere atto con adeguata consapevolezza di un dato di fatto biologico.

A tale proposito mi pare che non abbia granché senso l’obiezione – citata nell’articolo de “Il Post” e che immagino sarà posta da molti – del giurista statunitense Richard Cupp, oppositore dello status di persona giuridica per gli animali, il quale ha detto: «Un caso che potrebbe portare miliardi di altri animali in tribunale sarebbe un disastro. Una volta che ammetti che un cavallo, un cane o un gatto possono sporgere denuncia per aver subito degli abusi, si arriva in un attimo alla considerazione che una persona giuridica non può essere mangiata». Mi sembra che tale affermazione crei solo confusione tra due questioni ben differenti anche se di apparente simile sostanza, l’una relativa alla relazione etico-ecologica tra umani e animali e l’altra all’aspetto ecosistemico: una confusione che sottende una reiterata visione antropocentrica del tema e non considera la necessità inderogabile, in una rete ambiente complessa, di un equilibrio armonico tra specie viventi, in primis negli aspetti etici, appunto. Un equilibrio biologico pragmatico, in parole povere, che può ammettere che l’uomo – razza onnivora per natura, non per altri motivi – si cibi di certe specie animali ma non può ammettere affatto che qualsiasi specie animale venga maltrattata (qualsiasi cosa ciò possa significare) dall’uomo solo perché razza dominante.

Se a tal fine occorre che una legge di uno stato stabilisca la personalità giuridica degli animali, ben venga. Tuttavia, ribadisco, le persone che sanno vivere in consapevole armonia con il mondo che hanno intorno già la riconoscono e la rispettano verso qualsiasi altra specie vivente, questa dote. Ed è alquanto importante che l’intero genere umano raggiunga questa consapevolezza ecologica: non ne va solo della vita animale ma, forse soprattutto, ne va della vita umana, di tutti noi.