In cammino (su Facebook) lungo la DOL

I cammini di Orobie è la nuova collana di guide escursionistiche della rivista “Orobie”, nata per far conoscere la bellezza e la storia delle montagne di tutta la Lombardia. Un invito a percorrere con “occhi nuovi” questi itinerari e a frequentare le montagne per mantenerle vive.

Come intuirete dall’immagine qui sopra, “I cammini di Orobie” è anche una pagina facebook, sulla quale potete seguire lo sviluppo della collana e restare informati su tutte le novità e gli eventi al riguardo. Cliccateci sopra per visitarla.

A inaugurare la collana – altra cosa che ormai saprete bene – è la guida “DOL dei Tre Signori”, curata da Sara Invernizzi, Ruggero Meles e dallo scrivente, che porta i suoi lettori alla scoperta della Dorsale Orobica Lecchese (DOL), già protagonista dell’edizione 2017 di “In viaggio sulle Orobie”. Un cammino dalla storia millenaria che unisce le province di Bergamo, Lecco e Sondrio e attraversa territori ricchi di bellezza, tradizione e saperi nati dal profondo intreccio fra uomo e natura. Sette le tappe proposte, dalla stazione ferroviaria di Bergamo a Colico (Lecco) o Morbegno (Sondrio). Abbinati alla guida, la carta escursionistica e il collegamento tramite QR code alla App Orobie Active. La guida “DOL dei Tre Signori” è stata realizzata grazie al sostegno di Italcementi, con un progetto a cura di Moma Comunicazione in collaborazione con ERSAF – Ente regionale per i servizi all’agricoltura e alle foreste e Regione Lombardia.

Vi ricordo che attualmente la guida “Dol dei Tre Signori” è in edicola come allegato al quotidiano “La Provincia di Lecco”: cliccate qui per saperne di più, oppure cliccate qui per conoscere ogni dettaglio riguardo il volume.

Non ho niente da leggere!

Le donne che, con i propri armadi di casa pieni di vestiti, esclamano sconsolate «Non ho niente da mettermi!» ricordano tanto me che, con stipati sugli scaffali della libreria di casa decine e decine di libri non ancora letti (vedi lì sopra, anche se ce ne sono alcuni altri, in giro), ho sempre la sensazione di non avere niente da leggere. Già.

Così finisce che continuo a comprare nuovi libri da leggere, gli scaffali della libreria sono sempre più ingolfati eppure io quella sensazione ce l’ho sempre. Ecco.

Un effetto farfalla letterario

[Photo by Lacie Slezak on Unsplash.]
I libri veramente grandi sanno generare una sorta di proprio “effetto farfalla“: basta il semplice sfoglio di ogni singola pagina dei loro volumi per scatenare un uragano di emozioni nella mente, nel cuore e nell’animo dei loro lettori.

Addio, UTET!

[Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo.]
Che tristezza leggere del fallimento della UTET Grandi Opere!

Come molti altri della mia generazione e di quelle precedenti (magari anche delle successive ma meno, temo), sono “cresciuto” con il Grande Dizionario Enciclopedico nella sua terza edizione, del 1966-1975, acquistata dai miei genitori (forse a rate) in luogo della Treccani che ai tempi era “roba da ricchi” per via del costo notevole, e i cui volumi leggevo quotidianamente come fossero romanzi, voce per voce, pagina dopo pagina, ricavandoci dati, nozioni, conoscenze, saperi, idee, progetti, aspirazioni, utopie – preziosissima cultura, insomma. Tutti mattoni imprescindibili per la costruzione del mio personale “piccolo mondo”, del tutto armonico con il “grande mondo” là fuori.

Oggi, che grazie al web abbiamo a disposizione un bagaglio di informazioni infinitamente più grande di quello pur ampio che il Grande Dizionario Enciclopedico offriva, per giunta costantemente aggiornato, l’impressione è che paradossalmente (o forse no?) ne sappiamo meno del mondo che abbiamo intorno o, meglio, ne capiamo meno. Non per fare del banale e infondato nostalgismo, ma quei grandi volumi della UTET (che ai tempi era un’unica entità editoriale, mentre oggi il marchio è principalmente di proprietà della De Agostini), col loro peso così percepibile, soprattutto per un ragazzino qual ero ai tempi in cui li leggevo tanto avidamente, forse rappresentavano il fondamentale peso della cultura meglio che molto del web attuale, almeno simbolicamente. Di sicuro richiedevano un cospicuo impegno alla lettura, ma di contro regalando un così intenso piacere per la scoperta tecnica, scientifica o culturale, che oggi credo sia uno zelo andato ormai smarrito o quasi. Il che non significa automaticamente che era meglio prima, ma che non fosse peggio come si potrebbe ritenere magari sì, ecco.

Be’, altra cosa assolutamente sicura è che i volumi del Grande Dizionario Enciclopedico UTET resteranno a fare bella mostra di se stessi nella mia biblioteca di casa, finché ci sarò (vedi qui sopra): i valori di bilancio se troppo negativi possono anche determinare una triste fine commerciale, ma il valore della cultura resta invece imperituro e determina sempre il successo personale di chi ne sa godere.

Beirut

[Immagine tratta da questo video sul canale YouTube di The Guardian.]
Guardando con inopinato sgomento le immagini di quanto accaduto a Beirut, dell’immane esplosione, della città per buona parte devastata, dei suoi abitanti che vagano tra le macerie sbigottiti, confusi, feriti, mi tornano alla mente – e come a me a tanti altri, suppongo – le celeberrime immagini della città libanese scattate dal grande fotografo milanese Gabriele Basilico, che la ritrasse nel 1991 appena dopo la fine della guerra civile che sconvolse il paese mediorientale e ridusse una delle più splendide città di quella parte di mondo, la “Parigi del Medio Oriente” come venne definita negli anni Sessanta dello scorso secolo, in un paesaggio devastato e spettrale, apparentemente privo di vita – proprio come lo volle ritrarre Basilico nei suoi scatti privi di presenze umane.

[Gabriele Basilico, Beirut 1991. Immagine tratta da http://www.mufoco.org/omaggio-a-gabriele-basilico/]
L’analogia tra le immagini di trent’anni fa e quelle odierne è evidente e spaventosa, anche per come rimarchi la costante sorte nefasta che sembra infierire su Beirut e sui suoi abitanti, purtroppo per motivi sempre legati a colpe umane. Ma ho letto una cosa – qui – legata al lavoro che fece Basilico a Beirut e che mi pare assolutamente adatta anche alla cronaca di questi giorni:  racconta la photo editor Giovanna Calvenzi, curatrice di mostre sull’opera di Gabriele Basilico, che quando venne chiamato insieme alla scrittrice Dominique Eddé per documentare le devastazioni nel centro della città «sembrava disperato, continuava a ripetere che non era un fotografo di guerra. Poi un giorno Eddé lo ha portato in cima all’Holiday Inn e per la prima volta, da quella prospettiva, ha capito che la città era viva e che solo la sua pelle era stata profondamente martoriata».

Ecco, Beirut è una creatura urbana troppo spesso martoriata ma sempre resiliente e costantemente viva, a cui non si può che augurare di restare tale, di risollevarsi, riprendersi e continuare a coltivare il proprio inimitabile fascino, qualcosa che, nonostante tutte le tragedie subite, non è mai venuto meno e mai svanirà.