Bèrghem gloria mundi #2 – anche in montagna!

Ok, è un altro post un po’ campanilista, questo, lo ammetto. Ma l’evento è da Guinness World Record, ed è stato talmente particolare da risultare al di là di qualsiasi mera glorificazione di parte. Domenica 9 luglio quasi 3.000 mila persone si sono unite lungo un’unica corda e hanno circondato – o meglio abbracciato – il massiccio della Presolana, una delle montagne più importanti e iconiche delle Alpi Bergamasche, formando la più lunga cordata alpinistica mai vista, il che ha determinato il record da World Guinness.

Il momento della proclamazione del Guinness World Record

La cosiddetta Cordata della Presolana è stato un evento non solo ricreativo-ludico: innestato all’interno di un progetto culturale per la sicurezza, salvaguardia e sostenibilità della montagna, nonché per la sua più ampia accessibilità e fruibilità, l’evento ha perseguito in tal senso anche un’iniziativa particolare: rendere il Rifugio Baita Cassinelli (posto sul versante Sud della montagna orobica) accogliente e accessibile anche ai disabili e alle persone con ridotte capacità motorie. Ogni partecipante alla Cordata è stato automaticamente anche finanziatore di questo progetto sociale e solidale, che alla fine è riuscito a raccogliere i 25.000 Euro necessari a realizzare lo scopo prefisso.

In ogni caso, quella che è stata la portata dell’evento è ben difficilmente esplicabile le poche parole di un post come questo. Molto meglio godersi – qui sotto – le immagini di ciò che è successo, in fondo, girate dal fotografo e Matteo Zanga.

Insomma: n’otra ölta* Bèrghem gloria mundi!

*: “un’altra volta” in dialetto bergamasco, così come il toponimo Bèrghem è dialettale, pur se direttamente derivante – secondo alcune fonti – dal vocabolo germanico Berg Heim, “casa sul monte”. Bergamo e le montagne: un legame – anzi, mi viene da dire, una cordata indissolubile, già!

Bèrghem gloria mundi!

Da bravo bergamasco purosangue (un “patrimonio genetico orobico”, il mio, direttamente palesato dal cognome, d’altro canto!) non posso che felicitarmi del conseguimento del titolo di “Patrimonio dell’Umanità” alle spettacolari Mura Venete di Bergamo, riconosciuto dall’UNESCO nella seduta plenaria di Cracovia di sabato scorso.Il progetto bergamasco per l’iscrizione delle Mura veneziane nella lista del patrimonio mondiale dell’UNESCO – insieme alle coeve opere difensive che la Serenissima costruì a Peschiera del Garda e Palmanova (Italia), Zara e Sebenico (Croazia) e Cattaro (Montenegro) – ha preso il via nel 2007, proprio con Bergamo come città capofila e promotrice principale del progetto stesso; finalmente il lungo iter, della durata di ben 10 anni, è giunto a compimento, con la votazione finale durante la seduta plenaria dell’UNESCO dello scorso 9 luglio a Cracovia.

F.B. Werner, “Veduta prospettica di Bergamo”, Augsburg, 1740.

Le Mura Venete che racchiudono la Città Alta di Bergamo sono un autentico gioiello difensivo che la Serenissima Repubblica di Venezia costruì tra il 1561 e il 1588, epoca in cui la città orobica rappresentava l’estremità occidentale dei domini veneti sulla terraferma. La cinta muraria, che si sviluppa lungo 6 chilometri e 200 metri e raggiunge in alcuni punti un’altezza di ben 50 metri, risulta essere costituita da 14 baluardi, 2 piattaforme, 32 garitte (di cui solo una è giunta ai giorni nostri), 100 aperture per bocche da fuoco, due polveriere e 4 porte di transito da/per la città (Sant’Agostino, San Giacomo, Sant’Alessandro e San Lorenzo, ora intitolata a Giuseppe Garibaldi). A tutto questo vi è da aggiungere una miriade di sortite, vani sotterranei e passaggi militari di cui in parte si è persa la memoria, collegati tra loro tramite un numero imprecisato di cunicoli che formavano una sorta di autentica città ipogea sotto quella “esterna” – peraltro, Bergamo, già città composta di numerosi strati storici, partendo dal primigenio celtico, passando per quello romano e via via fino alla Bergamo medievale oggi visibile.

Una tale possente fortezza cittadina, progettata per risultare inespugnabile o quasi, in verità non ebbe mai a subire alcun evento bellico, dunque oggi risulta pressoché perfettamente conservata e rappresenta l’elemento caratteristico nonché una delle principali attrazioni turistiche di Bergamo: città che ora, ancor più che in passato, si presenta come una tra le più ricche di storia, di tesori artistici e architettonici, delle più spettacolari e affascinanti d’Italia.

Il che, detto così, vi sembrerà un’affermazione di natura fin troppo campanilistica… Beh, ok, ammetto che lo è – inevitabilmente! D’altronde sono certo che chiunque abbia visitato Bergamo – fatte salve le peculiari bellezze delle tante altre città italiane meritevoli di visibilio, sia chiaro – si troverà d’accordo col sottoscritto. Chi invece a Bergamo non ci sia ancora mai stato, non potrà far altro che approfittare dell’occasione per visitarla e giudicare se darmi ragione oppure no!

Insomma, citando Fabio Bonaiti, uno degli storici bergamaschi più rinomati e apprezzati: Bergomum* gloria mundi (pòta!)

P.S.: di seguito la presentazione del progetto sulle Mura Venete di Bergamo Patrimonio dell’Umanità da parte del prestigioso Studio Bozzetto:

*: il toponimo Bèrghem nel titolo in verità è quello dialettale. Ma, insomma, se campanilismo dev’essere, che campanilismo sia in tutto e per tutto!

L’immigrazione come questione culturale e la visione dannosamente miope della politica

A mio modo di vedere, la “questione immigrazione” (la definisco genericamente così, senza con ciò sminuire né accrescere la sua portata oltre la realtà di fatto; il definirla “emergenza” come quasi tutti fanno, d’altronde, denota da subito l’approccio profondamente sbagliato e deviante alla questione) non può essere affrontata e tanto meno risolta senza una basilare visione culturale di essa, molto prima che politica. Semmai, appunto, trattarla soltanto con lo strumento politico, senza considerarne la portata culturale ovvero sociologica e antropologica, non fa che peggiorarne continuamente la realtà. Se a ciò si aggiunge l’evidenza che il suddetto strumento politico, già di suo di scarsissimo pregio, viene utilizzato da troppo tempo pure in modo pessimo – con una parte che sostanzialmente agisce come se la questione non esistesse e senza mettere in atto alcuna iniziativa di autentica gestione dei flussi immigratori e tanto meno di integrazione sociale dei migranti, l’altra che s’affida unicamente a slogan populistici di infinita ignoranza a fini di mero tornaconto elettorale senza proporre alcuna soluzione realistica ed effettiva e, in mezzo, un’opinione pubblica priva degli strumenti culturali necessari alla comprensione della questione e dunque rapportatasi ad essa “di pancia” e non di testa, con tutte le bieche conseguenze del caso – è rapidamente intuibile come una “questione” per nulla emergenziale, ribadisco, che se ben gestita da subito non avrebbe creato alcun problema né clamore, rischia di trasformarsi nel classico battito d’ali di farfalla che provoca un uragano.

Posto che, nei fatti, la distinzione continuamente rimarcata da tanti tra “rifugiati” e “migranti economici” può avere un qualche valore teorico “politico” ma è sostanzialmente priva di senso concreto nella realtà, e posto che nessuno ha il diritto di negare a priori a chicchessia il diritto di movimento sul pianeta, sia esso forzato o liberamente attuato (salvo i soggetti alla legge, semmai), basta una rapida occhiata ai libri di storia (antica e moderna) per constatare come da sempre l’umanità sia sottoposta a flussi migratori d’ogni genere nonché come, nell’epoca contemporanea caratterizzata – nel bene o nel male – dai fenomeni della “globalizzazione” e da altre questioni impattanti sul modus vivendi umano (i cambiamenti climatici, ad esempio), tali flussi è inevitabile che diventino più frequenti e massicci. D’altro canto, è ormai altrettanto storicamente palese l’effettiva incapacità della parte più “ricca” del mondo di sostenere quella più povera, sia dal punto di vista economico che sociale, politico, culturale: è inutile rimarcare come, per dirne una, il concetto occidentale di “esportazione della democrazia” abbia fatto danni tremendi, negli ultimi lustri, spesso proprio in quei paesi che ora generano flussi migratori tra i più ingenti.

Insomma, il non essere risultati pronti al manifestarsi della “questione immigrazione” è innegabilmente una delle massime colpe che ci dobbiamo imputare, soprattutto in un paese come l’Italia che, geograficamente, è proteso nel Mediterraneo come (quasi) un ponte con il continente africano. Ora, per metaforizzare, siamo nelle condizioni di un’auto che stia percorrendo una strada il cui fondo è pieno di pietre taglienti e dunque sia costantemente sottoposta al pericolo di forature: ma tra chi, da una parte, fa finta di nulla e continua a proseguire con gli pneumatici scoppiati e a terra, e chi dall’altra vorrebbe risolvere il problema togliendo del tutto gli pneumatici ma senza spiegare come farà poi la macchina a proseguire, non mi pare di vedere e sentire nessuno (o quasi) che invece rifletta su come montare pneumatici antiforatura oppure su come sistemare al meglio il fondo di quella strada. Ovvero, nessuno che proponga soluzione concrete di gestione e controllo effettivo dei flussi migratori (l’idea dei corridoi umanitari “istituzionali”, ovvero messi in atto dagli stati con l’eventuale appoggio logistico delle ONG accreditate, e non da entità “private” che peraltro poco possono fare, e con i quali gestire il numero di ingressi e al contempo garantire a chi passa un percorso di reale integrazione, ad esempio, non può non essere valutata più approfonditamente di quanto sia stato fatto finora); nessuno che concepisca e renda operativo un vero programma di integrazione per i nuovi arrivati, e non intendo dire solo per le cose più “funzionali” come la lingua ma pienamente e approfonditamente culturale (ma qui, ahinoi italiani, pecchiamo assai di mancanza “nazionale” di cultura diffusa: come ha giustamente osservato qualcuno, che valori culturali possiamo insegnare ai migranti se sono gli italiani i primi a non coltivarli e rispettarli?); nessuno che sappia concepire la questione su un piano geopolitico spaziale e temporale ben più vasto di quello che concerne le coste dell’Europa del Sud o il bacino del Mediterraneo, quando è del tutto evidente, appunto, che l’intero pianeta presenta fenomeni migratori importanti e imponenti aventi cause e peculiarità similari, e non considerarli in un’ottica globale (in primis culturale, ribadisco, di nuovo) dall’orizzonte necessariamente lontano nel tempo è una prova di cecità e ottusità politica drammatica e potenzialmente letale.

In verità, mi viene da dire, non stiamo vivendo una “questione immigrazione”, ma una “questione incapacità politica” e “analfabetismo socioculturale”: condizioni che, non a caso, nel tempo sono risultate più volte funzionali a situazioni e periodi assolutamente biechi e autodistruttivi – nuovamente, historia magistra vitae. La questione esiste e ha una considerevole complessità, sia chiaro, per questo deve essere affrontata nel modo più civile, rigoroso ed efficace possibile, scaturendo le soluzioni dall’approfondita analisi culturale del fenomeno – la quale peraltro, se sviluppata su un piano storico, può già fornire illuminanti dettagli al riguardo. Una storia che dimostra con ben pochi dubbi come i movimenti migratori hanno sempre rappresentato in primis un’opportunità di sviluppo e progresso, ben prima che un problema o un pericolo: a patto di essere preparati alla loro gestione e consapevoli della portata del fenomeno – consapevolezza verso cui qualsiasi posizione di matrice anche vagamente xenofoba si è sempre dimostrata antistorica e terribilmente nociva per chi la sosteneva, non per chi ne era bersaglio. Oggi più che nel passato avremmo e abbiamo i mezzi, le risorse e le basi culturali per gestire tali fenomeni antropologici al meglio, conciliando rispetto dei diritti umani, rispetto delle leggi, sicurezza sociale, impatto sociale ed economico, integrazione, salvaguardia civica: invece, forse peggio che in passato per certi versi, trattiamo la questione in modo rozzo, barbaro, antistorico e deviante, aggravandone ogni giorno di più la complessità e la portata.

Ribadisco ancora, una volta per tutte: è soprattutto un problema culturale. Il che lo renderebbe facilmente – o quanto meno funzionalmente – analizzabile, studiabile, vagliabile e, infine, non così difficilmente gestibile. Invece, purtroppo, è proprio l’elemento che lo rende potenzialmente devastante, e non certo per colpa principale dei migranti, che giungono in una parte del mondo che possiede una immane ricchezza culturale, ma continua a fregarsene – qui e in altre situazioni – di averla a disposizione.

P.S.: cliccando sull’immagine in testa al post potrete leggere un ottimo saggio di Nora Federici sui fenomeni migratori nella storia passate e presente, tratto dall’Enciclopedia di Scienze Sociali Treccani.

I viaggiatori dell’edizione 2017 di “In Viaggio sulle Orobie”

(Ripubblico paro-paro qui l’articolo uscito sul sito di OROBIE – cliccate sull’immagine per leggerlo in originale e vedere anche la relativa galleria fotografica – nel qual sito peraltro troverete ogni altra informazione e presentazione utile a conoscere meglio l’imminente “Viaggio sulle Orobie”, giunto alla sua quinta edizione. Oppure, potete anche dare un occhio qui.
Ah, ringrazio la redazione per avermi definito “eclettico”! Mica roba da poco, eh!)

In Val Biandino, la cui testata è percorsa dalla 2a tappa della DOL, al cospetto del celeberrimo Pizzo dei Tre Signori.

A guidare il folto gruppo dei viaggiatori sarà Francesca Mai, Accompagnatore di media montagna del Collegio guide alpine della Regione Lombardia. Giovane e grande appassionata di montagna, sarà la capo cordata ideale del nostro trekking sulla DOL – Dorsale Orobica Lecchese.

Il viaggio vedrà come sempre la presenza di personaggi legati a mondi artistici e professionali differenti. Saranno con noi Bruno Bozzetto, celebre disegnatore e regista; il giornalista Lorenzo Cremonesi, inviato del Corriere della Sera e profondamente legato alla Dol e al territorio circostante; l’alpinista e scrittore Enrico Camanni, tra i promotori della rete del turismo sostenibile «Sweet mountains». Del gruppo degli alpinisti fanno parte anche Pietro Buzzoni e Mario Curnis, decano degli scalatori bergamaschi e presente fin dalla prima edizione de “In viaggio sulle Orobie”.

Saremo affiancati nel cammino anche da Alessandro Calderoli, istruttore di scialpinismo del CAI e medico del Soccorso alpino; Stefano D’Adda, agronomo e perito agrario e storico collaboratore di OrobieSergio Poli dell’ERSAF, che è stato tra i realizzatori del primo tracciato della DOL; il biologo e ricercatore Michelangelo MorgantiLudovico Roccatello di Slow Food. Immancabile il nostro chef di viaggio Michele Sana.

Nutrita la squadra degli artisti, composta dal musicista Davide Riva – che sarà affiancato da Martin Mayes -; Paola Piacentini e Giorgia Battocchio, conduttrici di Radio Popolare e l’eclettico Luca Rota, autore di una decina di lavori letterari e a sua volta conduttore di programmi radiofonici; Davide Mauri, artista visuale; e Luca Radaelli, autore, regista e attore teatrale.

Ci aiuteranno infine a raccontare questa splendida avventura i fotografi Marco Mazzoleni e Umberto Isman; e il documentarista Carlo Limonta.

Buon viaggio a tutti!

INTERVALLO – Oslo (Norvegia), The Future Library

Nelle foreste intorno a Oslo, nel 2014, è nata una “biblioteca” che offrirà i libri in essa custoditi ai lettori… nel 2114!

Future Library è un’installazione vivente creata nel 2014 dall’artista scozzese Katie Paterson. A Nordmarka, in un bosco appena fuori dai confini della città, sono stati piantati mille alberi che dovrebbero servire esattamente tra 100 anni, dunque nel 2114, a pubblicare una piccolissima e selezionata antologia di libri inediti, ai quali forniranno la cellulosa necessaria per la produzione della relativa carta. Dal 2015, ogni anno per 100 anni un autore ha consegnato e consegnerà un manoscritto che dovrà rimanere inedito fino alla data di pubblicazione, appunto nel 2114.

Il bosco stesso avrà l’incarico di proteggere i testi: questi infatti saranno racchiusi in scatole ermetiche e posti in una piccola camera protettiva ricoperta dalla legna del bosco stesso, pensata come uno spazio di contemplazione della letteratura e della natura, che sarà inaugurata nel 2018 nella New Deichmanske Public Library di Oslo.

Tuttavia, può essere che nel 2114 non si utilizzerà più la carta ricavata dalla cellulosa degli alberi per produrre libri. In tal caso, la piccola foresta della Future Library diverrà una vera e propria installazione artistica permanente capace di trasmettere un messaggio di speranza riguardo il rapporto tra uomo, cultura e Natura a quelle future generazioni che , tra un secolo, potranno finalmente leggere i libri appositamente scritti per la libreria.

Cliccate sulle immagini per visitare il sito web del progetto, oppure qui per la pagina facebook o qui per leggere un articolo in merito tratto da Storie.