La fine (prevedibile) di certo turismo alpino

«E voi ancora non avete visto niente… Se vi inoltrerete un po’ nel paese, non troverete più un cantuccio che non sia truccato e pieno di meccanismi come il palcoscenico dell’Opera: cascate illuminate a giorno, contatori all’ingresso dei ghiacciai, e per le ascensioni ferrovie idrauliche e funicolari senza risparmio. Peraltro, la Compagnia, per far piacere alla sua clientela di inglesi e di americani arrampicatori, ha conservato ad alcune montagne famose, come la Jungfrau, il Monaco, il Finsteraarhorn, il loro aspetto pericoloso e selvaggio, nonostante che anche quelle non presentino ormai più pericoli delle altre.»
«Ma i crepacci, caro mio, quei terribili crepacci… Se, presémpio, uno ci cascasse dentro?»
«Cascherebbe sulla neve, signor Tartarino, e non si farebbe niente di male: c’è sempre, laggiù in fondo, un portinaio, un cacciatore o qualche altro che vi raccatta, vi spazzola, vi sbatte e vi domanda con buona grazia: ‘Ha bagagli il signore?’»

(Alphonse Daudet, Tartarino sulle Alpi, 1885, citato in Paolo Paci,  L’Orco, il Monaco e la Vergine. Eiger, Mönch, Jungfrau e dintorni, storie dal cuore ghiacciato d’Europa, Corbaccio, 2020, pag.276.)

[Una raffigurazione di Tartarino sulla copertina di una vecchia edizione dell’opera di Daudet pubblicata da Bietti nel 1967; fonte qui.]
Anche Daudet, grazie alle (dis)avventure alpine del suo celeberrimo Tartarino, intuì benissimo – e fu tra i primi a prevederlo con tanta vividezza – la degradante fine che avrebbe (e ha) fatto in molti casi il turismo sulle Alpi. Eppure, ancora oggi in tante località si continuano a perseguire e imporre modelli di turismo che sviliscono la montagna e vi causano danni incredibili – cioè proprio da non credere che possano essere cagionati e che li provochino quelli che si fanno credere i “difensori” dei monti, quelli che “li hanno a cuore”, che li vogliono “valorizzare”… quando invece ne guastano la realtà, il valore, la cultura e qualsiasi buon futuro.

Perché ancora oggi, dopo quasi un secolo e mezzo da quei primi illuminanti moniti e dopo tutto quanto accaduto fino ai giorni nostri, molte zone delle Alpi devono sottostare alle convinzioni, alle opere e alle relative conseguenze di così inopinate e pericolose menti bacate?

A proposito di ripartenza della scuola

Nell’opera di portata capitale dell’educazione dei fanciulli, la montagna ha da svolgere il ruolo più importante. La vera scuola deve essere la natura libera, con i suoi bei paesaggi da contemplare, le sue leggi da studiare dal vivo, ma anche gli ostacoli da superare. Non è nelle anguste aule con le inferriate alle finestre che si formeranno uomini coraggiosi e puri. Diamo loro piuttosto la gioia di bagnarsi nei torrenti e nei laghi di montagna, portiamoli a passeggio sui ghiacciai e sui campi di neve, conduciamoli alla scalata delle grandi vette. Non solo impareranno senza fatica ciò che nessun libro può insegnar loro, non solo si ricorderanno tutto ciò che avranno imparato nei giorni felici in cui la voce del professore si confondeva, per loro, in un’unica impressione con la vista di paesaggi affascinanti e grandi, ma si saranno inoltre trovati in faccia al pericolo e lo avranno gioiosamente sfidato. Lo studio sarà per loro un piacere e il loro carattere si formerà nella gioia.

(Élisée ReclusStoria di una montagna, Tararà Edizioni, Verbania, 2008, pagg.157-158; 1a ed.1880.)

Già, la montagna può ben essere – lo si usa dire, d’altro canto – “una scuola di vita”: come lo è stata in passato lo può essere oggi e, per molti aspetti, nel futuro. Ma se a qualcuno tale affermazione potrebbe sembrare “retorica” (a volte per colpa di chi la utilizza), Reclus rimarca da par suo che la montagna è una scuola, punto. Sic et simpliciter.
Poi lo è di vita ovvero per la vita, per il carattere e per lo spirito, per la volontà, per l’intraprendenza e per chiunque e in ogni sua età, nel ragazzino certamente ma, perché no, anche nell’adulto, che tra i monti troverà sempre qualcosa di importante e significativo da imparare.

L’invasione turistica dei monti, tra calamità e opportunità

[Invasione di turisti come in città al Sass Pordoi, 2900 m, nelle Dolomiti. Immagine tratta dalla pagina facebook del CNSAS – Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, qui.]
In queste settimane leggo frequentemente articoli e opinioni sull’invasione delle Alpi italiane da parte di turisti, gitanti e vacanzieri quale “inopinato” effetto collaterale del Covid, con osservazioni e riflessioni assolutamente condivisibili – questo è uno dei più recenti, dal sito di Mountain Wilderness; anche questo, da “Il Dolomiti” contiene testimonianze e osservazioni interessanti.

D’altro canto a me, da “operatore culturale” che lavora in (ovvero per la) montagna, per molti versi fa piacere vedere così tanta gente sui monti, seppur i problemi notevolissimi dovuti a tale afflusso risultino parecchio preoccupanti. Al di là dell’impatto ambientale, la cui considerazione lascio a chi ne abbia competenza e voce autorevole – e la citata MW è tra gli attori migliori in tal senso – ora qui voglio considerare la questione dal punto di vista culturale, riflettendo, più che sulla quantità, sulla qualità della presenza turistica. E mi viene di farlo in senso critico, anzi, autocritico, perché ho l’impressione che noi (io per primo) operatori culturali che lavoriamo in montagna, non abbiamo saputo prevedere questa pur insolita e forse temporanea evoluzione della frequentazione turistica popolare, ovvero l’abbiamo sottovalutata quando ha preso a manifestarsi e per questo abbiamo di conseguenza perso (o stiamo perdendo, tutt’ora) l’occasione per attivare una “riabilitazione” culturale dei territori alpini capace di distogliere almeno qualche visitatore (nuovo, magari) dai soliti meccanismi di fruizione meramente e bassamente turistici, dunque degradanti, delle montagne, quelli che sovente le trasformano in meri divertimentifici alpini come fossero bizzarri luna park che deturpano monti trasformati in periferie d’altura delle città, privati di qualsiasi valore culturale e di contro dotati di una “valenza estetica” (oltre che ludico-ricreativa e commerciale, come detto) totalmente inventata e decontestuale.

Insomma, rimarco in primis a me stesso: dovevamo (dovremmo) approfittare di quest’occasione per rimettere in evidenza a tutta questa folla l’importanza culturale autentica della montagna, che non è certo quella delle funivie, dei solarium (cose che, per carità, ci stanno anche ma con buon senso), degli slogan promozionali sovente stupidi e degli stilemi cittadini riprodotti in quota per non far sentire troppo “spaesati” i vacanzieri (i quali così finiscono per comportarsi sui monti come in città, come fossero nel parcheggio sotto casa o sulla metro, vittime e al contempo artefici del degrado alpino), e che non è nemmeno quella della montagna contrapposta e antitetica alla città o della presunta “wilderness” che in verità sulle Alpi non esiste da secoli, ma che è quella di un macro luogo dotato di identità e valenze uniche che vanno intese e comprese – almeno un poco, e con un minimo sforzo intellettuale – nel loro senso più autentico e importante, il quale presuppone una fruizione diversa e dedicata al fine di goderne al meglio i pregi e le bellezze. E se una predisposizione intellettuale, culturale e spirituale del genere non c’è (ovvero pare non esserci) in molti dei frequentatori della montagna nel corso di quest’estate, be’, va adeguatamente attivata e coltivata: chissà quanti ostaggi del suddetto bieco turismo di massa sarebbero invece pronti a osservare con occhi diversi e capire con mente più attenta il valore autentico delle montagne, diventandone dei rispettosi e consapevoli visitatori! Ribadisco: non perché la montagna sia “meglio” della città, semmai perché la montagna è altro rispetto alla città, ed andare a visitarla come se si visitasse una città – o, peggio, un centro commerciale, viste certe situazioni – è un po’ come assistere ad un concerto musicale di gran pregio con le cuffiette nelle orecchie che trasmettono tutt’altra musica, e ben più banale, solo perché si è abituati a farlo quotidianamente, a casa, per mero e disimpegnato intrattentimento. Essendo altro, la montagna, ha ugualmente bisogno d’altro per essere goduta appieno, e ciò vale in ogni senso: altri ritmi, altri tempi, altri modi per muoversi in e su di essa, altre modalità di relazionarsi con il territorio e il paesaggio, altre sensibilità, altre percezioni, altri moti d’animo, altre libertà di pensiero e d’azione. Ha bisogno di “altre” persone, mi verrebbe da dire, pur rimanendo, ciascuno, le stesse persone di sempre: la montagna sa attivarci anche questa dote, in effetti, ampliando e acuendo le nostre possibilità cognitive così da poterci sentire non più meri turisti o “clienti” dei monti ma parte essenziale dei monti stessi, viaggiatori delle terre alte nel senso più compiuto del termine, elementi armonici con l’ambiente montano capaci di dialogare fluentemente con i loro Genius Loci, ecco.

Abbiamo mancato l’occasione, al momento, ma possiamo recuperare, io credo. Possiamo cercare di ridare dignità culturale alla gran massa di visitatori che salgono sui monti salvandola dai “recinti” (le strade trafficate come in città, i parcheggi, le code alle funivie, le cabine delle funivie, i resort-non luoghi, l’immaginario finto e deviante, eccetera) nei quali la più bieca industria turistica la rinchiude al fine di ricavarci più tornaconti possibili infischiandosene del paesaggio montano, della sua cultura, della sua gente e del suo futuro. Dovrebbe diventare, questo “recupero culturale salvifico” dei monti, uno degli scopi fondamentali di noi che operiamo sulle e per le montagne, nei prossimi mesi, fosse solo per non lasciare che da questa “invasione turistica” post lock down ne possano derivare solo danni e degrado, da qualche stolto creduti come “scoperta” o “guadagno” ma in verità ennesime sofferenze inflitte ad un mondo, quello delle terre alte, già troppo soggiogato, offeso, maltrattato, torturato da numerosi elementi ad esso avversi ma sodali a certi meccanismi politico-economici di potere.

Riuscissimo, nello scopo suddetto, potremmo realmente contribuire alla costruzione di una bella fetta di buon futuro per le nostre montagne, a vantaggio non solo loro ma di tutti quanti.

 

In vetta anche gli sfaticati e i pigri

Presto o tardi le ere eroiche dell’esplorazione delle montagne avranno fine come quelle dell’esplorazione del pianeta stesso e il ricordo dei celebri scalatori si trasformerà in leggenda. Una dopo l’altra, tutte le montagne delle contrade popolose saranno state scalate; sentieri facili, poi strade carrozzabili verranno costruite dalla base alla vetta per facilitarne l’accesso anche agli sfaticati e ai pigri; si faranno brillare mine tra i crepacci dei ghiacciai per mostrare ai curiosi la struttura del cristallo; ascensori meccanici verranno installati sulle pareti dei monti un tempo inaccessibili e i “turisti” si faranno issare lungo muraglie vertiginose, fumando un sigaro e chiacchierando di pettegolezzi.

(Élisée ReclusStoria di una montagna, Tararà Edizioni, Verbania, 2008, pag.154; 1a ed.1880.)

Insomma: già quasi un secolo e mezzo fa Reclus – non a caso una delle menti più brillanti della modernità – aveva intuito perfettamente la sorte che avrebbero subìto numerose località alpine: quella di diventare dei luna park montani per orde di “turisti” (si notino le virgolette) sfaccendati e comunque assai poco interessati alle montagne e al loro valore. Eppure, nonostante il tono già beffardo con il quale il grande geografo francese disquisiva del fenomeno, segnalandone così tutta la folle assurdità, in 140 anni nulla si è fatto per contenerne il dilagare, anzi, lo si è reso e imposto come qualcosa di “necessario per il bene della montagna”. Solo negli ultimi tempi si sta cominciando a comprendere quali danni abbia causato ai monti questo modus operandi, tuttavia c’è ancora chi persevera nell’attuarlo, decantandone “l’opportunità” solo per nascondere dietro di essa i propri bassi tornaconti (basta constatare quello che sta accadendo nelle Dolomiti, in vista dei prossimi Mondiali di Sci 2021 e delle Olimpiadi del 2026). Un po’ come scriveva Reclus, questo modo di agire sta facendo diventare anche la montagna un “pettegolezzo”: qualcosa di futile, vuoto di senso, buono per il momento e da consumarsi in tal senso e infine inutile. Forse perché, come sosteneva Walter Bonatti, la montagna insegna a non barare, a essere onesti con se stessi e con quello che si fa: cioè, insegna tutto quello che gli individui che hanno trasformato i monti in orribili e insensati divertimentifici alpini solo per fare soldi non impareranno mai.

Élisée Reclus, “Storia di una montagna”

Quando visitiamo un territorio, lo osserviamo, lo studiamo e cerchiamo di conoscerlo al meglio ma sovente anche solo attraversandolo nel modo più ricreativo ma in ogni caso quando stiamo, in quel territorio, intessiamo una relazione la quale, oltre che della nostra sensibilità e del nostro bagaglio culturale, si nutre del corpus di esperienze, situazioni, narrazioni, conoscenze e visioni di chi prima di noi ha viaggiato, lì o altrove, generando la concezione contemporanea di viaggio – non tanto nel senso turistico quanto in quello culturale. Altri viaggiatori che nemmeno conosciamo, in buona parte dei casi, ma le cui avventure formano il “pacchetto base culturale” al riguardo, che noi apprendiamo in vari modi e sul quale costruiamo poi la nostra personale nuova avventura.

Ecco: se dunque noi oggi viaggiamo e visitiamo il mondo osservandolo e cogliendolo in un certo modo – cioè nel modo che determina la pratica del “viaggiare” contemporanea – e se noi concepiamo la geografia del territorio nel quale viaggiamo in un certo modo, che non lo sappiamo ma è diverso rispetto a quello di qualche decennio fa, lo dobbiamo anche a Élisée Reclus. Personaggio fondamentale delle discipline umanistico-geografiche nella cultura occidentale, considerato l’erede del celeberrimo Alexander Von Humboldt nonché il padre della moderna geografia, quella che dopo di lui e grazie a lui venne definita “geografia sociale” e più avanti geografia umana, figura di vastissima cultura e rarissima sensibilità, tanto da apparire premonitrice circa molte realtà contemporanee, eppure, Reclus, sconosciuto ai più, ignorato dai colleghi, messo al bando fino a non molto tempo fa ovvero alla sua “riscoperta” e ineluttabile illuminazione, al punto che oggi il suo nome e la sua opera appare imprescindibile per quasi ogni cosa affine alla geografia. E una tal sorte solo perché Élisée Reclus fu anche un attivista anarchico, difensore “scientifico” e appassionato della libertà degli individui, avversario di ogni potere politico che, tra le altre cose, aveva conformato la geografia politica del mondo in modi tanto arbitrari quanto illogici e soprattutto totalmente distaccati dalla storia della civiltà umana e delle genti da essi stessi governate. In tal senso si deve anche (e molto) a lui se oggi la storia e la geografia vengono considerate due discipline assolutamente “sorelle”, strettamente correlate e giammai affini a due ambiti umani e umanistici differenti: Reclus dimostrò con grande forza scientifica l’evidenza che è quasi sempre stata la storia delle genti a “formare” la geografia delle terre da esse abitate e non viceversa, come ancora oggi comunemente ritenuto. La geografia certamente influenza la presenza dell’uomo nel territorio, ma è poi l’uomo a determinare nei secoli la forma e il valore del territorio abitato, conferendogli scopo, valore, identità fino a trasformarlo in un “luogo”. Quella che oggi viene definita territorializzazione, e un tempo (si veda Eugenio Turri) “umanizzazione”, è a tutti gli effetti il moto fondamentale di conformazione e trasformazione dello spazio abitato dall’uomo sul pianeta, dunque l’elemento principale di determinazione delle geografie dei territori, anche quando esse diano l’idea di spazi ancora “vergini” o ancora dominati dalla Natura.

Se questa relazione tra l’uomo e il territorio è ovviamente palese negli spazi più antropizzati, diventa più sofisticata e per questo emblematica in montagna, luogo peraltro simbolico e rappresentativo anche per il concetto di “libertà” così amato e propugnato da Reclus. Per tutto ciò, nel fondamentale percorso culturale e geofilosofico reclusiano, un libro come Storia di una montagna (Tararà Edizioni, Verbania, 2008, con prefazione di Mercedes Bresso e commento/postfazione di Claude Raffestin; 1a ed.1880) assume un valore particolarmente grande ovvero a sua volta emblematico. []

(Leggete la recensione completa di Storia di una montagna cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)