Élisée Reclus, “Storia di una montagna” (Tararà Edizioni)

Quando visitiamo un territorio, lo osserviamo, lo studiamo e cerchiamo di conoscerlo al meglio ma sovente anche solo attraversandolo nel modo più ricreativo ma in ogni caso quando stiamo, in quel territorio, intessiamo una relazione la quale, oltre che della nostra sensibilità e del nostro bagaglio culturale, si nutre del corpus di esperienze, situazioni, narrazioni, conoscenze e visioni di chi prima di noi ha viaggiato, lì o altrove, generando la concezione contemporanea di viaggio – non tanto nel senso turistico quanto in quello culturale. Altri viaggiatori che nemmeno conosciamo, in buona parte dei casi, ma le cui avventure formano il “pacchetto base culturale” al riguardo, che noi apprendiamo in vari modi e sul quale costruiamo poi la nostra personale nuova avventura.

Ecco: se dunque noi oggi viaggiamo e visitiamo il mondo osservandolo e cogliendolo in un certo modo – cioè nel modo che determina la pratica del “viaggiare” contemporanea – e se noi concepiamo la geografia del territorio nel quale viaggiamo in un certo modo, che non lo sappiamo ma è diverso rispetto a quello di qualche decennio fa, lo dobbiamo anche a Élisée Reclus. Personaggio fondamentale delle discipline umanistico-geografiche nella cultura occidentale, considerato l’erede del celeberrimo Alexander Von Humboldt nonché il padre della moderna geografia, quella che dopo di lui e grazie a lui venne definita “geografia sociale” e più avanti geografia umana, figura di vastissima cultura e rarissima sensibilità, tanto da apparire premonitrice circa molte realtà contemporanee, eppure, Reclus, sconosciuto ai più, ignorato dai colleghi, messo al bando fino a non molto tempo fa ovvero alla sua “riscoperta” e ineluttabile illuminazione, al punto che oggi il suo nome e la sua opera appare imprescindibile per quasi ogni cosa affine alla geografia. E una tal sorte solo perché Élisée Reclus fu anche un attivista anarchico, difensore “scientifico” e appassionato della libertà degli individui, avversario di ogni potere politico che, tra le altre cose, aveva conformato la geografia politica del mondo in modi tanto arbitrari quanto illogici e soprattutto totalmente distaccati dalla storia della civiltà umana e delle genti da essi stessi governate. In tal senso si deve anche (e molto) a lui se oggi la storia e la geografia vengono considerate due discipline assolutamente “sorelle”, strettamente correlate e giammai affini a due ambiti umani e umanistici differenti: Reclus dimostrò con grande forza scientifica l’evidenza che è quasi sempre stata la storia delle genti a “formare” la geografia delle terre da esse abitate e non viceversa, come ancora oggi comunemente ritenuto. La geografia certamente influenza la presenza dell’uomo nel territorio, ma è poi l’uomo a determinare nei secoli la forma e il valore del territorio abitato, conferendogli scopo, valore, identità fino a trasformarlo in un “luogo”. Quella che oggi viene definita territorializzazione, e un tempo (si veda Eugenio Turri) “umanizzazione”, è a tutti gli effetti il moto fondamentale di conformazione e trasformazione dello spazio abitato dall’uomo sul pianeta, dunque l’elemento principale di determinazione delle geografie dei territori, anche quando esse diano l’idea di spazi ancora “vergini” o ancora dominati dalla Natura.

Se questa relazione tra l’uomo e il territorio è ovviamente palese negli spazi più antropizzati, diventa più sofisticata e per questo emblematica in montagna, luogo peraltro simbolico e rappresentativo anche per il concetto di “libertà” così amato e propugnato da Reclus. Per tutto ciò, nel fondamentale percorso culturale e geofilosofico reclusiano, un libro come Storia di una montagna (Tararà Edizioni, Verbania, 2008, con prefazione di Mercedes Bresso e commento/postfazione di Claude Raffestin; 1a ed.1880) assume un valore particolarmente grande ovvero a sua volta emblematico. Col suo tipico stile estremamente colto e al contempo sempre lirico, seppur mai retorico, e la sua capacità di esplicare concetti scientifici con la massima semplicità, narrandoli come fossero tante vicende d’una storia romanzata, Élisée Reclus racconta la geografia montana in tutti i suoi aspetti materiali, da quelli prettamente scientifici – le rocce, i cristalli, i fossili, le nevi, i ghiacciai, eccetera – a quelli naturalistici e climatici e quindi a quelli sociali, umanistici e finanche “politici”, con una trattazione che si mantiene costantemente duplice, sul piano materiale (cioè tecnico-scientifico e razionale) e sul piano immateriale (filosofico, meditativo e speculativo) offrendo in tal modo una visione e una cognizione delle varie realtà montane narrate sempre completa, coinvolgente e, per così dire, pedagogica, stimolando nel lettore la riflessione sui temi trattati.

In questo senso Storia di una montagna (si noti l’indeterminatezza di un tale titolo: «una montagna», senza alcun riferimento, così da poter paradigmaticamente dire «tutte le montagne») non è solo nello stile un’opera reclusiana, ma lo è pure nella struttura concettuale sulla quale è costruita. In qualche modo Reclus umanizza (ma in senso immateriale) la montagna, la rende una figura fondamentale per l’uomo che la abita, vi sale, la percorre, la vive, fa della sua geografia peculiare, con tutti gli aspetti e gli elementi che la compongono, un “luogo” nel senso più compiuto e assoluto del termine. In questo modo, di contro, l’uomo è in qualche modo costretto a intessere con la montagna una relazione che sia, a sua volta, la più compiuta possibile, il che significa pure la più reciprocamente virtuosa, non soltanto legata ai bisogni della sussistenza quotidiana e non solo all’estetica del paesaggio o alla sua purezza rigeneratrice: semmai, soprattutto, Reclus mette in evidenza – in modi per il tempo affatto retorici come invece poi è accaduto – quanto la montagna possa e debba essere una scuola di vita, fin dai primi anni di vita e per tutta l’esistenza. Così come «la montagna è una creatrice» nel senso ambientale della definizione perché «riversa nelle pianure le acque fertilizzanti e manda il loro limo nutriente», allo stesso modo la montagna può ben essere una “creatrice di umanità” proprio in forza dell’umanità della sua geografia, che l’uomo ha il dovere di comprendere, fruire e al contempo salvaguardare – dacché si può ben intestare a Reclus, con altri, anche la paternità di un moderno concetto di ambientalismo assolutamente scientifico, razionale e culturale. D’altro canto, a tale proposito e in considerazione della citata sensibilità profetica del geografo francese, come non rimanere sorpresi da quel brano nel quale (siamo nel 1880, ricordatevelo) Reclus prevede che sulle montagne «strade carrozzabili verranno costruite dalla base alla vetta per facilitarne l’accesso anche agli sfaticati e ai pigri; […] ascensori meccanici verranno installati sulle pareti dei monti un tempo “inaccessibili” e i “turisti” si faranno issare lungo muraglie vertiginose, fumando un sigaro e chiacchierando di pettegolezzi»? È la perfetta premonizione dell’attuale turismo alpino di massa, quello dove conta solo la parte ludica, il divertimento, il selfie sulla funivia e il gadget alpino “tipico” (Made in China, ovvio) mentre non contano più nulla la cultura del luogo, la sua identità, le sue peculiarità e le genti che lo abitano, ridotte a meri inservienti in loco d’una tale massificata “customer experience”, come si chiama con anglicismo sociologico. Nemmeno la bellezza del paesaggio conta ormai più, ridotta a scenario convenzionale dell’esperienza turistica, “bene” da consumare in quelle poche ore di permanenza in quota e il cui ricordo riservare a qualche immagine pubblicata sui social, della quale l’indomani non si ricorderà più nessuno.

In fondo, se la montagna è un ambito simbolico tanto quanto pratico di libertà, e se si vuole che così resti, va liberata di tante, troppe sovrastrutture materiali e immateriali che con essa non c’entrano nulla e su di essa sono state installate per il mero tornaconto di qualche imprenditore senza scrupoli e senza alcuna consapevolezza del valore dei luoghi e della loro importanza globale, cioè per tutti. Storia di una montagna è senza alcun dubbio un testo alquanto potente nel sostenere e pretendere per i monti un futuro diverso rispetto a quello bieco sovente ad essi imposto, migliore, più virtuoso, più consono alla loro realtà, alla loro cultura, alla vita delle genti che vi abitano. Se ciò accade, tutto il mondo ne guadagna, anche le lontane città nelle pianure iper-antropizzate: il godimento de «l’intimità della roccia, dell’insetto e del filo d’erba» montani citato da Reclus alla fine del testo è veramente una delle rare bellezze che può salvare il mondo. Farne a meno sarebbe soltanto deleterio, oltre che parecchio stupido.