Bologna e le città «zona 30»: bene ma non benissimo (perché si deve poter fare di più!)

P.S. – Pre Scriptum: se qualcuno si chiedesse perché io, occupandomi abitualmente di cose di montagna, a volte scriva di città, rispondo che, per capire meglio i territori montani e come li abitiamo, ho studiato a fondo le città e gli spazi metropolitani, antitetici per molti aspetti (ma non tutti) ai primi e anche per questo significativi e istruttivi per essi – scrivendoci pure sopra dei libri, su alcune delle città a mio parere più interessanti. Ecco.

[Foto di CristinaLama da Pixabay.]
Come si può leggere sui media – io lo leggo da “Il Post” – da martedì 16 gennaio 2024 nella maggior parte delle strade di Bologna è in vigore il limite di velocità di 30 chilometri all’ora introdotto lo scorso luglio dall’amministrazione comunale per far diventare Bologna la prima grande “città 30” in Italia. Negli ultimi mesi sono stati posizionati nuovi cartelli, è stata dipinta per le strade la nuova segnaletica e sono stati installati sistemi di rilevazione del traffico in vista dell’entrata in vigore dell’ordinanza che autorizza i controlli e le sanzioni.

È una bella notizia per la città, che ancora una volta si dimostra più avanti delle altre italiane su molti aspetti (basti constatare i tentennamenti prolungati della “iper contemporanea” Milano, al riguardo), e al contempo è una novità che molti contesteranno, sovente in base a ragioni raramente comprensibili e più spesso insensate, fuori luogo, strumentali e ben poco civiche. D’altro canto diventare una “città 30” non determina solo l’imposizione di quel limite sulle proprie strade ma comporta l’adozione di un modello di gestione urbanistica piuttosto articolato: peraltro nelle città europee dove questo modello è stato adottato i risultati si stanno ottenendo e sono molto positivi (come rivela lo stesso articolo de “Il Post” già citato).

[Foto di Jonas Stolle su Unsplash.]
In qualche modo, però, la decisione bolognese la “contesto” anch’io, pur lodandola. Perché, ancora, si tratta di un palliativo al problema del traffico nelle nostre città e alle conseguenze che determina – che non sono solo quelle legate alla pericolosità delle strade ma pure all’inquinamento, alla gestione del trasporto pubblico e della mobilità sostenibile, alla vivibilità, al benessere di chi vi abita, alla socialità e non ultime allo sviluppo urbanistico futuro. E perché resto dell’idea – già espressa in questo altro mio articolo del giugno 2023 – che una città, per potersi definire veramente e pienamente avanzata ovvero per poter garantire ai propri abitanti e chi la viva frequentemente un autentico benessere e una conseguente autentica socialità civica, con i numerosi vantaggi che da ciò a cascata derivano, dovrebbe eliminare del tutto il traffico veicolare dalle proprie vie centrali. Il modello a cui puntare e da raggiungere, per essere chiari, non è quello di Bruxelles, Edimburgo o Berlino – tutte “città 30” con ottimi risultati al riguardo e per questo prese a esempio sul tema – ma è Oslo, la prima città al mondo (quasi) senza auto nel proprio centro, avendo spostato buona parte del traffico su strade sotterranee e incrementato il più possibile la capillarità e l’efficienza del trasporto pubblico. E che al proposito non vengano fuori le solite scuse «Ma è una città piccola!» (falso, ha più di 700mila abitanti, quasi il doppio di Bologna), «Ma loro hanno spazio!» (l’avremmo anche noi, se cementificassimo e consumassimo di meno il suolo a disposizione), «Ma quelli hanno i soldi!» (li avremmo anche noi, se ne sprecassimo di meno) eccetera. Sono tutte scuse puerili: la verità è che manca la volontà politica di procedere in questa transizione e parimenti – inesorabilmente – manca la cultura civica che la possa auspicare, richiedere e sostenere.

In ogni caso, al netto di queste mie considerazioni – che non sono affatto critiche ma vorrei che fossero propositive, per continuare lungo la strada intrapresa da Bologna e, spero, a breve da altre città – non si può che plaudere alla novità bolognese, finalmente un’iniziativa decisamente protesa al futuro. Quelli invece che la stanno contestando, quando lo facciano in base alle suddette immotivate ragioni, dimostrano solo di essere rimasti fermi a un passato e a una mentalità arretrata destinati a svanire del tutto molto presto.

Una certa narrazione delle Olimpiadi 2026, sulla televisione pubblica

[Immagine tratta da www.rai.it/ufficiostampa/.]
In relazione al mio post di sabato 13 gennaio scorso pubblicato qui sul blog nel quale ho scritto della trasmissione di Rai3 “Far West” dedicata alle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, che andrà in onda questa sera alle 21.20, l’amico Luigi Casanova – che vi interverrà in qualità di massimo esperto del tema – mi ha inviato ieri le proprie considerazioni su un altro programma della stessa rete, “Petrolio”, andato in onda sempre sabato 13 e di nuovo sul tema “Olimpiadi”.

Tale programma non l’ho visto ma la mia conoscenza e considerazione nei confronti di Casanova mi impone l’obbligo di riportare le sue considerazioni tali e quali ricevute, che trovo del tutto significative circa la peculiare dimensione mediatica che si sta costruendo intorno al prossimo evento olimpico milanese-cortinese, che si direbbe funzionalmente orchestrata al fine di adombrare le tante (troppe) e grandi criticità che le Olimpiadi stanno generando.

Sabato 13 gennaio, è andata in onda la trasmissione “Petrolio” (quale offesa nel riprendere questo titolo, rivolta a Pasolini).
A parte lo scandalo di una stessa rete pubblica (Rai3) che nella stessa giornata con due gruppi diversi a Cortina intervista le stesse persone sullo stesso tema senza porsi nessun problema etico sul dovere del risparmio, quanto andato in onda sabato è riduttivo (sinonimo benevolo). Si è dimostrato cosa significhi essere giornalisti scendiletto.
Certo, hanno dato spazio a due grandi personalità come la giornalista Marina Menardi o come il forestale Silverio Lacedelli, autorevoli e riconosciuti combattenti a difesa dei beni comuni. Ma hanno censurato il sottoscritto, Giovanna Ceiner (Italia Nostra), la consigliera comunale di minoranza di Cortina Roberta De Zanna, mentre hanno dato spazio alla nullità del sindaco di Cortina Lorenzi.
Cosa dicevano questi tre censurati? Spiegavano, in grande sintesi ma con efficacia, perché le olimpiadi non sono a costo zero (a oggi 5,3 miliardi), perché non sono sostenibili (evitata la VAS nazionale), perché non aiutano la montagna nella lotta allo spopolamento, perché devasteranno le valli con impressionanti circonvallazioni, il gioco sporco che si sta attuando attorno alla pista di bob. Vi assicuro, era sufficiente una frase ciascuno ai tre censurati e il servizio cambiava registro, l’ascoltatore aveva chiaro il quadro di riferimento.
Del resto è sufficiente vedere chi c’era in studio. Il solito vuoto e altezzoso e perché no, incompetente Gianni Riotta, mentre è stata bravissima e chiara nel suo ruolo la signora Evelina Christillin. Anzi, ha sottolineato aspetto che noi da sempre sosteniamo: le strutture si migliorano laddove ci sono e funzionano (pista di bob e non solo).
Vergognosa poi la lunga “leccata” all’assessore altoatesino Alfreider riguardo la viabilità (la distruzione della val Pusteria), riguardo Plan de Corones e la ferrovia (la devastazione totale della montagna assieme a Val Senales). Invece, non una parola sullo scempio e i costi del centro del biathlon di Anterselva (oltre 40 milioni di euro di spesa).
Risultato: quello che doveva essere un servizio perlomeno laico sulle Olimpiadi si è trasformato in un’ulteriore marchetta pubblicitaria, senza portare rispetto agli intervistati che si sono generosamente donati all’inadeguato giornalista.
Speriamo che il servizio di domani sera (cioè stasera, n.d.L.), ore 21.20  su RAI 3 (“Far West”) sia più rispettoso della sensibilità contraria a queste olimpiadi. Il giornalista mi è sembrato del tutto diverso e più attento, anzi, preciso.

Il “rilancio turistico” del Monte San Primo, un progetto che puzza (veramente)

[Monte San Primo, 17 dicembre 2023.]
A molti di voi che sono a conoscenza e hanno seguito/stanno seguendo la questione del progetto di rilancio e sviluppo turistico del Monte San Primo (“OltreLario: Triangolo Lariano meta dell’outdoor” è la denominazione ufficiale), quello per il quale si vorrebbe riportare lo sci su pista a 1100 m di quota dove ormai a fatica nevica e fa freddo abbastanza per sciare spendendo un sacco di soldi pubblici, forse tale progetto è puzzato fin da subito, come si dice in questi casi.

Be’, sappiate che, nel caso, non avete affatto sbagliato e non solo metaforicamente. Sul San Primo si vorrebbero spendere più di due milioni di Euro (parte dei cinque previsti in origine dal finanziamento) per impianti di risalita, piste da sci, innevamento artificiale, parcheggi e quanto di conseguente, ma non c’è la fognatura.

Proprio così. Lo ammette suo malgrado (visto che non può negare l’evidenza dei fatti) lo stesso Comune di Bellagio, nel cui territorio è posto il Monte San Primo e che rappresenta l’ente capofila del suddetto progetto turistico, a seguito di un’interpellanza del Circolo Ambiente “Ilaria Alpi”, associazione che fa parte del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”.

Ora capirete bene perché il progetto vi puzza!

Dunque, per capirci: il Comune di Bellagio, insieme alla Comunità Montana del Triangolo Lariano, preferisce spendere sul San Primo due milioni di Euro di soldi pubblici in un progetto totalmente scriteriato, vista la realtà delle cose, che realizza infrastrutture sciistiche impattanti in un contesto totalmente inadatto, quindi sostanzialmente fallite prima di nascere, e non si adopera affinché vengano spesi per l’implementazione dei servizi di base territoriali a supporto di chi vive e lavora sul Monte, peraltro in opere che andrebbero – queste sì – a migliorare le condizioni ambientali della zona. Per giunta: si vorrebbero portare molti più turisti sul San Primo in forza delle nuove infrastrutture turistiche senza capire che per questo vi sia la necessità inevitabile di un sistema di fognatura e depurazione delle acque reflue consono al luogo e alle esigenze conseguenti? In un territorio, è bene rimarcarlo, noto per il proprio carsismo il cui sviluppo è solo parzialmente conosciuto e dunque assolutamente delicato e vulnerabile: peculiarità che imporrebbero agli amministratori locali di sistemare al meglio la gestione delle acque subito, senza alcun indugio e prima di pensare a qualsiasi altra iniziativa.

Ecco, ora capirete bene anche la visione e la sensibilità che gli enti i quali supportano il progetto di rilancio turistico manifestano riguardo il loro territorio e i suoi bisogni reali!

Fortunatamente, la massima parte dei media e dell’opinione pubblica sta comprendendo perfettamente l’irrazionalità e la pericolosità del progetto “OltreLario: Triangolo Lariano meta dell’outdoor”. Eccovi di seguito due delle più recenti testimonianze al riguardo, mentre trovate le numerose altre nel sito web del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”, nella pagina dedicata alla rassegna stampa. Da leggere, ascoltare e considerare approfonditamente.

[Servizio breve ma significativo sul Tg3 regionale del 3 gennaio 2024, dopo il minuto 29′. Cliccateci sopra per vederlo.]
[Articolo sul settimanale “Oggi” del 28 dicembre 2023. Cliccateci sopra per leggerlo.]
 

Le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 e ciò che comportano, lunedì sera su Rai3

[Foto di Jametlene Reskp su Unsplash.]
Lunedì prossimo 15 gennaio, alle ore 21.20 nel corso della trasmissione “Far West” su Rai Tre, andrà in onda un ampio servizio dedicati alle prossime Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 e alle numerose criticità che presentano – questo e gli altri grandi eventi sportivi gestiti dalla politica. Tra gli interventi vi sarà quello dell’amico Luigi Casanova, vicepresidente di Italia Nostra del Trentino, presidente onorario di Mountain Wilderness Italia e tra i massimi esperti del tema “Olimpiadi 2026” in forza del lavoro svolto e pubblicato nel suo libro Ombre sulla neve, del quale ho scritto qui.

Credo proprio che sarà una visione importante e assai utile a comprendere meglio la questione e le sue numerose, complesse implicazioni. Per quelli (come me) che magari non guardano la TV tradizionale, ci sarà ovviamente la possibilità di seguirla in streaming su Rai Play  o di recuperarla nel podcast del programma.

Il Lago d’Aral e l’industria dello sci

[Foto di tunechick83 da Pixabay.]
Probabilmente numerosi di voi conosceranno la storia del Lago d’Aral, ne avranno letto da qualche parte o visto le inquietanti immagini che la testimoniano.

In passato il Lago o Mare di Aral (definizione adottata della lingua inglese, Aral Sea), che si trova in Asia centrale tra l’Uzbekistan e il Kazakistan, era il quarto lago più esteso del mondo (circa 100mila kmq) al punto da essere definito “mare”, appunto. Oggi è ridotto al 10% della sua estensione originaria, persa in meno di 50 anni a causa dei prelievi massicci delle acque dei suoi immissari decisi a partire dagli anni Sessanta dall’allora governo sovietico per coltivare a cotone il deserto. Privato di gran parte dell’apporto dei corsi d’acqua che vi confluivano, il Lago d’Aral ha iniziato a ridursi progressivamente per la forte evaporazione: le acque si sono ritirate in tre bacini residui, lasciando una distesa arida, sabbiosa e salata (chiamata oggi deserto Aralkum), intrisa di residui di pesticidi provenienti dalle colture. La fiorente economia legata alla pesca è andata distrutta: nei bacini rimasti, la salinità era così elevata che i pesci sono quasi del tutto scomparsi. Uno dei più grandi disastri ecologici della storia umana, insomma.

Le immagini del Lago d’Aral che probabilmente avrete visto e che vi saranno risultate più emblematiche al riguardo, oltre a quelle aeree e satellitari che evidenziano la sparizione delle sue acque, sono di sicuro quelle delle numerose navi rimaste in secca nei porti scomparsi o adagiate in abbandono su quello che fino a qualche decennio fa era il fondale sottomarino e ora è il deserto Aralkum.

Inutile rimarcare che da tempo, e tanto più oggi, da quelle parti nessuno ha più pensato di spendere soldi per costruire nuove navi che possano solcare le acque dell’Aral, visto che di acqua nel lago non ce n’è praticamente più.

Be’, quando leggo sui media titoli e notizie come che vedete qui sopra (fateci clic per leggerla), mi viene in mente la storia del Lago d’Aral, già.

Cioè di quando nel bacino un po’ di acqua ce n’era ancora ma molto meno rispetto a un tempo e si era ormai compresa la sorte inesorabile che il lago avrebbe subìto. Al punto che laggiù non vi si costruirono più imbarcazioni ne piccole ne grandi che lo potessero navigare, come detto. Avrebbe significato buttare una gran quantità di soldi al vento, in buona sostanza. Come avreste guardato, e cosa avreste pensato, nel vedere qualcuno varare nel basso e irregolare fondale salmastro superstite di quello che un tempo era l’Aral un maxi-yacht, pure alquanto lussuoso, del costo di svariati milioni per giunta di origine pubblica?

Una follia, in buona sostanza.

Ecco. A leggere le suddette frequenti notizie, sembra che qui sì, se ne vogliono costruire ancora e parecchie di “grandi navi” nonostante l’acqua, nella forma cristallina che ricopriva e imbiancava le montagne al punto che un tempo si potevano facilmente definire un “mare” di neve, stia ugualmente diminuendo sempre di più, purtroppo. Già.