Una cartolina dal Gran Zebrù

Il Gran ZebrùKönigsspitze in tedesco – è senza dubbio una delle montagne più belle delle Alpi, imponente da ogni versante e spettacolare nella sua forma perfettamente triangolare visibile da sud ovest, dal prospiciente ghiacciaio del Cevedale – la si coglie bene nell’immagine qui sopra.

Ma il Gran Zebrù è una vetta affascinante per molte altre ragioni: geografiche, geologiche, storiche, alpinistiche e non da ultimo toponomastiche, possedendo due diversi nomi nelle lingue parlate sui versanti opposti ed entrambi assai particolari. La montagna, situata esattamente sul confine tra la Valtellina e il Tirolo e quindi tra la Lombardia e l’Alto Adige, ha infatti nomi che si affiancano nella cartografia ufficiale, uno insubre, poi adottato anche in italiano (Gran Zebrù) e uno tedesco (Königsspitze, che significa “Cima del Re”) e che apparentemente non danno adito a nessuna correlazione tra di essi, ma in realtà sono legati da una leggenda che affonda le sue origini sino al medioevo. Una leggenda che parla appunto di un sovrano, Johannes Zebrusius, chiamato “il Gran Zebrù”, feudatario nel XII secolo della Gera d’Adda (territorio realmente esistente, oggi in provincia di Bergamo) il quale si innamorò (ricambiato) di Armelinda, figlia di un castellano del Lago di Como che però si opponeva alla loro relazione. Al fine di fare colpo agli occhi del padre di lei e convincerlo a dargli la figlia in sposa, Johannes prese parte a una crociata in Terrasanta, rimanendovi per quattro anni.
Al suo ritorno però ebbe una sgradita sorpresa: il padre di Armelinda non solo non aveva cambiato parere, ma addirittura aveva concesso in sposa la figlia a un nobile milanese. Costernato e depresso Zebrusius decise di abbandonare il suo feudo e l’arte della guerra e recarsi in montagna, dove avrebbe vissuto da eremita, scegliendo come dimora la val Zebrù, dominata dalla montagna. Lì visse in solitudine per trent’anni e un giorno, cercando di dimenticare il passato con la meditazione e la preghiera, e quando sentì che stava giungendo la sua ora si sdraiò su un tronco collegato a un congegno di sua invenzione, che fece precipitare sul suo corpo un grande masso bianco, sul quale egli aveva precedentemente inciso “Joan(nes) Zebru(sius) a.d. MCCVII”. Tale masso è visibile ancora oggi, al limite inferiore del Ghiacciaio della Miniera. Lo spirito del sovrano, purificato dal dolore e da anni di privazioni, salì sino sulla vetta della montagna che divenne il “castello degli spiriti meritevoli”, del quale l’anima di Zebrusius è il re.
La leggenda e l’origine del nome italiano (e lombardo) della montagna si intrecciano: è probabile infatti che il nome Zebrù (che identifica anche un’altra vetta poco lontana, il Monte Zebrù) derivi dalla radice celtica se (“spirito buono”, “santo”) e dal termine brugh, anch’esso celtico, che significa “rocca” o “fortezza” – “castello degli spiriti buoni”, appunto.

Altre ricerche etimologiche però farebbero derivare il nome Zebrù dal latino super, cioè “sopra”, più in alto di qualsiasi altra montagna, la cima più alta (quando né l’Ortles né il Gran Zebrù erano ancora stati misurati è probabile che si ritenesse che quest’ultimo fosse il più elevato del massiccio).
Infine, nonostante la leggenda stessa possa indurlo a pensare, non vi è alcuna relazione tra di essa e il nome tedesco della montagna. Königsspitze e Königswand sembrano derivare da un errore dei topografi austriaci nel trascrivere il nome tirolese, Cunìgglspizze, che non avrebbe a che fare con König (“re”, “sovrano”) bensì con Könich, ossia “cunicolo” (il versante altoatesino della montagna è scavato da diverse miniere). Una seconda ipotesi fa comunque derivare il nome realmente dall’autorità regale, essendo la montagna posta al confine fra l’ex contea del Tirolo e il regno della Lombardia. Inoltre la forma dialettale venostana per “König” è “Kiini” (e Kiiniwant per “Königswand”), e gli etimi König e Kaiser (imperatore) ricorrono abbastanza spesso nella toponomastica montanara tirolese.

Per saperne ancora di più, sul Gran Zebrù – Königsspitze, sulle sue storie affascinanti e le sue antiche leggende, potete visitare la sezione a ciò dedicata del sempre illuminante sito web paesidivaltellina.it. Ancor più completo e approfondito, per come indaghi il monte sotto ogni punto di vista, è L’Anima del Gran Zebrù tra misteri e alpinisti, la monografia storica e alpinistica dedicata al Gran Zebrù scritta dall’alpinista Davide Chiesa.

Un “ticket” che fa di un paese un “borgo”

[Foto di Emibuzz, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
La recente introduzione di un biglietto d’ingresso (di 3 Euro) per visitare Corenno Plinio, meravigliosa località dalla lunga e affascinante storia sulle rive del Lago di Como, sinceramente mi lascia alquanto perplesso. I promotori dell’iniziativa – ovvero le amministrazioni pubbliche locali con il supporto di quelle regionali – sostengono che il denaro ottenuto dovrà servire per la manutenzione della località, piccola ma ricca di emergenze storiche e artistiche (a partire dal fascinoso Castello Andreani), a conseguente vantaggio del suo sviluppo turistico, il che parrebbe una motivazione comprensibile per l’introduzione del “pedaggio”. Tuttavia, è notizia delle ultime ore che la stessa Soprintendenza ai Beni Culturali pare lo abbia bocciato adducendo il fatto che «non rispetta le norme del Codice dei Beni Culturali», ovvero che «il regolamento non può considerarsi redatto secondo l’art. 103 del Codice dei Beni Culturali, in quanto il borgo di Corenno, secondo quanto definito dallo stesso Codice dei Beni Culturali, non può essere considerato “luogo pubblico della cultura” né “complesso monumentale”, e non vi è stata alcuna intesa col Ministero della Cultura.»

Ora, al di là delle conseguenti, immancabili beghe politiche che ne stanno scaturendo, trovo che far pagare un “pedaggio” per la visita di un luogo pubblico per giunta ordinariamente abitato – quantunque lo si definisca «museo a cielo aperto» ma in modo piuttosto superficiale nonché culturalmente discutibile, dal momento che una località abitata, pur pregevole, non può certo essere definita “museo” – sia un metodo parecchio arbitrario e per questo inevitabilmente controverso e controvertibile, il quale interpreta in modo fin troppo funzionale sia la pratica di tutela del patrimonio artistico e storico pubblico sia il concetto di place experience elaborato dalla sociologia del turismo contemporanea, ovvero un porre il luogo al centro delle strategie turistiche non per sostenerne i bisogni fondamentali e di conseguenza la vitalità sociale e civica (cioè quanto fa della località un luogo, un soggetto vivo e non un mero oggetto fruibile) quanto per sfruttarne troppo materialmente il richiamo turistico. Inoltre si crea un precedente che di sicuro è ben difficile da coniugare a realtà che pur possano sembrare apparentemente simili: il paragone con Civita di Bagnoregio è comprensibile ma piuttosto fuorviante e, in ogni caso, il pagamento del biglietto lì in vigore sta generando notevoli criticità culturali e di banalizzazione del luogo. D’altro canto ogni luogo fa a sé, possiede proprie caratteristiche e proprie esigenze anche dal punto di vista turistico: il pensare l’opposto è una delle grandi colpe imputabili al turismo di massa contemporaneo e a chi lo gestisce politicamente. È un precedente che genera il rischio effettivo per il quale ogni luogo che possa vantare anche minime attrattività spendibili in senso turistico finisca per pretendere un proprio “innegabile” pedaggio – seppur quanto sostenuto dalla Soprintendenza dovrebbe disinnescare tale rischio: ma siamo in Italia, paese nel quale ogni campanile suona le proprie campane come vuole pur quando vi siano norme specifiche al riguardo.

Un rischio invece ben concreto che ho già potuto riscontrare altrove, in circostanze assimilabili, è che alla base di iniziative come quella di Corenno Plinio si nasconda un sostanziale smarcamento degli enti pubblici di primo e secondo livello (province e comuni, in sostanza) sia “morale” che materiale, che si concretizza in una deresponsabilizzazione verso il luogo e le sue esigenze totalmente poste a carico degli enti locali, in primis i comuni, all’apparenza resi economicamente in grado di sostenersi in modo autonomo. Ciò consentirebbe ai soggetti pubblici superiori di risparmiare sui finanziamenti da destinare al luogo adducendo al riguardo una buona scusa (peraltro in un panorama generale di tagli dei contributi statali al settore culturale ormai “storicizzato”). D’altro canto, l’eventuale elargizione di finanziamenti pubblici a località e comuni dotati di queste entrate “turistiche” creerebbe una palese disparità nei confronti di altri comuni che ne sono privi, peraltro sia da una parte che dall’altra: il comune che ha il ticket può e deve ottenere meno soldi pubblici di chi non lo ha? E come si può quantificare una proporzione che sia equa e determinata, se per sua natura l’introito dei ticket è di misura variabile?

Insomma: pagare un pedaggio per accedere ad un luogo pubblico le cui valenze culturali pur significative risultano accessorie alla principale funzione residenziale (sia essa soddisfatta anche solo da pochi abitanti) mi sembra realmente una forzatura sotto molteplici aspetti e un’imposizione le cui motivazioni a sostegno risultano ben più deboli delle effettive obiezioni e delle problematiche che si generano. Non voglio dire che sia un sistema da cassare tout court ma, senza alcun dubbio, così imposto e giustificato, appare culturalmente e civicamente forzato nonché potenzialmente nuocente l’immagine turistica del luogo, anziché risultare per essa attrattivo. Infine, temo che queste pratiche di autosostentamento finanziario messe in atto dai soggetti pubblici non siano altro che l’ennesima conseguenza dell’arretratezza dell’Italia in tema di stanziamenti a sostegno del settore culturale (vedi sopra), che il recente Art Bonus ha solo parzialmente mitigato e al quale si lega l’atavico scollamento nostrano tra mondo imprenditoriale e panorama culturale per il quale, da noi, è assai rara – e non viene nemmeno granché coltivata – una pratica filantropica a sostegno di beni di pregio della collettività da parte di soggetti privati, che invece in molti paesi esteri è una parte importante del sostentamento economico  e dell’attività degli enti culturali. A tal riguardo, un luogo come Corenno Plinio, autentico piccolo ma prezioso gioiello del Lario, forse meriterebbe un’attività più condivisa e coordinata di gestione e sviluppo della sua attrattiva culturale, e di rimando turistica, tra pubblico e privato, che sappia attivare pure un proficuo fundraising tra quei soggetti – i cosiddetti portatori d’interesse o stakeholders – che potrebbero essere coinvolti nel sostegno filantropico, ribadisco, delle emergenze storiche, architettoniche e artistiche del borgo, così come di tante altre località di pregio assimilabili di cui l’Italia è ricca – ma verso le quali fin troppo carente di cura.

In ogni caso, ticket o non ticket, di sicuro ciò che più conta è che Corenno Plinio – per citare la visione illuminante dell’antropologo Vito Tetinon venga trasformato in un mero “borgo” ma resti un paese vero, ovvero rimanga un luogo vivo e vissuto, non un «posto illusorio, un piccolo paradiso in cui vivere da turisti, con tutti i comfort, e poi tornare a casa» (cito sempre Teti) per di più “musealizzato” con tanto di biglietto d’ingresso: una tale eventualità non rappresenterebbe la valorizzazione della località ma la sua rovina. E credo che nessuno, a fronte di tanta bellezza, storia, paesaggio naturale e umano, cultura, voglia e vorrà correre un rischio così grande.

Massimo Centini, “I segni delle Alpi”

I processi di identificazione, appropriazione e umanizzazione dei territori che l’uomo formula e mette in atto fin dalla notte dei tempi possono essere concepiti anche – con una formula che a me piace parecchio – come una pratica di scrittura del (o sul) territorio della storia (o delle storie) delle genti che lo abitano nel corso del tempo, pratica che utilizza particolari codici semiologici i quali a loro volta si sono sviluppati nei secoli fino alle più complesse forme moderne, sviluppando al contempo una semantica che a volte è giunta ben leggibile fino ai giorni nostri, altre volte si è persa o è stata dimenticata. Tuttavia i segni restano, testimonianza sovente antichissima e messaggio intrigante di genti che hanno sviluppato relazioni particolari con i territori e i luoghi nei quali hanno inscritto quei segni: e se cogliere oggi il loro significato originario è un esercizio ostico, spesso meramente speculativo, constatarne la presenza marcante e così emblematica nella definizione culturale di quei territori e delle loro comunità residenti è un’attività non solo affascinante ma assolutamente necessaria e fondamentale al fine di mantenere vivi quei territori, la loro cultura, la storia, l’identità, conservando parimenti attivo il dialogo con il Genius Loci, riconoscendo e comprendendo il valore del luogo e ciò che da secoli, se non da millenni, custodisce. Con la possibilità per giunta di indagare e magari trovare la chiave di decifrazione di quei segni, di scoprirne il codice e così svelarne il messaggio: una ricerca oltre modo affascinante e comunque sempre illuminante, anche quando il codice resti segreto (il che ne preserva l’attrattiva, d’altronde).

Massimo Centini, antropologo torinese dalla fervida e variegata attività di ricerca su temi culturali “alternativi”, con una marcata predilezione per quegli ambiti che presentino ancora argomenti arcani e non spiegati e una produzione editoriale nella quale più volte ha disquisito di questi temi riferiti ai territori montani, ne I segni delle Alpi (Priuli & Verlucca, 2014) indaga la vastissima produzione semiotica millenaria delle genti alpine che, in forza delle regioni abitate, delle loro peculiarità e della conseguente particolare relazione intessuta con il territorio, risulta alquanto emblematica. Confrontate infatti con un ambiente oltre modo difficile, nel quale la residenza assumeva la costante forma di sussistenza quando non di sopravvivenza, le popolazioni alpine hanno inevitabilmente sviluppato un rapporto speciale con la Natura, il paesaggio, le altre specie viventi così come con i vari aspetti immateriali legati a una presunta matrice divina, magica o variamente sovrumana: rapporto che si è poi manifestato in una produzione di segni, di tracce, di “scritture” estremamente variegata nonché spesso arcana. []

[Rosa camuna (evidenziata). Località Carpene, Parco archeologico e minerario di Sellero, Val Camonica. Foto di Luca Giarelli, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
(Potete leggere la recensione completa de I segni delle Alpi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Fare cose belle e buone in montagna. A Livinallongo del Col di Lana, ad esempio

Siccome trovo doveroso impegnarmi nella critica – sempre argomentata e il più possibile costruttiva, per quanto mi riesce – di certi interventi realizzati sulle montagne che appaiono assai poco consoni al delicato contesto paesaggistico e culturale quando non invasivi e degradanti, è bene che di contro mi debba impegnare – per quel nulla che posso – a segnalare azioni, progetti e realizzazioni virtuose, lavori ben fatti, iniziative che finalmente si poggiano su visioni e paradigmi rinnovati o innovativi mirati a un diverso e miglior futuro per i territori rurali e montani in primis. Perché se è purtroppo evidente che vi siano in circolazione fin troppi amministratori pubblici locali i quali, coi loro sodali privati, combinano dei gran disastri in base a visioni del tutto superate e fallimentari della gestione del territorio e delle sue fruizioni (o, come sostiene qualcuno, semplicemente per propria mera stoltezza), per giunta sperperandoci notevoli somme di denaro pubblico, è anche vero che ce ne sono tanti altri che invece si dimostrano ben più attenti e sensibili alla cura del proprio territorio capendo l’importanza di attivare uno sviluppo diverso, per ora alternativo a quello “mainstream” ma inevitabilmente destinato a diventare quello principale anche perché necessario e vitale, come ribadisco, per il futuro delle aree rurali e montane e delle comunità che le vivono.

Fare cose per bene, belle e utili si può: a volte affinché ciò avvenga è innanzi tutto una questione di testa, di forma mentis diffusa e di consapevolezza da parte di ogni singolo individuo, non solo di buona amministrazione politica. Che d’altro canto è spesso una conseguenza positiva di quella situazione, così come la politica dannosa lo è in negativo della situazione opposta.

Uno degli esempi in tal senso che mi viene in mente è quello del comune di Livinallongo del Col di Lana, in provincia di Belluno, che non a caso ha ottenuto la “Bandiera Verde” di Legambiente nel corso dell’ultima Carovana delle Alpi, lo scorso anno, ma che pure al di là di tale titolo che qualcuno vorrà vedere e bollare come mera iniziativa “ambientalista” nel senso più ideologico del termine, presenta una ammirevole volontà di innovazione dei paradigmi di gestione politica dei territori montani attraverso una visione ecosistemica condivisa da molti soggetti locali, una rete resiliente che nella sostanza riporta direttamente al concetto di “ambiente” ovvero di dimensione partecipativa condivisa che relaziona i soggetti partecipanti nell’ottica di una visione consapevole e di un progetto “vitale” comune, in questo caso la valorizzazione autentica del meraviglioso territorio del Livinallongo funzionale al suo sviluppo economico, sociale e culturale piuttosto che al suo mero sfruttamento dettato dalle solite, deleterie monoculture turistico-commerciali che d’altro canto già sono state pesantemente imposte ai territori circostanti.

Il comune di Livinallongo del Col di Lana, localmente conosciuto con il nome ladino Fodóm, è situato nell’alta Val Cordevole, compreso tra i passi dolomitici Pordoi, Campolongo e Falzarego. È composto da diverse frazioni e borgate tra cui Pieve e Arabba, celebre località turistica estiva e invernale. Il territorio è collocato al confine tra la provincia di Belluno e quelle di Trento e Bolzano. Il Col di Lana, che domina questo territorio, è anche tristemente celebre per le pagine di sangue che qui furono scritte durante la Grande Guerra.

Un territorio che negli ultimi anni – pur resi ancora più complessi dalla difficoltosa ripresa dalla tempesta Vaia del 2018 che si è aggiunta ai problemi cronici delle aree interne quali spopolamento, crisi del mercato abitativo, e difficoltà per l’imprenditoria locale – ha saputo implementare la capacità di capacità di ascolto e coinvolgimento della popolazione dando dimostrazione che alla convinta opposizione alla realizzazione di nuovi impianti sciistici di collegamento fra il comprensorio di Arabba e quello di Cortina d’Ampezzo passando Per la “Zona Settsass” (il cosiddetto “Carosello no-car delle Dolomiti”) è possibile rispondere con la cura capillare e diffusa del territorio, la custodia e valorizzazione dell’ambiente e dei saperi locali, in linea con gli obiettivi del Green Deal europeo per la riduzione delle emissioni di gas clima-alteranti.

Il Comune di Livinallongo con la ferma opposizione al progetto di carosello sciistico che ha saputo accogliere e coinvolgere associazioni e comitati locali, ha portato alla ribalta nel territorio dolomitico la crisi del modello di sviluppo turistico ponendo contestualmente al centro delle opportunità di progresso del territorio la necessità di coltivare percorsi nuovi e alternativi per il territorio montano. Tra queste azioni, la più importate è la recente adesione al programma di collaborazione interregionale e interprovinciale fra la Provincia Autonoma di Bolzano, il Comune di Selva di Val Gardena, il Comune di Corvara, la Provincia Autonoma di Trento, il Comune di Canazei, la Regione Veneto, la Provincia di Belluno e appunto il Comune di Livinallongo del Col di Lana, che vedrà la progressiva interdizione al traffico delle auto private attorno al gruppo del Sella, attraverso la realizzazione di sistemi di mobilità integrata per decongestionare il traffico sui passi e nelle valli, per favorire la mobilità dolce e un approccio ecosostenibile per il turismo nelle Dolomiti.

Un agire concreto che mira a sostenere e valorizzare l’immenso patrimonio naturale UNESCO nel cuore delle Dolomiti nel segno della sostenibilità, ponendo la resilienza della comunità al riscaldamento globale come chiave per il progresso delle aree montane, sempre più consce della crisi climatica e orientate a rafforzare il ruolo dei servizi ecosistemici in contrapposizione a monocolture economiche stagionali e non più sostenibili.

Per saperne di più sul comune di Livinallongo del Col di Lana e sulle peculiarità del suo territorio, cliccate qui. Per leggere invece il rapporto e la motivazione della “Bandiera Verde” assegnata al comune dalla Carovana delle Alpi, cliccate qui.

Ciò che ci insegna la civiltà africana

[Un pastore Masai. Foto di Bertrand Lacote, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]

All’equilibrio ecologico corrispondeva un equilibrio nel campo delle relazioni umane, un equilibrio ideale di diritti e di doveri di parentela, talvolta molto semplice, spesso molto complicato e quasi sempre costruito in funzione di pressioni bilanciare tra le diverse sezioni della società: in maggioranza fra discendenze e gruppi di discendenza. Questo equilibrio ideale di relazioni di parentela, considerato essenziale per quell’altrettanto ideale equilibrio con la natura che era di per se stesso garanzia materiale di sopravvivenza, richiedeva specifici modelli di condotta. Gli individui potevano avere dei diritti, ma li avevano in virtù solo dei doveri che assolvevano verso la comunità.

In questo passaggio del suo celebre volume La civiltà africana, Basil Davidson (che di storia dell’Africa è stato considerato tra i massimi esperti in assoluto) rimarca indirettamente – ma non troppo – una colpa che noi civiltà avanzate occidentali manifestiamo rispetto a quelle altre comunità umane che, dall’alto del nostro progresso, abbiamo sempre considerato (più o meno marcatamente) arretrate: l’incapacità, ovvero la capacità perduta, di concepirci in relazione con la Natura proprio come civiltà, come rete strutturata di individui che abitano un territorio e il suo ambiente naturale con i quali dover necessariamente instaurare un equilibrio biologico proficuo per entrambi, umani e Natura, al fine di viverci al meglio e contemporaneamente garantire tale condizione a lungo nel tempo attraverso la salvaguardia del territorio stesso – a prescindere dalle forme attraverso le quali istituire e manifestare tale equilibrio nonché dal grado di progresso tecnologico e culturale raggiunto, ovviamente: non è questo il fulcro attorno a cui ruota la questione. Invece gli occidentali da tempo hanno rotto quell’equilibrio e ne hanno dimenticato l’importanza: avremmo la tecnologia per restare in armonia con il mondo che viviamo e con la sua Natura e invece la utilizziamo da decenni per distruggerlo. Anche in Africa, dove abitano quelli “arretrati” che vivono ancora nelle capanne di fango ai quali, anche sul tema suddetto, vorremmo insegnare il nostro “progresso”, già.