La speranza dissolta

[Pian del Termen e Monte Pora alle 16.30 del 16 marzo 2023. Immagine tratta da montepora.panomax.com.]
Qualche giorno fa ho sentito alla radio un servizio del TG3 regionale della Lombardia che ho ritrovato anche in formato video (nel sito RAI, in podcast) nell’edizione delle 19.00 del 5 marzo. Racconta dei problemi di innevamento di una delle più note località sciistiche delle Alpi bergamasche, il Monte Pora, e nel farlo (da 18’11” in poi – il cronometro è in modalità countdown) offre uno spunto di riflessione a dir poco emblematico sulla situazione nella quale versa l’industria dello sci in molte località delle nostre Alpi:

[Per vedere il servizio cliccate sull’immagine.]
Bene, voglio ribadire un passaggio del servizio che, appunto, trovo estremamente significativo: «Un bacino di accumulo idrico da 30mila metri cubi. Quando fu inaugurato, nel 2016, il comprensorio sciistico del Monte Pora sperava di aver risolto ogni problema d’approvvigionamento idrico.» “Sperava di aver risolto i propri problemi di innevamento” ovvero di aver parato le spalle per molto tempo alla propria offerta turistica sciistica; invece sono passati solo 7 anni e siamo già punto e a capo.

Ok, si potrà dire che è solo in forza di una sfortunata coincidenza che per due anni di fila cada pochissima neve sulle nostre montagne, che è già accaduto in passato, che prima o poi neve e pioggia torneranno… va bene, ci sta tutto: ma, anche senza considerare i report storici e previsionali climatici i quali delineano una situazione al riguardo piuttosto inequivocabile, capite bene che ogni pensiero del genere, parimenti a quello citato dall’articolo, è sempre e comunque un ragionamento coniugato al passato, mentre rivolte al futuro ci sono soltanto speranze.

Un’altra recente testimonianza al riguardo: «Renzo Minella, direttore marketing del comprensorio di Falcade, dice: In questo preciso momento sta nevischiando, quindi qui si incrociano le dita. Questa notte e le prossime spareremo, ma gli esperti assicurano che dal 10 marzo potrebbero tornare le precipitazioni, anche abbondanti». (“Corriere delle Alpi”, 27 febbraio 2023).

Ecco: solo speranze, scaramanzie, verbi al condizionale… Tutte cose che a loro volta si basano sulle cronache di una realtà inesorabilmente passata, che muta di anno in anno e muterà continuamente anche in futuro e non in meglio, per come lo sanciscono tutti i report climatici. Dunque si tratta di speranze a dir poco aleatorie, di quelle che sembrano formulate soltanto per autogenerarci sollievo o per autoassolverci da pratiche che invero sappiamo essere (senza ammetterlo) come insostenibili, ovvero perché non si è capaci, non si è grado, non si vuole comprendere evidenze ben più concrete e obiettive ma, inesorabilmente, più dure, più problematiche, parecchio turbanti.

Dunque, mi chiedo: si può basare lo sviluppo di un’intera regione del paese, quella montana alpino-appenninica e delle sue comunità residenti, su progetti alla cui base vi sono mere speranze ben più che certezze? Si possono spendere ingenti somme di denaro pubblico per opere il cui ammortamento non solo economico e finanziario ma pure ecologico, paesaggistico, ambientale, sociale, culturale, è legato a una speranza?

[I due bacini idrici a servizio dell’innevamento artificiale del comprensorio sciistico di Monte Pora, il più grande dei quali pressoché vuoto. Immagine delle ore 16.30 del 16 marzo 2023, tratta da montepora.panomax.com.]
Be’, parliamoci chiaro: se voi andate in banca a chiedere un finanziamento, il funzionario vi chiede se sarete in grado di ripagarlo e voi gli rispondete che «spero di sì!» oppure che «potrei riuscire, incrocio le dita!», pensate che ve lo concedano, quel finanziamento? C’è una sola, fondamentale differenza tra questa situazione e quanto ho prima descritto: che nella prima i soldi sono della banca e amen, nella seconda sono soldi nostri. La banca potrebbe pure deciderli di rischiare, affari suoi, noi ovvero chi maneggia il denaro pubblico no. E da questo punto fermo non ci si può muovere – non ci si dovrebbe muovere, in presenza di soggetti e istituzioni serie.

Purtroppo, mi viene da pensare che siamo ormai nella condizione raccontata dalla celebre vecchia barzelletta di quel tizio che cade da un grattacielo di 50 piani e, giunto a dieci piani da terra, pensa: «be’, dai, fin qui tutto bene!». Ecco, giunti a soli dieci piani da terra dobbiamo però essere in grado di vedere e capire se in fondo alla caduta ci aspetta un morbido materasso oppure il duro terreno, con tutte le conseguenze del caso. Dobbiamo inevitabilmente capirlo, non possiamo più esimerci dal farlo perché, io temo, la caduta sta continuando e lo schianto al suolo si avvicina. E rischia di schiantarsi non solo chi sta precipitando ma l’intera montagna.

https://www.rainews.it/tgr/lombardia/notiziari/video/2023/03/TGR-Lombardia-del-05032023-ore-1930-e477a1ce-afb2-4fdf-9a96-1c6f603d281d.html

Covid a Bergamo: giustizia sarà fatta?

Il Covid in provincia di Bergamo, la zona rossa, i 6.200 morti, l’inchiesta, le accuse alle istituzioni. Giustizia sarà fatta?

No.

I “potenti” inquisiti verranno tutti assolti e se la caveranno come se nulla sia accaduto. La legge è uguale per quasi tutti: ma questo non è un problema della giustizia (che di problemi ne ha certamente) o una mancanza di fiducia in essa, è un problema delle istituzioni politiche che invece ne fanno una propria prerogativa e un vanto da spendere in propaganda e consenso elettorale, a danno anche della giustizia (nonostante i suoi problemi, ribadisco). Ciò è quanto di più bieco e meschino vi sia, inutile rimarcarlo, ma ormai a tali circostanze l’Italia s’è fatta il callo, purtroppo.

Si mettano il cuore in pace, i parenti dei defunti – come hanno appena fatto loro malgrado quelli della tragedia di Rigopiano, per citare un altro caso recente: l’oblio del tempo è già pronto a fagocitare le loro istanze di equità legale. D’altro canto, per fortuna che a preziosa e futura memoria del loro dramma e di tutto quanto successe in quei primi mesi di pandemia nella provincia di Bergamo (non solo ma soprattutto lì), qualcuno ha pensato bene di mettere nero su bianco la cronaca di quelle terribili settimane: come la giornalista e direttrice di “Valseriana NewsGessica Costanzo che, insieme a Davide Sapienza, ha pubblicato nel settembre 2020 La valle nel virus, un «libro di testimonianza» scritto per rispondere, almeno in parte, «a migliaia di persone che ci hanno chiesto di aiutare il mondo a non dimenticare cosa è accaduto nella nostra valle. Lo dobbiamo a chi non c’è più ma lo dobbiamo soprattutto a noi».
Perché, al di là delle alte o basse vicende umane, la miglior giustizia resta sempre quella decretata dalla verità e dalla relativa memoria.

P.S.: cliccate sull’immagine in testa al post per leggere l’articolo a cui fa riferimento.

Buon 2023!

Passeggere: «Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?»
Venditore: «Speriamo.»

[Giacomo Leopardi, Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere in Operette Morali, 1832.]

Speriamo, sì, che questo nuovo anno si possa godere tutti quanti di maggior felicità, che il caso non ci tiri scherzi troppo spiacevoli, che nuove possibilità, occasioni, percezioni, cognizioni, emozioni possano farci vivere «quella vita ch’è una cosa bella».

Auguri a tutti!

(Nell’immagine: alba sul Lago dei Quattro Cantoni / Vierwaldstättersee, Svizzera. Foto ©Svizzera Turismo via Lifegate.it.)

La comunicazione cacofonica

Da dieci o vent’anni non succede quasi più niente in ambito letterario. Esiste una marea di pubblicazioni, ma c’è una stagnazione spirituale. La causa di ciò è una crisi di comunicazione. I nuovi mezzi di comunicazione sono straordinari, ma provocano un immenso rumore.

(Emil Cioran*)

(*: citazione letta sul web, fonte ignota. Ogni indicazione al riguardo è gradita. Riguardo il post, si veda anche qui.)

La montagna in agonia?

[Photo by Emma Paillex on Unsplash.]

Imbufaliti anche in Valmalenco per questo nuovo stop. «Non è una questione di chiusura di impianti di risalita – afferma Roberto Pinna, direttore del Consorzio turistico Valmalenco e Sondrio – ma di una lenta agonia dei territori montani.» (Da “La Provincia di Sondrio” del 15 febbraio 2021.)

Torno su un tema verso il quale sono particolarmente attento per affermare che, senza dubbio, le rimostranze dei gestori dei comprensori sciistici, a fronte della (a dir poco) disordinata gestione “politica” delle chiusure di impianti e piste (anche in confronto ad altri assembramenti parimenti inaccettabili, se si resta alle indicazioni istituzionali, come quelli dei centri pedonali delle città, domenica scorsa invasi di gente come e peggio che una pista da sci – qui un esempio al riguardo) sono ben comprensibili, a questo punto delle cose.

D’altro canto, tuttavia, certi “industriali dello sci” come quello protagonista della citazione qui sopra si contraddistinguono nuovamente per una assai fosca (nel senso di bieca e pure di miope) mentalità imprenditoriale, riproponendo argomenti che provengono, negli evidenti principi di fondo, da una realtà turistica di decenni addietro. Ribadisco: se nella situazione attuale le tante proteste dei gestori degli impianti per certi aspetti sono senza dubbio comprensibili (e lo dico io che non sono affatto un sostenitore, nel presente e per il futuro, di questo tipo di turismo invernale), il citato personaggio strumentalizza di nuovo la questione cercando di ribaltarne i termini e sostenendo, in pratica, che senza impianti e sci su pista la montagna “muore”.

Peccato che è proprio un modo di pensare del genere, tipico di chi si disinteressi alla storica, concreta e autentica realtà delle zone montane sopravanzandovi i propri interessi di parte, a soffocare la montagna da tempo: l’agonia citata è in molti casi cagionata anche, se non soprattutto, dalla distorta visione imprenditoriale imposta ai territori montani (e ad essi ormai sostanzialmente avulsa) dagli esercenti degli impianti a fune e dal contorno politico sovente pressoché privo di visione culturale, oltre che amministrativa e economica. In verità, se di “agonia” c’è da discutere, è palesemente l’industria dello sci ad esserlo, così pervicacemente legata ai modelli di sviluppo turistico degli anni ‘70/’80 del secolo scorso, del tutto superati e sostanzialmente falliti, e incapace di rinnovarli (e rinnovarsi) restando in relazione con la realtà-di-fatto montana – economica, sociale, culturale, ambientale, climatica – attuale e futura.

Da tale punto di vista – anzi, da quello opposto, mi viene da dire – la pandemia in corso sta facendo capire molte cose, non solo potenzialmente, su come dovrebbe e potrebbe rinascere la montagna ove finalmente svincolata, ovvero non più tanto sottomessa e dipendente, dal solo turismo dello sci su pista: un nuovo modus operandi che già tanti stanno indicando e sul quale si sta disquisendo sempre di più (cito ad esempio, tra i tanti, il numero 107 del newsmagazine dell’associazione Dislivelli, significativamente intitolato “Non di sola pista”, oppure l’ultimo numero di “Montagne360”, il mensile del Club Alpino Italiano, dedicato alle strategie di sviluppo turistico sostenibile per superare la “monocultura” dello sci alpino).

Tutto questo, nonostante ciò che alcuni dei rappresentanti del relativo comparto turistico come il citato Roberto Pinna sostengono, appunto. Anzi: tutto questo proprio in forza di quanto essi sostengano e che in generale dimostra bene, purtroppo, come il rapporto tra turismo dello sci e territori di montagna sia diventato spesso viepiù antitetico e non equilibrato come ormai oggi, nel 2021, con tutte le esperienze acquisite negli anni scorsi, dovrebbe essere.