Sciare a tutti i costi dove ormai non nevica più: l’assurdo caso del Monte San Primo su “L’AltraMontagna”

(Articolo originale pubblicato su “L’Altra Montagna” il 27 marzo 2024; cliccate sull’immagine qui sotto per leggerlo.)

Sono passati all’incirca due anni da quando, su alcuni organi di informazione locali, comparve la notizia di un progetto con il quale si prospettava il ritorno dello sci sul Monte San Primo, nel Triangolo Lariano in comune di Bellagio, provincia di Como. Nuovi impianti di risalita, innevamento programmato, nuove strade e parcheggi nonché l’ipotesi di una nuova seggiovia, il tutto finanziato con 5 milioni di Euro di soldi pubblici. A 1100 metri di quota, in una località che, stante le caratteristiche geografiche e la realtà climatica in divenire, non può più garantire le condizioni atte alla permanenza della neve al suolo (sul San Primo, la cui quota massima è 1682 metri, non nevica più seriamente da anni ormai) e peraltro ha conosciuto in passato diverse traversie nella gestione degli impianti sciistici, aperti, chiusi e riaperti più volte fino alla chiusura definitiva nel 2013.

[Uno dei primi articoli usciti sulla stampa locale nel 2022 che annunciava il progetto sul Monte San Primo.]
Posta la vicinanza della data del 1° di aprile, non pochi alla lettura di quelle notizie che davano conto di un progetto così assurdo – la cui denominazione ufficiale è “OltreLario: Triangolo Lariano meta dell’outdoor” – pensarono a uno scherzo, anche piuttosto ben fatto e divertente per come vi fossero citati enti e amministratori locali aventi effettivamente competenza sul Monte. Invece, malgrado l’assurdità palese, non si trattava di uno scherzo: era – ed è – tutto vero.

La mobilitazione della società civile contro un progetto così scriteriato e avulso dalla realtà del territorio in questione e dalle sue effettive potenzialità riguardo una frequentazione turistica dolce e sostenibile, è stata immediata e imponente, radunando tanto associazioni di varia specie, non solo di tutela ambientale e non soltanto locali, quanto soggetti privati e singoli cittadini, che ben presto si sono riuniti in un collettivo a difesa del monte, il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”. Al contempo è cominciata l’attività di denuncia e di sensibilizzazione sulla questione, incessante e sempre più partecipata, con appelli, comunicati stampa, una raccolta firme di tipo tradizionale, dunque in forma cartacea e non come petizione online, allo scopo di radicare l’iniziativa sul territorio e di farne una manifestazione autentica e consapevole di protesta e diniego nei confronti del progetto, eventi sul monte e incontri pubblici (il più recente ha avuto come ospite Marco Albino Ferrari), la realizzazione del sito web https://bellagiosanprimo.com/ che testimonia tali attività e l’impegno condiviso da tutte le associazioni, ben trentacinque, che oggi fanno parte del Coordinamento, nonché la frequente sottoposizione agli enti pubblici che sostengono il progetto – in primis il Comune di Bellagio e la Comunità Montana del Triangolo Lariano, spalleggiati da Regione Lombardia – della richiesta di un confronto su quanto proposto, di un incontro, un dibattito che innanzi tutto rendesse noti alla comunità locale in maniera chiara e non solo approssimativa tutti gli interventi proposti nel progetto, oltre che, per quanto necessario, una discussione sulla qualità degli stessi e sulle conseguenze, positive e negative, sul territorio e i suoi abitanti. Confronto sempre ostinatamente negato dalle suddette istituzioni, da allora e fino a oggi.

[Alcune immagini invernali del Monte San Primo e di una delle tante manifestazioni a difesa della montagna contro il progetto sciistico.]
Viceversa, la stampa nazionale e internazionale non poteva restare insensibile alla sconcertante assurdità del progetto previsto sul Monte San Primo: decine e decine di articoli giornalistici e radiotelevisivi, tutti documentati nel sito del Coordinamento, hanno reso il “caso San Primo” uno dei più significativi e emblematici di quell’assalto alle Alpi, per citare il noto libro di Marco Albino Ferrari, da più parti e in numerose località perpetrato ma che nel caso del territorio lariano assume inevitabilmente caratteri parossistici. Diversi di quegli articoli hanno utilizzato il termine “follia”: come d’altronde definire un progetto che pensa di riportare lo sci a poco più di 1000 metri di quota, dove non nevica più e se pur nevicasse non ci sono le temperature adatte a mantenere la neve al suolo oppure per produrla artificialmente? Inoltre: il Monte San Primo è una delle zone carsiche più famose d’Italia, con complessi ipogei tra i più vasti del sud Europa: dove si penserebbe di prendere l’acqua necessaria ad alimentare i cannoni sparaneve? D’altro canto “folle” è anche non vedere e comprendere le innumerevoli potenzialità del San Primo dal punto di vista ecoturistico: un monte a un’ora d’auto da Milano e ancora meno dal suo iper antropizzato hinterland settentrionale, dotato di una bellezza paesaggistica unica che diventa manifesta in alcuni dei panorami che offre, celeberrimi in tutto il mondo, di una rete sentieristica di pregevole valore seppur a volte carente di manutenzione, di angoli che paiono fatti apposta per svilupparvi attività di educazione ambientale e didattiche sulla realtà montana e prealpina nonché di un vastissimo pubblico che ama e frequenta il Monte San Primo proprio per tutte queste sue peculiarità, e che il ritorno a una infrastrutturazione sciistica probabilmente allontanerebbe, stante la banalizzazione del luogo imposta da quel modello di frequentazione turistica. Senza contare, in caso di realizzazione delle opere del progetto, il notevole danno ambientale inferto al territorio, nel quale ancora si possono ritrovare i resti ridotti a rottami dei passati tentativi di “valorizzazione” – gli impianti di risalita dismessi, le opere ad essi accessorie, piste e strutture per le mtb e il downhill, addirittura un vecchio battipista…

[⇒⇒⇒ continua su “L’Altra Montagna”, qui.]

Il Lago Bianco e il campionato nazionale di arrampicata sugli specchi, a Santa Caterina Valfurva

Se venisse istituito il campionato italiano di arrampicata sugli specchi, Santa Caterina Valfurva sarebbe sicuramente una delle sedi più appropriate per ospitarlo, visto l’impegno che il suo primo cittadino mette nella pratica della specialità.

Una delle sue ultime prestazioni al riguardo è notevole: in una recente conferenza stampa ha cercato di autoscagionarsi dalle palesi responsabilità di committente dei lavori di captazione delle acque del Lago Bianco al Passo di Gavia per alimentare gli impianti di innevamento artificiale delle piste di Santa Caterina citando alcuni estratti da un rapporto preliminare sui lavori dell’Ispra che, come denotano i referenti del Comitato “Salviamo il Lago Bianco, si basa su un veloce sopralluogo effettuato (non da Ispra) a cantiere ultimato, nel quale si dichiara che non sussisterebbe alcun problema né danno ambientale, e per ciò definendo egli “illazioni” le denunce in tal senso del Comitato, delle altre associazioni di tutela ambientale che si stanno interessando alla vicenda e dei tantissimi cittadini che hanno raccolto in loco testimonianze al riguardo.

L’Ispra è un ente benemerito e di indiscutibile attendibilità, ma quanto sopra equivale ad asserire che un autocarro non emetta sostanze inquinanti con i propri gas di scarico quando è a motore spento. Ah, grazie, bella scoperta! Ecco qui infatti, ritratte in maniera inequivocabile, le “illazioni” del sindaco di Santa Caterina:

Lo stesso primo cittadino, apparentemente così bravo nell’arrampicata sugli specchi, probabilmente non si rende conto – o finge di non rendersene conto – che glissando su tutte le altre evidenze che fanno dei lavori al Lago Bianco un atto di rara efferatezza ai danni dell’ambiente naturale del Gavia, prima o poi si cade a terra, pigliandosi pure una gran botta. Infatti, pare non rendersi conto della colpa primaria e fondante di tutta la questione: la presenza di un cantiere così impattante e di lavori talmente devastanti nella zona di massima tutela di un parco nazionale, ai danni di un elemento di valore assoluto per l’ecosistema locale quale è il Lago Bianco. Ma veramente non capisce ciò che ha commissionato? Sul serio non si rende conto della gravità di quanto accaduto? O forse sì, se ne rende conto e cerca in modi tanto goffi quanto grotteschi di tirare indietro le mani sporche di marmellata dal vasetto nel quale le ha a lungo intinte facendo credere che quella non era marmellata? Peccato che poi, appunto, con le mani così unte è andato ad arrampicarsi sugli specchi e inesorabilmente è scivolato a terra.

Inoltre, in generale: veramente il sindaco di Santa Caterina e tutti gli altri responsabili degli enti pubblici coinvolti nella questione non si rendono conto del portato devastante, a livello politico, morale, ambientale, culturale, etico, di quanto perpetrato al Lago Bianco? Se nella zona di massima tutela ambientale di un parco nazionale – un parco nazionale, sia chiaro, non un giardino pubblico di periferia – si può fare ciò che è stato fatto al Gavia, allora vuol dire che sulle montagne vale tutto, anche l’opera più deturpante, distruttiva, degradante, a maggior ragione dove non sussista alcun regime di tutela e salvaguardia del luogo. È accettabile secondo voi una circostanza del genere? È ciò che la nostra società civile, la nostra civiltà, può imporre ai territori montani e al loro ambiente naturale?

Questo, insomma, è il classico caso nel quale la toppa messa per tappare il buco è peggio del buco stesso. Sarebbe stato di gran lunga meglio se, più semplicemente e onestamente, nella sua conferenza stampa il sindaco di Santa Caterina avesse ammesso che, pure in presenza delle “autorizzazioni” ai lavori (le quali peraltro sono uno degli oggetti delle denunce e degli esposti di chi si oppone al cantiere), ci si è resi conto di quale grave errore sia stato pensare di captare acqua da un lago alpino naturale a oltre 2500 m di quota nel mezzo di un ecosistema tra i più preziosi delle Alpi Italiane tutelato da apposite normative sancite da un parco nazionale, per alimentare dei cannoni sparaneve. Invece no, il sindaco ha deciso di insistere con la propria arrampicata sugli specchi. Evidentemente non si sta nemmeno reso conto del danno che sta cagionando anche all’immagine del proprio comune e località turistica: danno ben evidenziato dal servizio sul cantiere al Lago Bianco della trasmissione di Rai3Indovina chi viene a cena” andato in onda in prima serata domenica 24 marzo (lo potete vedere cliccando sull’immagine lì sopra). Che anche per queste pur palesi evidenze ci sia bisogno del rapporto di qualche benemerito ente certificato?

Ultima cosa ma non ultima, vorrei nuovamente ribadire il grande plauso per tutti quelli che stanno agendo in difesa del Lago Bianco, in primis per i referenti del Comitato “Salviamo il Lago Bianco”, protagonisti di un’azione quanto mai fondamentale, emblematica, esemplare per la salvaguardia di questo meraviglioso territorio alpino italiano. Se non ci fossero stati loro, e se tanti altrui non li avessero appoggiato, sostenuti, seguiti in questa “battaglia”, non oso immaginare quali spaventosi danni sarebbero stati inferti al Lago Bianco nel silenzio e nell’impunità generali. Chapeau!

[Una recente immagine del Lago Bianco protetto dalla coltre nevosa invernale. Foto di Fausto Compagnoni, tratta da qui.]

Basta poco per capire il “pensiero” di chi vorrebbe riportare lo sci sul Monte San Primo

A volte basta veramente poco per capire “molto”. Bastano poche parole, ad esempio, per comprendere tutto un atteggiamento, un modo di pensiero, un contegno, un comportamento del tutto significativi e emblematici.

Bastano ad esempio poche parole – proferite ad un giornale locale qualche giorno fa (“Giornale di Erba”, edizione del 9 marzo 2024, pagina 26) – del sindaco di Bellagio, il cui comune è capofila dello scriteriato progetto di sviluppo sciistico-turistico sul Monte San Primo messo ormai alla berlina dalla stampa di mezzo mondo, per capire il pensiero che vi sta alla base nei riguardi della montagna, la sensibilità verso la sua realtà, la “cultura” (virgolette inevitabili) che guida le proposte del progetto paventato, al quale chiunque si è ormai detto contrario con la sola eccezione dei pochi amministratori locali che lo sostengono.

Dunque, il sindaco di Bellagio sostiene che le iniziative a difesa del San Primo sarebbero «l’ennesima riedizione del solito mito, che non propone nulla di costruttivo. È un’opposizione ideologica, abbiamo sempre mantenuto la più ampia disponibilità al dialogo con tutti, però per dialogare bisogna essere in due.» Una sfilza di falsità: a parte che non si capisce di quale “mito” si stia parlando (forse intende che lo sia il cambiamento climatico?), è falso che non si proponga nulla di costruttivo, visto che solo pochi giorni fa il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” ha presentato pubblicamente un lungo elenco di proposte assolutamente costruttive per lo sviluppo sostenibile della zona, che peraltro ne compendia molte altre più volte suggerite nei mesi scorsi. È falso che sia un’opposizione ideologica, visto che il Coordinamento riunisce decine di associazioni della più varia natura senza avere alcuna connotazione ideologico-politica, e poi il sindaco dovrebbe spiegare come possa essere “ideologico” opporsi a delle infrastrutture sciistiche a 1100 metri di quota: semmai “ideologico” è proprio il pretendere di imporle senza accettare alcun confronto con la società civile. È oltre modo falso, appunto, che il sindaco, il suo Comune e gli altri enti locali che sostengono il progetto siano rimasti sempre aperti e disponibili al dialogo: l’hanno sempre rifiutato, è attestato dalle numerose richieste d’ogni tipo – verbali, cartacee, email, PEC – inviate a quegli enti alle quali mai è stato risposto. Mai.

Ecco qui palesemente manifestato, grazie a quelle poche parole che rivelano moltissimo, il reale atteggiamento dei politici coinvolti nel progetto: verso il Monte San Primo, il suo ambiente e il suo paesaggio, verso la comunità che lo abita, verso chi lo frequenta, verso il più ordinario buon senso, verso l’onestà intellettuale e morale, verso il valore civico e culturale della pratica amministrativa di un territorio prezioso come il Monte San Primo. Non c’è da aggiungere altro.

La Commissione Europea e il Lago Bianco al Passo di Gavia

[Il Lago Bianco protetto dalla coltre nevosa invernale. Foto di ©Fausto Compagnoni, tratta da qui.]
È bello leggere le notizie riguardanti il Lago Bianco al Passo del Gavia che arrivano da Bruxelles, dalla Commissione Europea, dove lunedì scorso 18 marzo è stata discussa la petizione sui lavori intrapresi al Lago Bianco per la posa delle tubazioni con le quali si vorrebbe captare l’acqua del lago, posto nella zona di massina tutela del Parco Nazionale dello Stelvio, per alimentare l’impianto di innevamento programmato di Santa Caterina Valfurva. Un crimine ambientale sotto ogni punto di vista, perpetrato con il tacito e sconcertante assenso della direzione lombarda dell’Ente Parco, prono al volere degli enti locali coinvolti, i cui lavori che si sono protratti fino allo scorso ottobre hanno già causato danni notevolissimi al lago, ampiamente documentati.

Lunedì come scritto Matteo Lanciani, in rappresentanza del Comitato Salviamo il Lago Bianco, ha esposto alla Commissione lo stato di fatto, gli impatti e i vincoli normativi sull’area.  L’istanza – ne trovate il documento quiha trovato appoggio da tutte le forze politiche presenti in aula, decise a mantenere aperta la petizione. I prossimi mesi serviranno a studiare in modo più approfondito i documenti inviati e, come si auspica, a chiedere un sopralluogo al Lago Bianco per valutare i fatti dal vivo e i danni cagionati al luogo. Per saperne di più potete leggere l’articolo al riguardo pubblicato martedì 19 marzo su “L’AltraMontagna”:

Come affermavo fin dall’inizio, è bello leggere notizie del genere, assolutamente positive per la salvaguardia di un luogo così speciale quale è il Lago Bianco e del paesaggio altrettanto peculiare che lo ospita. Quando ne scrissi per la prima volta, qui sul blog, così cominciai l’articolo:

Montagna, sta zitta!
Cosa vuoi, cosa pretendi, tu e il tuo inutile paesaggio?
Come ti permetti, attraverso la voce e le azioni dei tuoi “appassionati”, di dare contro a me, dominatrice assoluta e indiscutibile delle terre alte?
A me, sì: io sono l’INDUSTRIA DELLO SCI! Io tutto posso e tutto metto al mio servizio sui monti, anche un lago alpino all’interno di un parco nazionale.

Le montagne sono zitte, apparentemente, ma in verità parlano a tutti quelli che hanno la sensibilità di saperle ascoltare e comprendere, raccontando loro cose meravigliose e preziose. Restano zitte solo per chi viceversa si rifiuta di ascoltarle, di rapportarsi con il loro mondo, per chi si arroga il diritto e la libertà di farne ciò che vuole, di distruggerle per i propri interessi, di fregarsene del loro valore naturalistico, ecologico, ambientale, sociale, culturale. Esattamente come hanno dimostrato di fare gli enti locali coinvolti nel progetto – il Comune di Santa Caterina Valfurva, il Comune di Bormio, la Regione Lombardia, l’Ente Parco Nazionale dello Stelvio – Lombardia – rinchiusi nel loro sprezzante silenzio-assenso fino a che tante, tantissime persone, appassionati di montagna e non, enti, associazioni, hanno fatto sentire la loro voce sempre più possente in difesa del Lago Bianco, palesando l’ignobile comportamento dei suddetti enti locali. I quali devono e dovranno rimanere sempre più soli nel loro devastante assalto alle montagne, al punto da non poter far altro che fare retromarcia piena, cambiare totalmente atteggiamento, aprire finalmente orecchi, occhi, cuore e animo per ascoltare a loro volta le montagne. E capire, si spera, una volta per tutte.

Insomma: la battaglia non è ancora finita, il Lago Bianco non è ancora salvo e, se pure i lavori venissero definitivamente annullati, resta la questione della rinaturalizzazione dell’area di cantiere e dei danni notevoli già causati. Dobbiamo continuare a essere la voce delle nostre montagne, i primi custodi del loro ambiente, del valore inestimabile che donano a chiunque, del patrimonio incomparabile che è di noi tutti, al Lago Bianco come al Vallone delle Cime Bianche, al Monte San Primo, ai Piani di Artavaggio o al Sassolungo o al Passo della Croce Arcana e in tutti quegli altri luoghi sulle Alpi e sugli Appennini dove pochi uomini incapaci di ascoltare e comprendere le montagne vorrebbero distruggerle a favore di pochi sodali e danno di tutti gli altri – di tutti noi.

[Un’immagine eloquente della scorsa estate 2023 riguardo ciò che è stato perpetrato al Lago Bianco del Passo di Gavia.]
(Qui trovate tutti gli articoli che nei mesi scorsi ho dedicato al Lago Bianco del Gavia.)

A ovest del Sonna, tra Lecco e Bergamo: alla scoperta di un paesaggio quieto e discosto ma a suo modo “spettacolare”

Abitualmente siamo portati a farci emozionare e affascinare da paesaggi e luoghi che possiedano spiccate caratteristiche di spettacolarità, sia naturale che monumentale: è comprensibile e giusto, per molti aspetti, in primis per il fatto che la nostra idea di paesaggio ha un’origine e tutt’oggi una matrice fondamentalmente estetica. Dunque il luogo che riflette in maniera evidente e particolare il concetto comune di bellezza è quello del quale più facilmente e immediatamente restiamo appagati.

Ciò tuttavia non significa che paesaggi molto meno monumentali e privi di peculiarità estetiche considerevoli o di altre caratteristiche suggestive non possano essere parimenti affascinanti. È una questione di modelli, di convenzioni e immaginari ai quali decidiamo più o meno consciamente di adattarci; in verità ogni luogo e ogni paesaggio, unico come tutti gli altri, possiede peculiarità e caratteristiche a loro volta uniche, magari all’apparenza simili a mille altre e invece in concreto uniche, non fosse che perché ogni luogo è unico. Anche quello che ci sembra privo di elementi referenziali rispetto ad altri – una pianura piatta e uniforme, ad esempio – lo è; d’altro canto differente da qualsiasi altro lo diventa anche grazie a noi che lo osserviamo, studiamo, apprezziamo, viviamo – per fortuna siamo tutti quanti diversi l’uno dall’altro, no?

Un luogo, con il proprio paesaggio, che ad esempio io trovo per diversi motivi parecchio affascinante, pur non sembrando allo sguardo nulla di che cioè un angolo di mondo del tutto simile a innumerevoli altri, è il versante destro della Valle del Sonna (che è un torrente, dunque idronimo di genere maschile, ma in zona è frequentemente denominato al femminile, della Sonna), in Val San Martino tra i comuni di Monte Marenzo e Cisano Bergamasco: parte di quella zona che io definisco “la Toscana della Val San Martino” in forza della dolcezza morfologica dei rilievi, dell’anima sostanzialmente rurale e della presenza di numerosi piccoli nuclei, tutti di origine agricola e ancora variamente abitati (per giunta dai toponimi spesso suggestivi e significativi come Chiaravalle, Pomino, La Guarda, Uccellera), i quali a volte occupano le tozze sommità collinari e in ciò possono riportare alla mente quelli ben più celeberrimi della Toscana interna – al netto di certi edifici orribili, di tipico disegno degli anni Sessanta-Settanta del Novecento, qui a volte visibili (molti geometri e altrettanti tecnici comunali dell’epoca andrebbero perseguiti penalmente per i danni che hanno cagionato ai propri territori e ai rispettivi paesaggi!)

Il nome dell’abitato più popoloso della zona, Valbonaga – frazione di Cisano Bergamasco – dà l’idea della sua conformazione geografica, quella di una convalle laterale rispetto al solco principale del Sonna, a sua volta percorsa dal tranquillo Rio di Cazzola; è una convalle anche la parte orientale della zona, denominata Val di Roviago, parimenti dotata di proprio torrentello (tutti affluenti di sinistra del Sonna), così che nel complesso la visione è quella d’un ampia e amena platea, prativa e agricola al centro, con frequenti terrazzamenti erbosi, boscata ai bordi soprattutto di selve castanili, compresa tra i rilievi dei Corni di Bisone a sud ovest e il Monte Santa Margherita a nord est, e movimentata al centro dal cordone morenico di Guarda – sul quale si trova anche l’altro nucleo abitato principale della zona, San Gregorio – che rappresenta il lascito in loco (al pari dei vari massi erratici sparsi un po’ ovunque) di una lingua debordante lateralmente del Ghiacciaio dell’Adda il quale, dopo averci dato dentro nell’escavare il bacino oggi occupato dalle acque del Lago di Como (cronache di 15-20.000 anni fa, per intenderci), da qui cominciava a perdere vigore, spessore e ad allargarsi verso le sue fronti brianzole. Di contro è affascinante sapere che la presenza di quella lingua glaciale laterale, che sormontava la dorsale dei Corni di Bisone e veniva contenuta solo dal dirimpetto crinale del Monte Santa Margherita, ostruiva con la sua massa la Valle del Sonna generando nella piana di Sant’Antonio d’Adda – dunque sul lato orientale della Valle, di fronte a Valbonaga – un ampio lago margino-glaciale, che poi con l’arretramento e la diminuzione di spessore della fronte del ghiacciaio si svuotò, determinando a sua volta la particolare morfologia del territorio il quale dunque millenni addietro fu in parte letto glaciale e in altra parte parte fondo sommerso di un lago: comunque sott’acqua, solida o liquida che fosse!

Preistoria geologica a parte, è significativo notare pure che questa è un’altra di quelle zone poste a pochissimi chilometri – un paio o poco più – dalla “civiltà” cioè dai centri abitati, dalle zone industriali e dalle strade più trafficate del territorio, ma capace di donare al visitatore una placidità e una quiete generale quasi sorprendenti, che diventano un elemento fondamentale nella definizione della bellezza e della godibilità del paesaggio locale. Passeggiando lungo le stradine che congiungono le varie località, spesso viottoli campestri o sentieri boschivi comunque sempre elementari, si prova quella inopinata e piacevole sensazione di “pausa” dal mondo che corre sempre troppo, di distacco seppur temporaneo: sembra di tornare a respirare a pieni polmoni un’aria salubre che si genera dallo sguardo, ci si sorprende nel constatare che, in certi momenti, gli unici suoni udibili sono i cinguettii degli uccelli sui rami degli alberi e, ogni tanto, il raglio di un asino o l’abbaiare d’un cane lontano. Se poi la passeggiata la si compie in un momento nel quale molti hanno l’abitudine o la necessità di fare altro – il sabato pomeriggio, ad esempio – e per di più dopo che ha piovuto oppure sotto una leggera pioggia (condizione ambientale a me assai gradita), oltre alle suddette percezioni uditive si godrà pure della fortuna di odorare profumi di terra e di bosco che sembreranno fragranti come non mai. Forse, in realtà, non saranno più odorosi del solito e saremo noi, in quel frangente, a risultare più sensibili alla loro percezione ma tant’è, è il risultato finale che conta e come questo risultato può diventare esperienza prima percettiva, poi sensoriale e quindi culturale per chi la vive.

A chi voglia conoscere e esplorare la zona, magari lasciandosi ispirare da ciò che avete appena letto per poi elaborare le proprie percezioni e suggestioni dalla relazione diretta con il luogo e il suo paesaggio, consiglio un percorso ad anello che richiede non più di tre ore, soste incluse: una comoda passeggiata lungo stradine un po’ asfaltate e un po’ a fondo naturale, tratturi campestri e qualche tratto di sentiero sempre agevole – che pur sempre sentiero è, sia chiaro: niente tacchi a spillo o mocassini in vernice, ma basterà un paio di calzature da trail running o da hiking di quelle ormai tutti utilizzano nell’outdoor.

Vi dico di partire da Costa, bella frazione rurale di Monte Marenzo (nota anche come Costa Antica) posta lungo l’ampia e bassa sella ai piedi del Monte Santa Margherita che divide il bacino idrografico del Sonna da quello del torrente Carpine, il quale scende verso Calolziocorte; troverete facilmente parcheggio, credo. Da qui si imbocca la pista agrosilvopastorale che porta al Parco “Penne Nere” del Gruppo Alpini di Monte Marenzo, si va oltre attraversando con percorso leggermente ondulato vecchie e fascinose selve castanili – in parte a fondo chiuso e in parte abbandonate e invase dalla boscaglia di ritorno – fino a che si giunge alle prima case di La Guarda, poste a monte del centro di San Gregorio. Da qui si imbocca sulla destra la stradina di Via La Guarda di Sopra che digrada ripidamente donando belle visuali della valletta del Rio di Cazzola che adduce alla località Valle e Uccellera oltre a sensazioni bucoliche già intense. Dopo due tornanti si può imboccare sulla destra un sentiero che si inoltra pianeggiando nel bosco per sbucare sul margine del parcheggio al servizio dei visitatori della pittoresca Cappella degli Alpini di Uccellera, posta sulla cima di una delle Corne di Bisone che al di là precipita con un’alta falesia – di genesi palesemente marina, poi “rifinita” dai flussi glaciali preistorici – verso la valle dell’Adda, della quale regala un bellissimo panorama. È una località piuttosto rinomata e veramente amena, con prati ben tenuti, animali al pascolo e coltivazioni a frutto: immagino che chi sia della zona sicuramente ci sarà stato almeno una volta nella propria vita.

Lasciata la soavità agreste di Uccellera, si percorre la strada asfaltata che dal fondo del parcheggio scende lungo la valletta fino a un bivio, presso il quale si imbocca a destra Via Cà Bortolotti ma non prima di aver gettato uno sguardo su una grande e bella cascina ad aia chiusa, visibile di fronte poco oltre il bivio, purtroppo abbandonata e pericolante: un vero peccato vederla così malconcia. Via Cà Bortolotti, fortunatamente sottoposta a scarso traffico veicolare, la si percorre tutta serpeggiando tra gruppi di case i cui toponimi pure qui giustificano fantasticherie etimologiche (Caberlotto, Salvagiannelli…) e godendosi le numerose e significative vedute della zona e delle sue peculiarità che vi ho descritto poco fa, finché si giunge tra le case di Valbonaga.

La via sbocca sulla Strada Provinciale 178 che sale verso San Gregorio: la si percorre per qualche metro in tale direzione per poi imboccare a sinistra Via Sorgenti della Cazzola, indicata come strada a fondo chiuso. Nessun problema se si sta camminando: la via supera il Rio di Cazzola, prende a salire e presto si trasforma in un tratturo campestre grazie al quale si attraversa la parte più bucolica della zona, tra prati, terrazzamenti, campi coltivati e piccoli dossi che animano la geografia minima locale. Così si giunge alla località Cà Gandolfi, altro nucleo tipicamente rurale le cui case si attraversano per continuare lungo la strada asfaltata a destra che torna sulla Provinciale 178; affacciandovisi, si può adocchiare poco a monte sull’altro lato della strada l’imbocco di un sentiero con segnalazioni escursionistiche.

Attraversate così l’ultimo asfalto dell’itinerario in percorrenza e imboccatelo, quel sentiero, ignorando la deviazione che scende a destra e fa parte del “Sentiero Giovanni XXIII” – ma non per mere ragioni antipapaline (o magari sì, fate voi) – e inoltrandovi in leggera discesa nel bosco lungo il versante destro del solco vallivo principale del Sonna, che magari udite rumoreggiare laggiù in basso nascosto dagli alberi. Dopo qualche minuto dovete “guadare” (basta un saltello, due se il flusso idrico è abbondante; nel caso c’è un cavo metallico di sicurezza) il torrentello della Val di Roviago che manifesta il gradevole prodigio di avere acqua anche in periodi di piogge scarse, mentre d’inverno la piccola ma incassata forra nella quale scorre gli regala ombra e freddo a sufficienza (sempre con il bene placito del cambiamento climatico) da creare frequenti e suggestive bordature ghiacciate. Andate oltre e quasi nei pressi di una schiera di case con campi coltivati d’intorno, che vedete poco sotto a destra, il sentiero prende invece a salire verso sinistra, con indicazioni “artigianali”, presentando la parte più ostica dell’intero itinerario: qualche decina di metri che definire “ripidi” è iperbolico ma quanto meno richiedono un filo di impegno in più e giustificano la richiesta di non indossare tacchi alti e scarpe di vernice; interessante è intuire i rimasugli dell’antico rissöl, la selciatura in pietra che un tempo caratterizzava questo tratto di mulattiera, via di collegamento tra le contrade prossime al centro di San Gregorio con quelle rurali a monte. Quasi al termine della breve salita si costeggia sulla destra un grande masso erratico per poi sbucare, poco più avanti, nella piana prativa in prossimità del bellissimo nucleo di Chiaravalle, in parte ristrutturato in parte cadente e forse nelle fattezze il più “toscano” di questo angolo del territorio, così posto sul sommo di un leggero rilievo che s’innalza di qualche metro dai campi d’intorno terrazzati e ancora diffusamente coltivati. Intorno si adocchiano gli altri due nuclei rurali di Montalino, minuscolo, e di Pomino, dotato di qualche casa in più: in effetti anche questa zona, al pari di quella attraversata prima lungo l’itinerario, possiede un’anima suggestivamente bucolica e apparentemente sospesa nel tempo, dalla vitalità rallentata e quieta: solo l’abbaiare di qualche cane o il rumore di un soffiatore o di una motosega ne possono turbare la placidità.

Da questo punto si può decidere di chiudere l’anello facendo un po’ meno fatica oppure un po’ di più: nel senso che nel primo caso si possono attraversare le case di Pomino e, salendo di qualche metro a destra, imboccare il tratturo che attraversa l’ampio fondo prativo e pianeggiante della valle ai piedi del Monte Santa Margherita, altro angolo di notevole fascino agreste, fino a giungere in vista delle case di Costa (Antica) e degli spiazzi di sosta dove avrete probabilmente lasciato l’auto. Nel secondo caso si può invece decidere di ascendere fin sulla vetta del Monte Santa Margherita, superando circa centocinquanta metri di dislivello con alcuni tratti ripidi se pur privi di difficoltà oggettive, e lassù visitare l’affascinante sito archeologico del castrum medievale sui cui ruderi è stato costruito il quattrocentesco Oratorio di Santa Margherita, adornato da splendidi affreschi non sempre in buono stato di conservazione. La minuscola chiesa viene aperta solo in rare occasioni, nell’attesa potete trovare un articolato documento che illustra le specificità storiche e archeologiche del luogo qui.

Dalla sommità del monte, per evitare di confondervi tra i viottoli della parte alta di Monte Marenzo, conviene tornare sui propri passi fino a un quadrivio con segnavia che avrete attraversato in salita e da qui scendere a destra, cioè a ponente, lungo un sentiero che in breve diventa stradina sterrata e porta alle case del nucleo di Piudizzo (anch’esso dotato di begli edifici rurali, con quello più imponente che presenta quasi le sembianze di casaforte), oltre il quale rapidamente si ritorna ai parcheggi nei pressi delle case di Costa (Antica).

Concludendo in tali modi la vostra passeggiata, avete camminato per circa 7,5 chilometri oppure per 9 in approssimativamente tre ore, come detto, o qualcosa in più se siete saliti fin sul Monte Santa Margherita: in ogni caso mi auguro che abbiate potuto raccogliere percezioni, sensazioni e suggestioni simili a quelle che vi ho descritto poco fa oppure altre differenti e personali, e che abbiate potuto comprendere e apprezzare la delicata, certamente poco spettacolare nel senso classico del termine ma di contro appartata e discreta bellezza di questo paesaggio minimo, placido, invisibile ai più eppure a suo modo unico e speciale, come ho cercato di raccontarvi e farvi capire fino a qui.

N.B.: a parte dove altrimenti indicato le foto che vedete nell’articolo, scattate in differenti esplorazioni, le ho fatte io, che non sono un fotografo, con uno smartphone che non è certo all’ultimo grido, dunque non sono nulla di che. Non ne abbiate a male.