La scarpa di Jung

La scarpa che sta bene ad una persona sta stretta a un’altra: non c’è una ricetta di vita che vada bene per tutti.

(Carl Gustav Jung, Realtà dell’anima, Bollati Boringhieri, 2015.)

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Pranzi kafkiani

Kafka dopo cena andava immediatamente a letto fino alla una. Alla una si metteva a scrivere; alle quattro o alle cinque si ributtava a letto fino a quando doveva alzarsi per andare in ufficio. Il suo modo ideale di vivere e lavorare lo ha descritto in una lettera all’amica Felice del 14 e 15 gennaio 1913: «Ho pensato spesso che il miglior modo di vivere per me sarebbe di trovarmi nell’ambiente più interno di una cantina molto vasta e chiusa, col necessario per scrivere e una lampada. Mi verrebbe portato da mangiare, ma il cibo dovrebbe trovarsi sempre lontano dal posto dove sto, di là dalla porta più esterna della cantina. Il moto per andare a prendermi da mangiare, in veste da camera, camminando sotto le volte della cantina, sarebbe la mia unica passeggiata. Poi tornerei al mio tavolo, mangerei lentamente e con concentrazione e ricomincerei subito a scrivere».

(Aldo Buzzi, L’uovo alla kok, Adelphi Edizioni, 1979-2002, pag.80.)

Homo Paradoxalis

La generazione meglio equipaggiata tecnologicamente di tutta la storia umana è anche la generazione afflitta come nessun’altra da sensazioni di insicurezza e di impotenza.

(Paura liquida, Laterza, Bari, 2009, pag.126.)

(Photo credit: Narodowy Instytut Audiowizualny – CC BY-SA 2.0 [https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0])
Ecco, ad esempio leggere quanto più di frequente Zygmunt Bauman, nato oggi nel 1925: un altro modo per poter rendere questo mondo più consapevole, progredito, colto, avveduto, sensibile, sicuro. Migliore, insomma.

Persone, non personalità

Tutta questa attenzione mi soffoca. C’è chi vuole che tenga a battesimo questa o quell’iniziativa, chi mi vuol dare un titolo onorifico, rispondo a tutti di no – voglio essere una persona normale, non una “personalità”.

(Wisława Szymborska, citata da Michał Rusinek, Nulla di ordinario. Su Wisława Szymborska, Adelphi Edizioni, 2019.)

(Photo credit: Juan de Vojníkov – CC BY-SA 3.0 [https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0])
Questa fulminante asserzione della grande poetessa polacca mi fa tornare alla mente un’altra notevolissima intuizione, di Patrik Ouředník, per il quale i libri andrebbero pubblicati senza il nome dell’autore in copertina (ne dissertai qui). Ovvero, i libri dovrebbero “vivere” a prescindere da chi li abbia scritti, che dovrebbe rappresentare soltanto una figura asservita alla riuscita del loro “compito culturale” (che ogni libro deve contemplare, per quanto mi riguarda). Se avviene il contrario – cioè quando vi sono in circolazione scrittori “famosi” dei quali però tanti non sanno citare nemmeno un titolo dei loro libri – allora, io credo, c’è qualcosa che non quadra nell’editoria. Già.

P.S.: l’ispirazione per questo post viene dalla pagina Twitter di Adelphi.

La montagna che protegge

Ero rimasto lì ancora un po’, a osservare il profilo ormai netto delle montagne che giravano tutt’intorno, la frastagliata linea di confine del nostro mondo. Quello che distillava nostalgia allo stato puro ogni volta che ce ne allontanavamo. A molti quel profilo dava l’idea di una barriera opprimente, perfino ostile. Per noi costituiva un susseguirsi di protezioni. Sapevamo bene che bastava salirle per vedere orizzonti sconfinati e inventare nuovi cammini. Un privilegio da condividere con chi si ama, o con chi, in sintonia, fa almeno un po’ di strada insieme a noi.

(Franco Faggiani, La manutenzione dei sensi, Fazi Editore, 2018, pag.248. L’immagine è tratta da qui, cliccateci sopra per leggere la personale “recensione” del libro.)