Giudicare sempre, giudicarsi mai!

Aaah, questa gran passione che noi tutti abbiamo di voler giudicare gli altri, così utile soprattutto per non dover giudicare noi stessi!
Siamo come bagnanti che in acqua sanno stare a malapena a galla ma pretendono di insegnare a nuotare a tutti gli altri. Perché per non rendere evidente quanto si nuoti male, bisogna che nessun altro possa nuotare meglio.

Un circolo vizioso

A proposito di effetto Dunning-Kruger… Ci sono in giro degli individui talmente sprezzanti e supponenti che appena provi a denotargli – con tutta la finezza possibile – che questo loro comportamento, in base alle più elementari norme di educazione, socialità e buon vivere, risulta quanto meno discutibile, subito con tono sprezzante ti danno del supponente.

Meno male che poi alcuni di essi sono tanto “magnanimi” da pretendere di spiegarti dove tu stai sbagliando e come invece dovresti imitare e ispirarti a loro…

Già.

Il paradosso dell’ignoranza

Il più delle volte gli ignoranti non sanno di essere ignoranti: tale condizione è denominata “effetto Dunning-Kruger”, da David Dunning, professore di psicologia sociale alla Cornell University, e Justin Kruger, suo allievo col quale nel 1999 ha pubblicato Unskilled and Unaware of It: How Difficulties of Recognizing One’s Own Incompetence Lead to Inflated Self-assessments, da allora un piccolo classico degli studi sull’ignoranza di sé.
In effetti, se cerchiamo di capire che cosa non sappiamo attraverso l’introspezione potremmo non ottenere nulla. Possiamo continuare a chiederci “Che cosa non so?” fino allo sfinimento, e darci delle risposte, ma non esauriremmo mai il campo infinito della nostra ignoranza. Guardarsi dentro non sempre porta risultati soddisfacenti, l’unico modo per uscire dalla propria metaignoranza è chiedere agli altri.
Dunning spiega così il fenomeno: per ogni competenza, esistono persone molto esperte, esperte così così, poco esperte e pochissimo esperte. L’effetto Dunning-Kruger consiste in questo: le persone pochissimo esperte hanno una scarsa consapevolezza della loro incompetenza. Fanno errori su errori ma tendono comunque a credere di cavarsela.
I risultati sono stati raggiunti attraverso una serie di  studi su senso dell’umorismo, abilità grammaticali e logiche, studi in seguito estesi anche ad altri campi. Prendendo in considerazione il 25 per cento del campione cha aveva ottenuto i risultati peggiori in ogni prova, si osservava che in media, in una scala da 1 a 100, i soggetti si davano un punteggio di 62, nonostante la loro valutazione effettiva non superasse i 12 punti. Questo accade perché in molti campi l’atto di valutare la correttezza della risposta di qualcuno richiede la stessa competenza necessaria a scegliere la risposta esatta. Sembrerebbe dunque che la tendenza alla sopravvalutazione di sé sia inevitabile.
Questo dovrebbe farci riflettere quando parliamo dell’ignoranza nei termini di una malattia dalla quale si può guarire: se tutti siamo malati, nessuno lo è. “La gente vive all’ombra della propria inevitabile ignoranza. Semplicemente non sappiamo tutto di tutto. Ci sono buchi nella nostra conoscenza, lacune nelle nostre competenze” scrive Dunning all’inizio del suo ultimo saggio. Possiamo consolarci pensando che l’ignoranza riguardi ambiti periferici della nostra esperienza, temi oscuri o irrilevanti, comunque privi di implicazioni nella nostra vita quotidiana. E gli economisti sostengono che gran parte dell’ignoranza è razionale: acquisire determinate competenze potrebbe non portare benefici che giustifichino la fatica fatta per acquisirle. Ma sappiamo anche che non tutta l’ignoranza è periferica o razionale. Parte della nostra ignoranza, forse la parte più importante, è centrale e misteriosa. La nostra ignoranza riguarda aspetti essenziali: riguarda noi stessi.

(Tratto da Antonio Sgobba, Il paradosso dell’ignoranza da Socrate a Google, Il Saggiatore, 2017. Il testo – del quale ho preso solo una piccola parte – è un adattamento curato da Il tascabile, l’originale è qui e siete caldamente invitati a leggerlo nella sua interezza ovvero, ancora meglio – se siete interessati ad un argomento peraltro così attuale -, ad acquistare e leggere il libro. La precisazione su chi siano Dunning e Kruger l’ho aggiunta io – peraltro avevo già parlato del loro “effetto” nel blog, qui. Infine, se servisse dirlo riguardo tali questioni: meditate, gente, meditate! – che già farlo è un ottimo antidoto a qualsiasi possibile deriva ignorantista!)

Reddito di cittadinanza? Ok, ma a una condizione…

Silvestro Bossi, “Lazzari giocano a carte”, 1824.

Io non sono mica poi così contrario al cosiddetto “reddito di cittadinanza”, eh!
Sì, può essere assolutamente utile e giusto. A una condizione, però: che sia riservato non tanto a quelli che non lavorano, semmai a quelli che “lavorano” passando la giornata lavorativa a scaldare la sedia, a dimostrare costante imperizia e indolenza, a combinare danni che tanto saranno altri a dover sistemare, a tirar sera portandosi a casa, a fine mese, un emolumento del tutto immeritato. E sono tanti, tantissimi, ne ho riscontro quotidiano e crescente.
Se volessi essere scurrile, potrei riassumere quanto sopra in “a tutti quelli che lavorano col culo” ma non voglio affatto esserlo, dunque fate conto che non abbia scritto nulla. Ma che lo abbia pensato sì, assolutamente.

Ecco: sia riservato a questi, cotal “reddito di cittadinanza”, sì che possano lasciare il posto a tanti altri che – non ci vuole granché! – possano e sappiano lavorare molto meglio di essi e che magari ora risultano disoccupati per colpa della natura utopico-fantastica, al solito qui, della meritocrazia. Un concetto che è come il mostro di Loch Ness: in tanti da tempo ne dicono e dibattono ma nessuno mai l’ha veramente visto.

I poeti e gli artisti possono ancora cambiare il mondo?

I poeti oggi sono necessari più di ogni altra cosa a questo mondo. Perché la forza delle loro operazioni risiede nella capacità di sganciarsi dalla norma per poter osservare un sistema disfunzionale attraverso codici linguistici e decodificazioni necessarie, diverse, per riallacciare un rapporto tra l’etica e l’identità umana e per rammentare a tutti noi le straordinarie evoluzioni sancite dal genere umano, ormai lontano dall’uomo preistorico, ancestrale corridore e lanciatore, promotore di violenza in mancanza di altre virtù.

(Lucrezia Longobardi in Messaggeri del XXI secolo, su Artribune Magazine #44)

Christoph Büchel, Prototypes, Messico, 2018. (tratto da Artribune).

Nel sottotitolo all’articolo dal quale traggo la citazione, Lucrezia Longobardi chiede: “In un’epoca sempre più dominata dal razzismo, dalla xenofobia e dalla necessità di innalzare muri insormontabili, i poeti e gli artisti hanno qualche chance di cambiare lo scenario?“. Dal mio punto di vista la risposta – lapalissiana, per lo scrivente – è . Con un’aggiunta necessaria: i poeti e gli artisti devono poter e saper cambiare lo scenario ovvero il mondo contemporaneo. Credo stia qui il discrimine tra la salvezza del nostro mondo – quella salvezza derivante dalla celeberrima bellezza dostoevskijana, sempre valida, anzi, sempre di più – e la sua rovina definitiva, dalla possibilità delle arti di continuare a trainare il progresso intellettuale, culturale e sociale del genere umano, anche attraverso la costante generazione di punti di vista differenti e innovativi sulle realtà del mondo.

È una questione, dunque, di saper fare ciò così come di poterlo fare, cioè di godere della libertà di farlo. Causa/effetto l’una cosa dell’altra, condizione indispensabile all’evoluzione della nostra civiltà. Altrimenti, appunto, la più nefasta sorte è giusto dietro l’angolo, ben più prossima di quanto si possa ritenere.