Credo che quella “società civile” che non si adoperi costantemente e con la massima risolutezza contro la maleducazione e l’inciviltà eventualmente in essa presente, o che trascuri tale presenza mostrando indifferenza e apatia, non solo sia inesorabilmente destinata alla rovina ma meriti di finire quanto prima in rovina.
Per il bene di tutti – e di quella “società civile” in primis, già.
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Il clima che cambia, l’indifferenza della castagna e quella dell’uomo
24 settembre. Autunno.
All’esterno, quasi 27°, all’interno oltre 25. Condizionatori ovunque in azione, per le strade gente in bermuda e canottiera; al Sole si suderebbe copiosamente se non fosse per il vento che, almeno qui, allevia dal calore che pare quello di piena estate, quasi.
Già: siamo in autunno e sembra luglio.
È una situazione che qualsiasi spirito sensibile non può che definire inquietante, segno drammatico del cambiamento climatico in atto il quale, il timore sorge spontaneo, è forse ben più presente di quanto si creda, o di quanto ci facciano credere.
Inquieta questo clima così inopinato, e inquieta quella percezione di indifferenza verso un cambiamento tanto radicale e stravolgente che a volte colgo palese in molte persone. Un’indifferenza in parte dovuta anche al senso di impotenza che facilmente sorge (purtroppo ci risulta ancora difficile concepire che il singolo individuo, nel suo apparente “piccolo”, possa fare qualcosa contro un tale cambiamento planetario – concezione del tutto sbagliata, ça va sans dire) ma, io credo, derivante pure dall’impressione che ai potenti del mondo in primis (salvo rare eccezioni) la cosa non interessi più di tanto, o comunque non a sufficienza da prendere iniziative veramente radicali, efficaci e concrete al fine di cercare di mitigare l’effetto antropico sul clima. Il cambiamento climatico è questione già evidente adesso ma i cui effetti saranno via via più deleteri nel futuro, tra 10, 20 o 100 anni, ovvero ben al di là dell’attuale orizzonte politico-elettorale: così, non solo ci si permette ancora di tergiversare sui punti e sulle virgole di trattati e di trattatelli, durante i vari summit sul clima, ma addirittura finisce che leader antiscientisti e negazionisti (i quali, per quanto mi riguarda, in forza di tali posizioni dovrebbero essere messi al bando dalla scena politica) salgono al potere, arrecando ulteriori danni ai propri paesi e facendo perdere tempo prezioso all’intero pianeta nella messa in atto delle azioni per il contenimento del cambiamento climatico.
Sempre che, sia chiaro, non si sia già superato il punto di non ritorno, come qualche scienziato ritiene. Di certo, ribadisco, siamo solo all’inizio della manifestazione degli effetti del cambiamento climatico. Il peggio deve ancora venire – e non è una semplicistica affermazione catastrofista, questa, ma un palese dato di fatto: basti pensare alle Alpi che, al momento, di ghiacciai ne hanno ancora (e i ghiacciai sono i più importanti serbatoi di acqua potabile per i territori prossimi alla catena alpina) ma, se le previsioni scientifiche si rivelassero corrette, tra soli 100 anni non ne avranno praticamente più.
Poi, ieri, durante uno dei miei frequenti vagabondaggi montani, mi sono ritrovato in un bosco di vecchi castagni e la mulattiera che ho percorso era in diversi tratti tappezzata di ricci aperti, con il loro prezioso contenuto di castagne mature ben in vista – la foto in testa al post ne è valida testimonianza, spero.
Vedendoli, mi sono ritrovato a pensare che, a quanto pare, la castagna se ne frega dei cambiamenti del clima: lei il proprio buon ciclo biologico lo sta attuando come sempre, nonostante la temperatura che nulla ha a che vedere con l’autunno – stagione della quale da sempre la castagna è simbolo primario.
Di conseguenza, ho pensato e penso pure che, in effetti, la Natura sa perfettamente adattarsi a cambiamenti climatici pur così poco naturali come quelli in corso. Il tempo della Terra (cit. Davide Sapienza) consente il giusto ritmo di adattamento, la necessaria resilienza, la capacità di rimettere le cose in un ordine naturale, appunto. L’uomo invece no, non saprà mai fare tutto ciò, il suo tempo forzatamente ultraveloce e sempre affannosamente alla rincorsa del nulla consumistico non gli consente nessuna resilienza e nessun adattamento, per il semplice motivo che l’umanità ha bisogno di ciò che la Terra offre in relazione a un ben determinato range climatico. Insomma, ad esempio: se non ci saranno più ghiacciai sulle Alpi ci sarà molta meno acqua nei fiumi e nei laghi, molta meno nelle falde acquifere e dunque negli acquedotti pubblici e nelle tubature per l’irrigazione agricola – sperando poi che pure le precipitazioni atmosferiche non diminuiscano. La vita umana quotidiana e ordinaria ne sarà inevitabilmente compromessa, almeno per sotto molti aspetti: e come farà l’uomo ad adattarsi in breve tempo a ciò se non saprà come recuperare l’acqua che per millenni ha avuto a disposizione, e sulla qual ampia disponibilità ha costruito e consolidato un certo modus vivendi?
Non dovremmo dimenticare mai che, se l’uomo ha un bisogno a dir poco imprescindibile della Terra – di una “certa” Terra e di un buon clima su di essa – e delle risorse naturali da essa fornite per vivere al meglio, la Natura non ha invece alcun bisogno dell’uomo. Anzi, visti i danni che la “civiltà” umana ha arrecato al pianeta, soprattutto negli ultimi due secoli, sarebbe solo un gran vantaggio se ne potesse fare a meno. D’altro canto siamo animali, restiamo animali, anche questo il saccente homo technologicus contemporaneo dovrebbe ricordarselo più spesso: siamo parte di un sistema biologico generale che, più contribuiamo a danneggiare, più ci si ritorcerà contro. La castagna il suo ciclo biologico lo sa ben preservare, nonostante tutto; noi il nostro no, quantunque ci crediamo ormai assurti al rango di invincibili “semidei” – ma poi bastano due giorni di pioggia forte o di neve per mandare in crisi profonda la nostra presuntuosa civiltà…
È questa, in fin dei conti, la più grande e paurosa inquietudine che sorge, in chi come il sottoscritto, guarda il calendario e, accanto, la temperatura segnalata dal termometro, e poi spera che un vero inverno prima o poi venga ancora, alla faccia di tutti quelli che credono sia tanto piacevole poter girare in bermuda e infradito nel pieno dell’autunno.
Ir-razionalismo lombardo
Condivido totalmente, qui, lo sdegno dell’amico e stimato gallerista bergamasco Cristiano Calori nel segnalare l’abbattimento, a Bergamo, del piccolo stabile in stile razionalista lombardo (costruito nel 1938) di via Baschenis, adibito a distributore di benzina fino a qualche tempo fa e poi abbandonato. Un piccolo gioiellino architettonico demolito con «un atto di ignoranza colossale al netto di ogni questione burocratica», come ben sentenzia Calori (e preventivamente non solo lui), peraltro per farci una banale rotonda (probabilmente compatibile con la presenza del piccolo edificio, come qualcuno ha fatto notare), mentre le nuove destinazioni ipotizzabili e nobili, magari in ambito pubblico culturale (biblioteca di quartiere, caffè letterario, piccolo centro culturale, sala civica per incontri ed eventi vari, spazio espositivo per giovani artisti, eccetera), sarebbero state innumerevoli e avrebbero consentito la permanenza di questo affascinante edificio storico nel paesaggio urbano bergamasco.
Il comune di Bergamo (sia chiaro: questo mio post non ha nulla a che fare con qualsivoglia strumentalizzazione politica – chi mi legge abitualmente sa bene come la penso) si giustifica sostenendo che i costi per la bonifica dell’area sarebbero stati troppo alti rispetto ai benefici legati alla permanenza dello stabile. Per ribattere a ciò riprendo di nuovo le parole di Cristiano, perfetta risposta alla quale non c’è da aggiungere nulla: «Ragionare (solo) in termini di costi/benefici penalizza la visione del futuro delle nostre città. Se vogliamo trasmettere la cultura e la bellezza alle generazioni future ci si può anche rimettere qualche soldo ogni tanto. Se ne buttano già tanti!» Già, evidenza ineluttabile: quanti soldi l’Italia spreca nel distruggere il proprio patrimonio di bellezze d’ogni sorta, e quanti altri ne spende per costruire opere spesso brutte, sovente inutili e qualche volta, ahinoi, pure malferme? E quanto, agendo così, smarrisce sempre più la visione progettuale del proprio futuro minandone da subito qualsiasi potenziale convenienza?
No, non c’è proprio verso: l’Italia contemporanea continua pervicacemente a tirarsi le più vigorose zappate sui piedi, infangando la propria bellezza in modi via via più insensati. Va bene che ne ha a disposizione parecchia, di tale bellezza, ma di questo passo inesorabilmente il Bel Paese diverrà sempre più brutto. E più irrecuperabile, disperso in abissi di bruttezza e di degrado infiniti.
Miss Italy
“Miss Italia”.
Detta in inglese, Miss Italy.
Che nella suddetta lingua inglese può significare anche “perdere l’Italia”. Ovvero, quanto meriterebbero quelli che insultano la concorrente dell’annuale concorso di bellezza nazionale che vedete nell’immagine – ne avrete letto certamente, sul web o altrove.
Perché se si può discutere come e quanto si vuole del concedere la cittadinanza italiana a persone straniere, bisognerebbe cominciare a mettere in discussione pure la legittimità della cittadinanza per certi “italiani” che, palesemente, si mostrano indegni di rappresentare un paese di così ampia e nobile (ancorché ignorata e calpestata da molti) cultura.
Perché è un problema culturale, questo, cioè di grave mancanza di cultura, umanistica, civica, sociale – quella che una persona dovrebbe avere per via “congenita”, non certo in forza di precetti o insegnamenti, e che segnala in modo ben poco discutibile il valore umano, la socialità e il senso civico della persona stessa. Comportamenti come quelli che Chiara Bordi sta subendo, come i tanti altri similari di cui si hanno pressoché quotidiane notizie, per quanto mi riguarda sono da sospensione della cittadinanza e dei relativi diritti (quando non, in certi casi particolarmente vergognosi, da carta d’identità fatta all’istante a pezzetti), senza star lì a perdere troppo tempo con dichiarazioni di condanna e di solidarietà (ben vengano, sia chiaro, ma a quanto pare non servono a molto) o con “rieducazioni civiche” e altro del genere, semmai da attuare a chi veramente se le meriti. Punto.
(Fotografia di Alessandro Capoccetti, www.modelsofdiversity.org)
Guido Ceronetti (1927-2018)

Guido Ceronetti era uno dei quegli intellettuali ancora capaci di meritarsi pienamente tale impegnativo titolo (ovvero uno degli ultimissimi rimasti, sarebbe meglio dire) perché in grado, attraverso pensieri realmente fulminanti – capaci come il fulmine tanto di illuminare quanto di folgorare, ancorché spesso composti da poche, essenziali parole – di descrivere e identificare certe cose della realtà con intensità ineguagliabile e, non di rado, con chiarezza tale da risultare rivoluzionaria – o sovversiva, se preferite. Una dote che con irritante convenzionalismo viene spesso definita (anche per lui, anche in queste ore sui vari media) “irriverenza”, e invece altro non è che lucidissima intelligenza.
Ma tra gli innumerevoli suoi pensieri così potenti e originali, ora me ne viene in mente soprattutto uno, all’apparenza semplice, secondario se non quasi banale, sorta di pour parler informale eppure, a ben vedere, assolutamente emblematico: un pensiero còlto in una delle sue rare ospitate televisive, ormai parecchi anni fa, col quale Ceronetti “denunciava” la sconcertante ipocrisia presente nella domanda che tutti poniamo a chiunque altro ci si pari davanti, appena dopo il saluto: come stai? Domanda ipocrita, già, dacché quasi mai ci importa veramente come sta la persona che abbiamo di fronte, perché dunque frutto di un automatismo conformista ed emotivamente sterile, e perché è una domanda che, quasi sempre, richiede se non “pretende” una risposta falsa – quel «bene, grazie!» con tutte le sue possibili varianti che, appunto, facilmente non rispecchia la realtà personale e generale. Ed è così, funziona proprio così, inesorabilmente. Sembrerebbe un pensiero fin troppo cinico, questo, ma rifletteteci sopra se piuttosto non sia sul serio alquanto obiettivo e meno ipocrita (o per nulla tale) di ogni altra considerazione al riguardo, e se le relative eccezioni non siano molte meno delle conferme!
Ecco, questo era Guido Ceronetti. Era, purtroppo – per la nostra cultura, per la nostra società. Purtroppo per noi tutti.
(L’immagine in testa al post è tratta da http://www.mangialibri.com)