[Foto di Lian und Sander Baumann da Pixabay.]Corriamo continuamente per ogni cosa, la vita quotidiana ci impone di essere veloci, smart, di non perdere tempo, di star dietro a più cose contemporaneamente e nel frattempo ci bombarda di stimoli continui che non possiamo e non sappiamo ignorare per restare “connessi” con il mondo che ci circonda.
Sono ovvietà, lo so e lo sapete bene tutti, che spesso biasimiamo ma alle quali tuttavia ci vediamo costretti a sottostare perché «oggi va così, è la vita!». Forse, vi sottostiamo anche perché il nostro cervello, talmente preso dalle cose e per ciò costantemente in affanno per gestirle, non sa più o non è più in grado di rallentare. Per questo tale frenetico e affannato modus vivendi lo riproduciamo anche in contesti nei quali non servirebbe affatto: andiamo a sciare su impianti di risalita sempre più veloci e capienti così da attendere in coda il meno possibile, oppure pretendiamo di salire con le nostre auto il più in quota possibile per avvicinarci ai rifugi e raggiungerli rapidamente, e così via.
[Foto di Ralf Ruppert da Pixabay.]Pretendiamo di salire e scendere veloci dalle piste da sci e dalle montagne e che i nostri bisogni ricreativi siano soddisfatti ovunque rapidamente per non perdere tempo, inseguiti come siamo dai demoni dello stress e della noia, e non ci rendiamo più conto che se invece rallentassimo, almeno qualche volta, ci fermassimo, tirassimo un respiro profondo e osservassimo il mondo che abbiamo intorno quando siamo in luoghi di pregio come le montagne, scopriremmo una quantità tale di cose sorprendenti e meravigliose da ammirare, e dalla cui bellezza farci conquistare, che probabilmente appena dopo resteremmo sgomenti per quanta roba siamo riusciti a ignorare fino a quel momento, come se fossimo privati tanto di sensi attivi quanto di una mente sveglia e lucida. Ovvero, per dirla come ho accennato poc’anzi, di quanto il nostro cervello sia realmente in affanno al punto da perdersi la gran parte delle cose del mondo d’intorno.
Vogliamo arrivare in cima alle piste da sci su telecabine da 12 m/s di velocità e 6000 persone/ora, oppure salire fino a quote alte su strade ampie e veloci per arrivare prima possibile alla meta prefissata? Be’, se proprio non sappiamo farne a meno… ma, almeno qualche volta fermiamoci, magari sediamoci per sentirci ancora più rilassati e osserviamo il paesaggio d’intorno con calma, ascoltiamone i suoni e odoriamone i profumi, lasciamo vagare lo sguardo nella geografia circostante, nelle sue forme, nei colori, nelle cose naturali o antropiche che contiene.
Torniamo per qualche momento a seguire il tempo lento della Terra, non quello frenetico della civiltà. Siamo più parte della prima che della seconda, dovremmo ricordarcelo più di frequente.
[Foto di Felix da Pixabay.]Sono sicuro che, in quei momenti, non solo vedremo e apprezzeremo cose che altrimenti ci sarebbero sfuggite e comprenderemo quale perdita sia l’ignorarle come abbiamo così spesso fatto, ma in aggiunta ci sentiremo bene come prima non sapevamo di poterci sentire, in armonia con il luogo in cui siamo e con il mondo, connessi con la realtà ben più che con la virtualità, più contenti e appagati di stare lì, consapevoli di potercene poi tornare a casa con dentro qualcosa in più.
E se poi vorremo tornare a “correre”, o ci toccherà farlo perché ce lo impone la quotidianità, sono anche sicuro che lo potremo fare con meno affanno, la mente più leggera e un certo conforto in più nell’animo. Scommettiamo?
Se vi domandassero quali potrebbero essere i luoghi sulla Terra con il clima più estremo, probabilmente rispondereste come chiunque citando qualche remota zona della Siberia, dell’Artico o del Polo Sud. Invece no, non c’è bisogno di “andare” in luoghi tanto sperduti: basta recarsi su una montagna di modesta altitudine lontana meno di 100 miglia da alcune rinomate spiagge oceaniche e posta ad una latitudine più o meno simile a quella di Milano. Cioè, è sufficiente salire sul monte Washington, vetta massima delle White Mountains nello stato del New Hampshire (USA), a soli 400 km a nord di New York, alta solo 1917 m e all’apparenza più simile a una collinona che a una montagna vera e propria eppure, come detto, dotata di uno dei climi più estremi e, per molti versi, straordinari al mondo.
Detiene infatti il record mondiale per la velocità del vento più alta non associata a tornado o ciclone tropicale, ben 231 miglia orarie pari a 372 km/h (!) misurata il 12 aprile 1934, mentre il minimo record ufficiale della temperatura sulla vetta è di -50° F / -46° C, registrata il 22 gennaio 1885. Il 16 gennaio 2004, l’osservatorio meteorologico presente sulla vetta ha registrato una temperatura di -43,6° F / -42,0° C insieme a venti di 87,5 mph / 140,8 km/h: ne è risultato un valore di temperatura percepita di -102,59° F, ovvero -74,77°C!
Un clima così estremo è determinato dalla posizione geografica del monte Washington, che per diverse migliaia di km a occidente non presenta rilievi montuosi della stessa altezza così che le correnti atmosferiche circolanti sopra il continente nordamericano, provenienti dall’area dell’Oceano Pacifico, dopo aver aggirato a sud le Montagne Rocciose corrono liberamente per le grandi pianure occidentali per poi confluire e transitare in gran parte proprio sulla sommità del monte, letteralmente in balìa degli agenti atmosferici più imponenti che lo rendono, in pratica, un “pezzo di Antartide” nel bel mezzo dell’emisfero boreale.
D’altro canto il monte Washington è famoso anche per la sua Mount Washington Cog Railway, la prima ferrovia a cremagliera del mondo, autentico capolavoro ingegneristico inaugurato nel 1868 e ancora operativo coi propri secolari convogli a vapore lungo un tracciato con pendenze massime del 37%, che ne fanno pure la seconda più ripida al mondo dopo quella del monte Pilatus in Svizzera (datata 1889). Tuttavia, se decidete di andarci, è meglio che verifichiate le condizioni meteo previste in loco!
Sergej Dovlatov ha scritto: «Purtroppo non ci sono dati statistici certi su quali siano, in russo, le parole più o meno usate. Cioè tutti sanno, chiaramente, che la parola “merluzzo”, per esempio, è significativamente più usata della parola, per dire, “sterletto”, e la parola “vodka”, diciamo, è più usuale di parole come “nettare” o “ambrosia”. Ma di dati certi, ripeto, a questo proposito, non ne esistono. E è un peccato. Se dati di questo genere esistessero, ci accorgeremmo che, per esempio, l’espressione “è un lavoro fatto coi piedi” è una delle espressioni più usate, in Unione Sovietica».
Sergej Dovlatov è stato un meraviglioso scrittore russo, tra i più intriganti che abbia mai letto (qui trovate un elenco dei post e delle recensioni dedicati a lui e ai suoi libri), perseguitato in URSS e per questo costretto a fuggire in Occidente. Lo conobbi quando scrissi il mio libro su Tallinn in quanto Dovlatov vi lavorò, nei primi anni Settanta, come corrispondente di alcuni giornali sovietici, periodo al quale si riferisce il suo libro Compromesso.
L’invasione della Russia ai danni dell’Ucraina è, palesemente, «un lavoro fatto coi piedi».
Opere diAlberto Giacometti alla Biennale di Venezia nel 1962; immagine tratta dalla pagina Facebook di “Artribune”. Ovvero: quando l’arte genera altra arte, anche “incidentalmente”. Sculture, in questo caso, sia quelle di destra che quella a sinistra, tutte quante a loro modo meravigliosamente “viventi”.
Di Giacometti, uno dei più grandi artisti di sempre – e questo la foto lì sopra lo conferma pienamente, a suo modo – e delle sue terre natali alpine ho scritto di recente, qui e qui.
Io non credo nella vita dopo la morte, e quindi, data la cupa visione che ho della condizione umana e della sua dolorosa assurdità, perché andare avanti? Alla fine, non sono stato in grado di trovare un motivo plausibile, e sono giunto alla conclusione che noi uomini siamo semplicemente programmati per resistere alla morte. Il sangue è più forte del cervello. Non c’è motivo logico per cui rimanere attaccati alla vita, ma chi se ne importa di quello che dice la testa. Il cuore dice: hai visto Lola in minigonna? Per quanto ci lamentiamo e insistiamo, a volte in modo del tutto persuasivo, che la vita è un incubo di lacrime e di sofferenza, se uno entrasse improvvisamente nella nostra stanza con un coltello e intenzioni omicide, reagiremmo subito. Lotteremmo con tutta la nostra energia per disarmarlo e sopravvivere. (Nel mio caso, scapperei.)