Ringrazio molto per la considerazione a me dedicata Emanuele Zanini del quotidiano veronese “L’Arena” che, nell’articolo di sabato 18 marzo al quale si riferisce l’immagine qui sopra (cliccateci sopra per leggerlo in originale), ha fatto il punto della situazione sulla questione del contestatissimo dj set al Rifugio Chierego, sul Monte Baldo, citando anche le mie osservazioni al riguardo già pubblicate da “Il Dolomiti” qualche giorno fa:
Riguardo la vicenda, lo stesso giornale veronese ha riportato le considerazioni di Alessandro Anderloni, regista, drammaturgo, direttore artistico del mirabile Film Festival della Lessinia e figura fondamentale per queste montagne (e non solo), il quale ha proposto che «Il Cai inviti i suoi soci, e sono tanti e sono quelli che camminano, a non mettere più piede nei rifugi che organizzano queste baldorie». Poste le parole del gestore del rifugio Chierego per il quale invece l’evento aveva lo scopo di portare i giovani in montagna, mi chiedo: ma se pure il gestore avesse ragione, sostenendo peraltro una motivazione che viene sempre formulata per giustificare situazioni del genere, di contro quante persone non si recheranno più al Chierego per gli stessi motivi e a prescindere dall’“invito” di Anderloni al riguardo?
Spesso queste vicende si tende a osservarle solo da un punto di vista e non da quello opposto, quando invece la visione d’insieme sarebbe, se non doverosa, quanto meno auspicabile. C’è da augurarsi che i gestori del rifugio Chierego l’abbiano formulata, quella visione d’insieme: sa l’hanno fatto, significa che hanno in mente un’idea di “montagna” diversa da quella che molti vorrebbero frequentare; se non l’hanno fatto, spero che possano manifestare una maggior sensibilità verso la montagna stessa sulla quale svolgo il loro lavoro di rifugisti, al quale va comunque il mio più assoluto rispetto.
(P.S. – Pre Scriptum: questo post riproduce il testo dell’articolo pubblicato su “Il Dolomiti” lo scorso 15 marzo. Dunque chi se lo fosse perso lo ritrova qui, ora.)
[Il Rifugio Nuvolau, il primo sorto sulle Dolomiti ampezzane.]
I rifugi sono degli edifici che non assomigliano a nessun altro tipo di casa. Le abitazioni sono abitazioni proprio perché sono abitate, ma i rifugi restano rifugi anche senza ospiti, anzi sono rifugi proprio in quanto spesso disabitati, ma pur sempre abitabili. Una casa senza abitanti trasgredisce la sua natura, ma un rifugio senza gente rispetta in pieno il suo significato e il suo compito. I rifugi sono dunque indifferenti alla gente, proprio come le montagne: erano lassù prima di noi, saranno lassù dopo di noi e senza di noi. Questa è la loro natura. Ed è forse per questo che sembra non abbiano età e appaiono sempre affascinanti e un po’ misteriosi, soprattutto quando sono chiusi: è perché sono una via di mezzo tra una casa e una montagna.
A leggere l’articolo qui sotto riprodotto (uno dei numerosi al riguardo; cliccateci sopra per leggerlo) e la notizia che riporta, della quale tra frequentatori dei monti in questi giorni si dibatte molto, mi è tornato in mente il bellissimo brano di Cenacchi che vi ho voluto proporre lì sopra.
Ciò che è stato fatto al Rifugio Chierego (un evento in sé certamente bello e divertente) può essere legittimo, se osservato dal punto di vista dei gestori i quali sono liberi, salvo obblighi superiori, di condurre come vogliono la loro struttura. Si può certamente credere anche alla loro buona fede, quando sostengono che l’evento «aveva l’intento di includere i giovani e fargli conoscere la montagna e il nostro territorio». Ma – ennesima domanda spontanea – come si può far conoscere e apprezzare la montagna riproponendo in quota modelli prettamente metropolitani e del tutto decontestuali all’ambiente montano e alle peculiarità che lo rendono differente, appunto, dalla città? Veramente i «giovani che si sono recati con le proprie gambe presso il Rifugio senza l’uso di mezzi di trasporto» ci sono saliti per conoscere la montagna e il territorio circostante standovi come fossero in un music club cittadino o di qualsivoglia località adibita al turismo ricreativo di massa? Ma allora che ci sono andati a fare così tanto sforzo e fatica, fin lassù? Forse per fare la stessa cosa che avrebbero potuto fare nelle proprie città ma col gusto dell’“esotico” (in perfetto social media mood) offerto dai quasi duemila metri di quota, mi viene da temere. E, nel caso, questo sarebbe il «pieno rispetto della montagna»? Non si capisce proprio a cosa servano a questo punto le montagne e ogni altro territorio naturale non antropizzato, se vengono trasformati (pervicacemente) in piazze cittadine affollate e rumorose ma, unica differenza, in alta quota!
Ma ecco che, si legge nell’articolo, il gestore del rifugio Chierego, nella lettera con la quale cerca di giustificare la propria condotta inviata alla redazione del giornale, esprime un concetto ormai abituale nel corso di questioni del genere: «Credo che la montagna sia di tutti». Concetto, mi permetto tuttavia di osservare, che appare monco: la montagna è di tutti quelli che la rispettano. Ecco, così è completo, e d’altro canto non è certamente sostenibile che, siccome la montagna sia di tutti, tutto in montagna possa essere giustificabile al riguardo. I gestori del Chierego, a quanto pare, organizzano altri eventi ben più apprezzabili e consoni al luogo nel quale si trovano: dunque che bisogno c’è di aggiungervi iniziative così palesemente fuori contesto e così tremendamente ispirate ai più beceri modelli del turismo di massa, che alle montagne da sempre non fanno che apportare danni?
Cenacchi scrisse che i rifugi sono una via di mezzo tra una casa e una montagna: be’, spiace dirlo ma quelli come il Chierego, quando si svendono a – pur legittime – operazioni meramente commerciali e banalizzanti come quella proposta o altre affini (perché questo sono, in concreto), perdono inesorabilmente qualsiasi idea di “casa” e tanto meno di “montagna”. Oltre a tutto il loro fascino, che mi auguro non venga intaccato nella considerazione dei tanti escursionisti che una “casa in montagna” e non altro lassù ricercano e, inutile rimarcarlo, nelle forme più “nuove” tanto quanto armoniche al paesaggio montano vorrebbero ancora trovare.
Domenica 26 marzo, nell’ambito degli eventi organizzati dalla Delegazione di Lecco del FAI – Fondo Ambiente Italiano per le “Giornate di Primavera” 2023, sarò tra i relatori – insieme ad altri assai prestigiosi – al convegno “Fai e Comunità Montana insieme per la valorizzazione delle aree montane: dalla biodiversità all’alpinismo”, che si terrà presso il Monastero di Santa Maria del Lavello di Calolziocorte (Lecco) sabato 25 e, appunto, domenica 26.
In questi ultimi anni il FAI sta riservando un’attenzione particolare all’ambiente, al paesaggio e all’agricoltura, temi affrontati di frequente negli ultimi convegni nazionali. Inevitabilmente parlare di ambiente nel territorio lecchese significa parlare di montagna, per questo la si è voluta rendere protagonista di queste giornate, con il convegno suddetto e con le aperture a cura dei delegati e volontari FAI del Monastero del Lavello, della Kong Spa, del Giardino Botanico di Villa de Ponti, e della chiesa di San Martino a Calolziocorte.
Nello specifico, al Monastero del Lavello in stretta collaborazione con la Comunità Montana Lario Orientale Val San Martino, si terrà una serie di interventi di relatori estremamente qualificati in vari settori, durante i quali verranno affrontati argomenti che avranno lo scopo di far conoscere e valorizzare i paesaggi, i saperi e la biodiversità delle montagne. Sarà un vero e proprio viaggio nella conoscenza alla ricerca di un rinnovato equilibrio uomo-Natura, con l’obiettivo di tornare a prenderci cura e godere tutti quanti di questo patrimonio ambientale meraviglioso. Il convegno prevede una serie di interventi della durata di 30 minuti con un intervallo tra uno e l’altro, in modo da consentire ai partecipanti di seguire più incontri e di interagire con i relatori. Si potrà assistere, sabato alle ore 16.00, alla proiezione del film: Lecco verticale. Le rocce sopra i tetti, mentre grazie ai volontari presenti sarà possibile partecipare alle visita guidata della Chiesa e del Monastero di Santa Maria del Lavello.
Come si può leggere nella presentazione delle giornate, «Conoscere e valorizzare i paesaggi, i saperi e la biodiversità delle montagne è come compiere un viaggio alpinistico dalle radici più profonde dell’anima sino alle più alte cime, per sondarne gli spazi, i tempi, le colture e le culture, alla ricerca di un nuovo modo di intendere l’indissolubile quanto delicato rapporto fra uomo e Natura: è possibile (e come?) tornare a prenderci cura dell’ambiente meraviglioso in cui abitiamo, per le generazioni future? Si può vivere la montagna con responsabilità?»
Il mio intervento si terrà domenica 26 alle ore 11.30 e si intitoleràFare il paesaggio: accompagnerò i presenti in un “cammino” attento e sensibile attraverso l’anima geografica e culturale del mondo in cui viviamo, esplorando alcuni dei territori emblematici delle montagne lecchesi per ricercarne il Genius Loci e per comprendere come i loro paesaggi, con tutta la bellezza e il fascino che sanno donare, sono in realtà l’espressione di noi stessi che li abitiamo, li viviamo, li percepiamo e, soprattutto, li facciamo. Perché noi siamo il paesaggio e il paesaggio è noi, e su questa piccola/grande verità si costruisce giorno dopo giorno il nostro mondo.
Appuntamento dunque a sabato 25 e domenica 26 marzo prossimi a Calolziocorte: potrete conoscere tutte le informazioni utili al riguardo nei documenti che trovate qui nel post (cliccando sull’immagine in testa scaricherete la presentazione completa delle Giornate in pdf, cliccando sulla locandina il programma degli interventi in un formato più grande), oppure potete scrivere a cultura@comunitamontana.lc.it e a lecco@delegazionefai.fondoambiente.it.
Save the date e vedrete: sarà una due giorni tanto intensa quanto affascinante!
Avrete forse letto della festa con dj set tenutasi qualche giorno fa al Rifugio Chierego, sul Monte Baldo, con centinaia di persone a ballare come fossero in discoteca a quasi duemila metri di quota. Non è la prima volta che accade e non sarà l’ultima che iniziative del genere suscitano accese discussioni. Dove si può fissare in questi casi il confine tra evento opinabile ma legittimo e spacconata insolente e nociva?
Ho espresso le mie opinioni al riguardo nella lettera-articolo pubblicata ieri, 15 marzo, da “Il Dolomiti”, testata sempre molto attenta e sensibile alle cose di montagna: ringrazio di cuore la redazione per la considerazione e lo spazio che ha concesso alle mie osservazioni.
Cliccate sull’immagine lì sopra per leggere l’articolo nel sito della testata.
[Il nucleo di Costa, o Costa Antica, Monte Marenzo, Val San Martino.]
Il problema della tutela e del rispetto per il paesaggio è un fatto intimo, da riportare alla coscienza individuale, anche se rientra tra i grandi fatti territoriali, collettivi e addirittura planetari. Non servono prediche, indicazioni disciplinari pesanti, ma solo la lieve carezza di uno sguardo verso il maggiore dei doni che ci sono stati dati sulla Terra e che quindi deve essere amato e rispettato, come bene sacro, troppo spesso tradito in cambio di beni puramente materiali. [Eugenio Turri]
È l’uomo che fa il paesaggio, trasformando il territorio, adattandolo ai propri bisogni, creando luoghi, interagendo con essi e definendoli in base al vissuto collettivo e alla cultura condivisa dal gruppo abitante. Ma tutto ciò genera un pari fenomeno “di ritorno” per il quale è il paesaggio a fare l’uomo, influenzandone la presenza nel territorio, determinando la percezione dei luoghi e dei contesti, contribuendo alla formazione del valore culturale dell’abitare umano in esso. È un perenne do ut des che sta alla base della nostra relazione con il territorio identificato dal proprio paesaggio, uno scambio costante tra azioni materiali e nozioni immateriali (e a volte viceversa) le une dipendenti dalle altre in un modo il più possibile equilibrato il quale solo all’apparenza è determinato dalle circostanze e dai bisogni momentanei ma, in realtà, viene elaborato proprio dalla cultura che si è formata nel tempo durante la relazione tra luoghi abitati e uomini abitanti.
La capacità di preservare l’equilibrio che dà valore a questa relazione è ciò che può determinare la più funzionale e proficua armonia tra elementi antropici, territorio e ambiente, oltre che la piacevolezza estetica della sua visione e la percezione positiva del paesaggio che se ne ricava. Quando invece l’equilibrio non viene rispettato e la reciprocità viene sbilanciata con il perseguire una dominazione forzata sul territorio ovvero una sua trasformazione eccessiva, non solo si conseguirà un’inevitabile disarmonia e un abbruttimento del paesaggio, ma col tempo si cagionerà un contrasto, un dissidio anche in chi interagirà con il territorio in questione, abitandolo o frequentandolo. Fare male il paesaggio – e fare male al paesaggio – significa fare male a chiunque lo viva: ciò risulta un’eventualità ancora più grave nel caso in cui colui che cagiona un danno al paesaggio e colui che lo vive sono lo stesso soggetto, espressione dello stesso gruppo. È una forma di autolesionismo (quasi sempre) inconsapevole che non per questo risulta meno deleteria, alla lunga, anzi: lo è anche di più non venendo còlta in tutta la sua pericolosità. In chiave politica, è una delle maggiori responsabilità e, se mal gestita, delle maggiori colpe di un amministratore locale che non voglia o non sappia comprendere il valore della relazione attiva tra il suo gruppo abitante e il luogo che abita, e anche per questo decida di usufruire del luogo in maniera disequilibrata e carente di consapevolezza culturale, il che denota anche una mancanza di sensibilità e cura verso il paesaggio del quale si è causa e effetto.
Così nascono luoghi piacevoli nei quali è altrettanto piacevole stare oppure, al contrario, spazi vissuti ma privati di equilibrio e armonia, nei quali lo starci inevitabilmente genera disagio, spaesamento, alienazione. Sarà merito nell’un caso o colpa nell’altro ma comunque è causa nostra, di noi che gestiamo politicamente il territorio determinandone il paesaggio e che sappiamo relazionarci con esso armonicamente oppure disordinatamente. Perché quando osserviamo un paesaggio, in realtà osserviamo noi stessi, e prima che fuori, è dentro di noi che dobbiamo ricercare la sua bellezza.