Sviluppo di Bobbio e Artavaggio: qualche necessaria domanda per poter fare veramente chiarezza

P.S. – Pre Scriptum: vi propongo qui il testo integrale del mio intervento, pubblicato in varie forme nei giorni scorsi su numerosi organi di informazione, riguardante i progetti di “sviluppo turistico” dei Piani di Bobbio e di Artavaggio (Valsassina, provincia di Lecco). Intervento contenente considerazioni e domande chiare che rivolgo direttamente ai promotori pubblici e privati del progetto ma che, credo, possano avere valore emblematico per tante altre località montane che presentano situazioni simili e similari volontà politiche e imprenditoriali di “turistificazione” dei loro territori. Buona lettura e, mi auguro, buone riflessioni.

[Uno scorcio invernale, più o meno, dei Piani di Artavaggio. Immagine tratta da “ValsassinaNews“.]
C’è un antico proverbio turco che più o meno dice così: «E gli alberi diedero ancora ragione all’ascia, perché l’ascia era furba e li aveva convinti che era una di loro in quanto aveva il manico di legno». Ecco, a leggere le considerazioni pubbliche dei sindaci e dei rifugisti (ovvero di uno, formalmente) coinvolti nella questione del progetto di sviluppo dell’offerta turistica dei Piani di Bobbio e di Artavaggio, promossa e finanziata da Regione Lombardia, mi è tornato in mente quel vecchio adagio turco. Ciò in quanto le osservazioni proposte in quelle missive pubblicate sugli organi di informazione locali, pur in tutta la loro legittimità, appaiono tanto scontate e prevedibili quanto incoerenti e – lo scrivo con tutto il rispetto del caso e considerando l’accezione letterale del termine – irrazionali, anche alla luce delle iniziative antitetiche nel frattempo messe in atto come la raccolta firme “No alle olimpiadi del cemento in Valsassina“, attiva sulla piattaforma change.org, la quale dimostra palesemente che tutto quel consenso sul quale i sostenitori pubblici e privati del progetto in questione vorrebbero promuoverlo non esiste affatto – ma basta pure dare un’occhiata al tono dei commenti in calce ai relativi post sui social della stragrande maggioranza degli utenti per farsi un’idea chiara di dove stia il sentore popolare.

D’altro canto sono i suddetti sostenitori ad avere l’ascia del proverbio citato dalla parte del manico – proprio un manico di legno, come quello dei boschi che, insieme a ogni altro elemento geografico e ambientale, compongono il paesaggio di questo meraviglioso lembo di Valsassina – forti anche della spinta di un ente pubblico come Regione Lombardia tanto politicamente potente quanto palesemente fossilizzato su strategie turistiche per la montagna ben chiare, che si potrebbero sintetizzare nello slogan “sci, sempre sci, fortissimamente sci”. Il che andrebbe anche bene se fossimo nel 1970, peccato invece che siamo nel 2022 e nel bel mezzo di un anno climaticamente drammatico il quale al momento rappresenta un’eccezione ma che ogni scenario climatologico-scientifico presenta come la normalità (o quasi) futura. E, a scanso di repliche di chi dica che per certa politica non sia vero che esista solo lo sci, in questo caso magari citando le ciclopedonali in progetto: sono ottime iniziative, senza dubbio, ma quale percentuale occupano, in termini di soldi e impegno investiti, rispetto allo spazio dedicato al turismo sciistico massificato e alle relative infrastrutture? E quanta ne occupano nel panorama complessivo degli investimenti regionali riservati allo sci e delle relative progettualità territoriali future?

Visto che si è palesata la possibilità di «un tavolo di confronto che vedrà coinvolte tutte le parti in causa per cercare la massima condivisione» – una possibilità sicuramente positiva nonché, c’è da augurarselo, realmente costruttiva e non mera formalità tanto per dire di averla fatta quando poi tutto sia già deciso ovvero funzionale a rendere ancora più indiscutibili le opere previste (ahinoi cosa frequente, in Italia), e posto che sono stato tra quelli, nel mio piccolo, a sollevare da subito numerose riserve al progetto, tutte quante solidamente basate sulla personale conoscenza del territorio in questione, una volta lette le osservazioni dei sostenitori delle iniziative annunciate mi sorgono alcune inesorabili domande che formulo di seguito, sperando poi che in qualche modo possano essere sottoposte anche nei suddetti confronti pubblici e comunque servano da spunti di riflessione sull’intera questione a chi sta leggendo.

Innanzi tutto: si vogliono investire milioni e milioni di Euro per sviluppare o rilanciare lo sci su pista in zone poste totalmente sotto i 2000 metri di quota: dunque voi sostenitori siete in possesso di dati scientifici per i quali a queste quote nevicherà ancora come anni fa e farà freddo a sufficienza per mantenere la neve al suolo, quando la totalità dei report climatici rivelano l’esatto opposto? Ad esempio quelli del prestigioso Istituto Svizzero per lo studio della neve e delle valanghe (SLF) di Davos: siete in grado di confutarli? Dovendo investire quella grande somma di denaro pubblico, dunque di tutti noi, avete veramente considerato tutte le variabili – quelle climatico-ambientali e non solo – che potrebbero decretare il vostro investimento un fallimento, non solo finanziario?

Voi sostenitori obietterete: stiamo potenziando anche gli impianti di innevamento artificiale. Bene: avete calcolato il consumo idrico necessario per alimentare quei vostri impianti e per innevare tutte le piste dei comprensori in questione? Se dovessero capitare ulteriori stagioni siccitose, la cui frequenza è prevista in aumento da un altro prestigioso ente scientifico, Meteosvizzera, con quale acqua alimenterete i cannoni per la neve artificiale? Inoltre: considerando il costo medio dell’innevamento artificiale – fino a 45.000 Euro per km di pista a stagione, ma è un dato precedente ai recenti folli aumenti dei costi energetici e che dunque oggi è da considerare ben più alto – siete sicuri di poter sostenere le spese per innevare le piste? Per fare ciò, di quanto dovrete aumentare il costo dei biglietti per gli sciatori (in Valle d’Aosta, prima regione a sollevare la questione, si parla di un 10% in più, a fronte poi dei costanti e cospicui aumenti già registrati negli scorsi anni) così restringendo ancor più la platea dei potenziali fruitori delle vostre infrastrutture sciistiche ovvero, per dirla in breve, tirandovi un’ennesima zappata finanziaria sui piedi? E se poi facesse così caldo che la neve che sparerete sulle piste ai costi suddetti si dovesse sciogliere? Installerete delle serpentine sotto le superfici delle piste per mantenerle fredde a sufficienza? A proposito: voi amministratori pubblici siete a conoscenza dell’enorme indebitamento delle stazioni sciistiche, generato proprio dai costi di gestione attuali dello sci da un lato e dalla situazione climatica che stiamo vivendo dall’altro?

Invece l’affermazione «le prime sentinelle per la tutela del territorio e dell’ambiente sono proprio gli amministratori locali», perdonatemi l’ironia, quantunque nella forma sia condivisibile, valutando la realtà di molte località montane consacrate al turismo di massa nella sostanza mi pare degna del “miglior” comandante Schettino rispetto a quella sua tristemente celebre nave: commentarla è un po’ come sparare sulla Croce Rossa, dunque vado oltre.

«La chiusura degli impianti sciistici di Artavaggio negli anni Novanta ha messo nero su bianco quanto la nostra economia sia strettamente legata allo sci»: dunque per i sostenitori di tale tesi il successo indiscutibile di Artavaggio come località post sciistica non conta nulla? Questo successo non ha insegnato niente a essi in merito al pensare formule turistiche innovative per lo sviluppo delle proprie montagne coerenti con la loro realtà ambientale? Inoltre, domanda inevitabile oltre che reiterata: siamo forse ancora negli anni Settanta del Novecento per pensare che l’economia dei territori montani, e in particolar modo di un territorio come quello in oggetto, sia “strettamente legata allo sci”? Sotto i 2000 m di quota (ribadisco di nuovo)? Non conoscete quell’altro noto motteggio il quale suppergiù dice che «chi non è un grado di pensare il futuro non fa altro che rivangare il passato»?

«Realizzare una piccola seggiovia ad Artavaggio a servizio del campo scuola, in sostituzione dei vetusti tapis roulant attualmente presenti al fine di ammodernare l’offerta» a cosa serve, concretamente? Cosa darà realmente in più alla località di quanto non ci sia già ora? Riportare lo sci a Artavaggio significa solo questo, o l’affermazione comparsa sugli organi di informazione è ambigua? Questa “piccola seggiovia” come potrà rendere attrattiva la località rispetto a tutte le altre? Eppoi non ci si rende conto che non è solo un problema di dimensione dell’impianto ma di visione strategica, turistica, ambientale, culturale? Non si vuol capire che Artavaggio ha in questi anni sviluppato una potente identità di località turistica non meccanizzata, a suo modo innovativa, riconosciuta a livello interregionale, strettamente legata alla bellezza del suo ambiente naturale e alle notevoli peculiarità di questo, che ha attratto migliaia di persone che altrimenti non sarebbero salite ai Piani? Non ci si rende conto che ripristinare impianti sciistici ad Artavaggio significa banalizzare il luogo, abbruttirne il paesaggio, degradare la sua identità contemporanea, soffocare le grandi potenzialità future che peraltro doterebbero la Valsassina di due opzioni turistiche differenti a pochi km di distanza, una prettamente sciistica a Bobbio (oggi discutibilissima, ma ormai il “danno” è fatto) e una naturalistica a Artavaggio, il che rappresenterebbe un unicum o quasi nel panorama montano lombardo?

«Come può Artavaggio rifiorire senza lo sci? E senza la neve programmata?» Ah, quindi si ha già in mente pure un impianto di innevamento artificiale, per Artavaggio? Dunque altri soldi pubblici, altri prelievi di risorse idriche, altre spese da sostenere di chissà quale entità per il funzionamento di tali impianti? E chi li sosterrà, se realizzati, posti i costi ai quali ho già fatto cenno? Non è che qualcuno, dietro questi “piccoli” interventi, vorrà a breve tirar fuori per l’ennesima volta il mastodontico tanto quanto scellerato progetto del collegamento sciistico tra Artavaggio e Bobbio, a sua volta sostenuto a livello di amministrazione regionale, una follia realmente degna di internamento immediato?

«Con l’arrivo dei finanziamenti previsti dal Patto territoriale si può finalmente guardare avanti con più fiducia, puntando sulla valorizzazione del territorio della Valsassina e sul miglioramento della qualità dei servizi offerti per il turismo»: guardare “avanti” proponendo idee vecchie di sessant’anni? “Valorizzazione del territorio” con strade per incrementare il traffico e impianti di risalita inutili? Come lo valorizzerebbero il territorio queste opere? “Servizi offerti per il turismo” dove? Quali? Possibile che veramente non si riesca a sviluppare un’autentica progettualità a medio-lungo termine per un territorio come quello di Bobbio e Artavaggio che di base sia consono alla realtà contemporanea e nella sua evoluzione sia in grado di elaborare una proposta innovativa, speciale e specifica, ampiamente attrattiva, realmente sostenibile e autenticamente capace di esaltare la grande bellezza e l’assoluto valore culturale che questi territori posseggono e che attendono solo di essere presentati, conosciuti, apprezzati, compresi, così pure da fidelizzare i flussi turistici attratti – tutti i flussi turistici, non solo quelli sciistici, peraltro destinati a svanire nei prossimi anni?

E poi: tutti quei milioni di Euro per neve artificiale, stradoni, seggiovie? Sicuri che le comunità che abitano e lavorano nel territorio in questione non abbisognino prima di altri servizi, altre infrastrutture, altre opere che possano rendere i paesi belli e accoglienti in primis per chi realmente li vive e fa vivere e non soltanto per i clienti-turisti-sciatori, poveri polli da spennare il più possibile e, una volta fatto ciò, cacciare via nel modo più rapido, come le nuove strade progettate annunciano? È questa la montagna che volete lasciare ai vostri figli e nipoti? È questa l’idea di “valorizzazione” delle vostre (in realtà di tutti) montagne che pensate come la migliore e più sostenibile per gli anni futuri? Siete totalmente consapevoli della portata degli interventi che vorreste realizzare, di ogni conseguenza incluse quelle negative, della responsabilità che inevitabilmente vi caricate sulle spalle nei confronti del territorio di Bobbio e Artavaggio, del suo paesaggio, dei vostri concittadini e di qualsiasi turistica che li visiterà e li dovrà apprezzare in tutta la loro autentica bellezza?

Insomma: avete buone e valide risposte per tutte queste necessarie, inevitabili domande?

Bene, la finisco qui benché potrei andare avanti ancora a lungo. Anzi, mi scuso per la prolissità, ma tutte queste domande, una minima parte delle molte altre che si potrebbero formulare, dimostrano bene – spero – la delicatezza della questione e l’importanza in senso assoluto rispetto al territorio in oggetto e non solo per quello, essendo la Valsassina a suo modo paradigmatica per molte altre zone delle montagne italiane. Quello che è in gioco non è il poter sciare o meno a Artavaggio o Bobbio ma è il futuro complessivo di queste nostre montagne in una realtà che sta profondamente cambiando per la cui necessaria resilienza occorrono idee differenti, nuove, consone e coerenti, non iniziative che ancor prima di nascere appaiono sostanzialmente superate e deleterie. E occorre la massima attenzione e sensibilità innanzi tutto per i luoghi e chi li vive: non si può continuare a considerare la montagna un mero bene da vendere e consumare, valutandola unicamente per quanto possa fruttare! Nella realtà contemporanea la montagna è un patrimonio prezioso di tutti che deve tornare a vivere per far vivere tutti, fruendo delle sue innumerevoli potenzialità turistiche in modo sostenibile, consapevole e rivolto al futuro. È finito il tempo dell’ascia col manico di legno come quello degli alberi che per questo detta legge: oggi devono essere gli alberi a tornare consapevoli del fatto che è solo grazie al loro legno se l’ascia può avere un manico.

Il paradossale rapporto odierno tra l’uomo e la Natura

[Quando a fine Ottocento si pensava di poter arrivare in treno fino in vetta al Cervino… Immagine tratta dal sito web del Club Alpino Svizzero.]
Si può identificare una sorta di particolare paradosso – se così lo si può definire – nella relazione tra l’uomo e l’ambiente naturale per come si è sviluppata in maniera crescente nell’era moderna, ovvero dall’industrializzazione in poi e fino ai giorni nostri.

Il paradosso è il seguente: fino a un certo punto l’uomo ha pensato che, con la tecnologia sviluppata grazie al galoppante progresso industriale, avrebbe potuto dominare in maniera concreta e (quasi) assoluta la Natura, soggiogandola ai propri bisogni come mai prima aveva potuto. Lo ha fatto, per certi versi, realizzando spesso opere notevoli e impressionanti ma, tutto sommato, in un modo francamente risibile rispetto alla presenza e alla potenza naturale con le quali si è rapportato. Anzi, a pensarci bene la sua sfida si è rivelata una bella illusione e un frequente sostanziale fallimento, con eccezioni assai rare che col senno di poi non possono certo giustificare qualsivoglia pretesa di “dominazione di successo” sulla Natura come l’uomo credeva e pretendeva in origine, quando pensava di poter giungere ovunque coi propri mezzi di trasporto (vedi l’immagine lì sopra), di colonizzare e costruire città in qualsiasi territorio, anche il più ostico, di controllare i fenomeni meteorologici e i cicli biologici adattandoli alle proprie esigenze, di poter sfruttare e industrializzare le risorse naturali a proprio piacimento e senza limite alcuno, né materiale e nemmeno morale… Be’, invece ecco che la Natura domina ancora e praticamente come secoli fa sulla civiltà umana e la sua tecnologia: basta un nubifragio in un territorio antropizzato/urbanizzato con modalità molto tecnologiche ma poco ecologiche, cioè tramite una forma mentis spadroneggiante e non conciliante, e la suddetta evidenza diventa palese, inutile rimarcarlo. Senza contare che se l’umanità s’è messa da sola nelle grane, climaticamente e non solo, in forza della propria impronta antropica sul pianeta e delle relative conseguenze, la Natura sa e saprà rinnovarsi sempre e come mai l’uomo riuscirà a fare, anche in condizioni che per il cosiddetto Sapiens risulterebbero consone a una potenziale estinzione del suo genere.

Oggi l’uomo contemporaneo, dotato d’una tecnologia ovviamente ben più avanzata che nel passato che parimenti lo potrebbe rendere più dominante d’un tempo, ha piuttosto l’opportunità di rimettersi in equilibrio con la comunque insuperabile dominanza dell’ambiente naturale, di (ri)armonizzarsi meglio che una volta con le sue potenti manifestazioni fenomeniche. Il vero successo odierno del progresso umano sarebbe proprio quello di adattarsi alla Natura senza più pensare di poterla soggiogare, tanto più che l’ambiente naturale di oggi presenta varie criticità ecologiche e climatiche che un tempo non c’erano, o non erano così evidenti, e verso le quali è evidente l’impreparazione umana sia tecnologica che culturale, almeno al momento. Invece, paradossalmente (appunto), l’uomo contemporaneo crede ancora di poter dominare la Natura, di poter vincere sui suoi fenomeni climatici, di poterne ignorare le manifestazioni e gli effetti come se nulla potessero, essi, contro la tecnologia umana, quando invece è del tutto palese che accade il contrario – e sarà ancor più palese, tale realtà, nei prossimi anni.

Se è progredito tecnologicamente, l’uomo, non altrettanto ha saputo fare culturalmente e intellettualmente, almeno in questo ambito. O forse sì, lo avrebbe saputo fare, lo ha fatto, ma non se ne rende conto e, nonostante il suddetto progresso, nei confronti del mondo naturale continua sostanzialmente a ragionare come faceva due o più secoli fa – paradossalmente, ribadisco – convinto di saper sfidare e poter vincere sulla Natura piuttosto di trovare con essa il più proficuo (per l’umanità in primis) e vitale equilibrio. E le conseguenze di questo regresso che l’uomo riesce assurdamente a coltivare nel suo “progresso” le stiamo già vedendo e le vedremo sempre più, nel futuro.

Oggi su “la Provincia di Lecco” (e non solo)

Nel numero di oggi, 31 agosto 2022, il quotidiano “La Provincia di Lecco”, con un articolo firmato da Fabio Landrini (che ringrazio di cuore, insieme alla redazione del giornale), riprende e mette in evidenza alcune delle considerazioni e delle domande che ho voluto sottoporre all’attenzione dei lettori nonché, e soprattutto, ai sostenitori dei progetti di “sviluppo turistico” dei Piani di Bobbio e Artavaggio (sui mondi della Valsassina, provincia di Lecco), sui quali avevo già scritto più volte.

Nei prossimi giorni qui sul blog pubblicherò il testo completo con le mie opinioni sulla questione, che peraltro potete trovare anche su altri organi di informazione lecchesi, come “ValsassinaNews” (clic) e “Leccoonline” (clic) – chiedo perdono se ne sto tralasciando altri.

A quelli col sopracciglio alzato e che pensano chissà ché, dico da subito: non sono un “ambientalista” (nel senso usuale e spesso “sviante” con il quale si intende il termine), semmai sono un razionalista; mi occupo di cultura alpina, studio la relazione tra uomini e montagne e dei territori in questione conosco ogni singolo sasso o quasi; non coltivo nessuna posizione ideologico-politica e nessuna acredine verso gli amministratori pubblici coinvolti nella questione e tanto meno verso lo sci su pista, visto che ho imparato quasi prima a sciare che a camminare, ma da comunissimo (e minimissimo) cittadino che prova a dotarsi di un buon senso civico sono, o meglio devo essere contro, alle cose prive di senso e campate per aria, soprattutto se comportano lo spendere ingenti somme di soldi pubblici. E sono profondamente convinto che le montagne sulle quali viviamo non sono “nostre”, come spesso si sostiene, ma siamo noi a essere di quelle montagne, e così dovremmo comportarci di conseguenza. Forse, in questo caso, molte di quelle cose senza senso che vengono realizzate sui monti non esisterebbero e nemmeno verrebbero pensate. Ecco.

Grazie di cuore a chiunque mi onorerà della lettura dell’articolo e vorrà trarne utili spunti di riflessione.

Il vuoto del ghiacciaio

I ghiacciai, lo sanno anche i sassi ormai, sono tra i migliori indicatori naturali in assoluto dei cambiamenti climatici sia negli aspetti scientifici sia in quelli paesaggistici, per come la loro grande mole renda evidenti e inoppugnabili a tutti le variazioni che subiscono, anche nel breve periodo, in forza di quei cambiamenti. Per tale motivo vengono così spesso fotografati e mostrati al pubblico: basta affiancare due immagini dello stesso ghiacciaio (di qualsiasi angolo del pianeta, ormai) riprese oggi e solo qualche anno fa, se non decenni fa, per rilevare le sconcertanti perdite di estensione e di massa subite anche da parte di chi non sappia nemmeno cosa sia la glaciologia.

Tuttavia, un’evidenza forse ancora più sconcertante, riguardo il ritiro dei ghiacciai, è constatare non tanto ciò che ne resta ma ciò che già non c’è più: il vuoto lasciato dalla scomparsa della massa glaciale, l’alveo ricolmo di aria e niente altro, la mancanza percepibile e drammatica nel paesaggio ove il ghiacciaio si trova(va). L’immagine che vedete lì sopra, scattata da Alberto Prina (lo scorso maggio, anche se le condizioni erano già quelle di fine estate) e che io traggo dalla pagina Facebook di Jacopo Merizzi – guida alpina, scalatore leggendario, uno dei celeberrimi numi tutelari di quel sublime territorio alpino che è la Val Masino e il suo gioiello-nel-gioiello, la Val di Mello – rende perfettamente l’idea della quale vi sto scrivendo. Mostra il vuoto lasciato dalla scomparsa della lingua valliva del Ghiacciaio della (o del) Ventina, in alta Valmalenco nel gruppo del Disgrazia, con i due enormi cordoni morenici laterali che contenevano una conseguente, gigantesca massa di ghiaccio la cui fronte un tempo lambiva i rifugi sul fondovalle, visibili nell’immagine (se la ingrandite cliccandoci sopra li noterete meglio), e che in un secolo è totalmente sparita, lasciando solamente il nulla. Oggi il ghiacciaio si sta sempre più ritirando nel circo sommitale della valle e ne fuoriesce una lingua stretta e magra, in parte ricoperta da detrito, che non riesce più nemmeno a ricordare o rimarcare a chi non l’avesse mai vista ciò che era un tempo.

Il nulla, già. Una volta quel nulla era ghiaccio, dunque acqua (potabile), era un paesaggio differente, ambientalmente più ricco, era una montagna apparentemente più vitale, era la dimostrazione di un clima ben diverso. Oggi è la prova inequivocabile di un dramma climatico in corso del quale ancora troppo poco siamo capaci di concepire la portata e le conseguenze, dunque di formulare la necessaria resilienza – che, per certi versi e in circostanze estreme, sta già diventando pratica di sopravvivenza.

Le immagini del ritiro e dello sfacelo dei ghiacciai sono fondamentali e indispensabili dacché inequivocabili in ciò che mostrano e raccontano, senza lasciare posto ad alcun dubbio. Tuttavia, ribadisco, lo sono pure le immagini che non li mostrano più, i ghiacciai, proprio perché non ci sono più. Il vuoto che si coglie tanto chiaramente da esse, se posso così dire, è un po’ il vuoto che c’è nella nostra anima di fronte ai cambiamenti climatici e del mondo nel quale viviamo, che probabilmente col passare del tempo diventerà sempre più un altro mondo, un altro paesaggio. Simile per certi aspetti, diverso per molti altri. C’è solo da augurarci che quel vuoto glaciale non rappresenti a suo modo anche il vuoto delle coscienze e delle volontà umane nel cogliere, comprendere e, per quanto possibile, agire. Affinché resti solo parziale, il vuoto, magari ancora colmabile, in qualche modo, e non diventi invece totale, definitivamente.

(Ri)pensare l’abitare

[Foto di Federica Zappalà, CC BY-SA 3.0 it, fonte qui. Cliccateci sopra per ingrandirla.]

(A proposito e seguito di quanto ho scritto qui…)

“Abitare”: un concetto fondamentale nell’analisi della nostra presenza nel mondo – di noi come civiltà umana, intendo dire; anzi, IL concetto par excellence, visto che la nostra relazione con i luoghi in cui viviamo si manifesta principalmente proprio con l’atto dell’abitarli, eppure ancora molto poco pensato, meditato, analizzato, elaborato, se non attraverso i suoi aspetti più concretamente tecnici. Quello dell’abitare è invece un concetto che io concepisco in senso ben più umanistico – filosofico, sociologico e antropologico in primis – che tecnico, anche per come, in mancanza di una ponderata consapevolezza del primo aspetto, facilmente il secondo ne risulta zoppicante se non proprio fallimentare – di esempi al riguardo ve ne sono innumerevoli, non serve rimarcarlo e uno lo vedete nell’immagine lì sopra. Ma, appunto, di dissertazioni di genere filosofico et similia, salvo il Costruire abitare pensare di Heidegger (del 1951, in Italia pubblicato da Mursia nel 1976) oppure il più recente Costruire e abitare. Etica per la città del sociologo Richard Sennett e pochi altri brevi scritti (tra cui certi lavori di Marc Augé, seppur non direttamente mirati al tema), non ve ne sono, mentre l’antropologia ha affrontato in vari modi la questione ma forse mai in modo veramente organico e strutturato, ovvero riconoscendo al tema e al suo valore fondamentale la relativa e necessaria valenza pratica, oltre che teorica. L’architettura, invece, è quasi sempre rimasta sul lato tecnologico della questione, mentre l’urbanistica più su quello logistico (nel senso primario del termine): forse inevitabilmente, forse per mancanza di verve culturale, a parte alcune illuminanti eccezioni (Alberto Magnaghi e la Società dei Territorialisti, ad esempio – ma questa e le altre sono le prime cose che mi vengono in mente) e denotando che comunque vi sono interessanti “segnali di ripresa”.

In ogni caso, voglio ribadire che la più profonda, articolata e strutturata riflessione culturale, in senso ampio, sul concetto e sul senso dell’abitare è realmente un qualcosa di ineludibile alla concezione e, bisogna dire, alla rivitalizzazione dell’altrettanto fondamentale relazione tra l’uomo e i luoghi ovvero, se preferite, tra gli spazi abitati/antropizzati e le genti che li abitano. Perché se manca questa relazione che in primis è culturale, non tecnologica o economica o ecologica (è anche tutto questo ma sulla base del primo valore), se non è viva, attiva e consapevole, se non è costantemente coltivata e contestualizzata allo spazio e al tempo vissuti cioè mai data per scontata e conseguita, ancor più in periodi difficili come quello che stiamo vivendo su scala planetaria (ciò rappresenterebbe la sua rapida estinzione, nel caso), be’, l’uomo potrà costruire le più belle e funzionali città, i più suggestivi villaggi, i più ordinati e ameni territori  e in generale le più fantastiche architetture ma tutti questi spazi mai diventeranno luoghi autentici e saranno condannati a una veloce e inesorabile decadenza, prima culturale, poi ambientale e infine architettonica, rovine prive di identità di un’archeologia della postmodernità o, tutt’al più, scenografie artificiose per paesaggi fake.

Ecco, a proposito dei citati interessanti “segnali di ripresa” da parte dell’architettura circa la riflessione culturale sul tema dell’abitare, ho trovato un recente articolo (dell’ottobre 2020) su “weArch” a firma Mariola Peretti, intitolato Rigenerare l’abitare, il quale riflette in particolar modo su come sta cambiando, o potrebbe cambiare, lo spazio abitato a seguito degli stravolgimenti imposti dalla pandemia in corso. Tuttavia, pur in modo obbligatoriamente poco approfondito, vista la sua brevità, il testo propone anche alcune stimolanti osservazioni sul tema dell’abitare, come nel seguente passaggio:

[…] E sono altri i temi fondamentali che abbiamo potuto capire attraverso l’esperienza di questi giorni.
Il primo, fondamentale, che quando si parla di abitare nessun punto è in sé, isolabile e autonomo rispetto al resto del territorio. Ogni punto è parte di un sistema di relazioni all’interno di una logica che è quella dei vasi comunicanti. Nessuna parte dell’hardware territoriale può essere considerata semplicemente come un dato statico, ma deve essere approcciata come elemento dinamico, collegato alle strade, ai sistemi di trasporto, ai flussi che genera. La sua esistenza e il suo funzionamento creano onde che si propagano come quelle di un sasso gettato nel lago. La riapertura delle scuole ci ha fatto ben comprendere che sostituire e diradare i banchi all’interno delle aule non può di certo bastare se non si affronta il tema dei trasporti e dello scaglionamento dei turni di entrata e uscita dall’edificio, laddove si manifestano le principali azioni dinamiche.

Insomma, è una succinta ma buona lettura (cliccate qui per leggere l’articolo nella sua interezza) che può certamente servire per stimolare la riflessione riguardo l’abitare e l’approfondimento dei suoi vari, fondamentali aspetti. I quali, lo ribadisco, non sono solo “roba” da architetti, urbanisti, filosofi, antropologi e così via ma sono cultura di tutti noi, in quanto base “intrinseca” e chiaramente ineluttabile del nostro vivere il mondo.