La beffa nevosa

[Un’immagine di oggi da una delle webcam posizionate all’Alpe Motta, sopra Madesimo, con tanta neve caduta al suolo in poche ore come mai ce n’è stata per tutto l’inverno dove fino a ieri c’erano prati ormai verdi.]
Devo proprio manifestare la mia solidarietà ai gestori dei comprensori sciistici i quali, dopo un altro inverno assai avaro di neve naturale che li ha “costretti” a sparare neve artificiale a gogò, con gran consumo di acqua, energia e conseguente gran dispendio di soldi, si vedono arrivare dal cielo la più cospicua nevicata da parecchi mesi a questa parte in queste ore, a primavera inoltrata, con gli impianti e le piste chiuse e la stagione turistica ormai finita. Se mai potessero esistere divinità preposte al governo del tempo meteorologico, verrebbe da pensare che ce l’abbiano con l’industria dello sci su pista!

Se qualcuno vuole percepire dell’ironia in queste mie considerazioni, sappia che è solo incidentale: la neve naturale è sempre quanto mai benvenuta, soprattutto in questi tempi di inquietante siccità, e lo dovrebbe essere sempre, non solo per evitare il ricorso a quella bruttura assoluta – a mio modo di vedere – che è la neve artificiale. Ne gioirebbero ampiamente in primis gli impiantisti, che vedrebbero allargarsi parecchio i margini della loro attività imprenditoriale (è inutile ricordare quanto costi la produzione di neve artificiale, strategia di adattamento principale ai cambiamenti climatici, per le stazioni sciistiche, ma strumento di dissesto finanziario pressoché inesorabile per i loro bilanci) e ne gioirebbe la montagna in generale, ecologicamente, ambientalmente, culturalmente nonché, senza dubbio, economicamente, per come la neve rappresenti un “tesoro” oltre modo prezioso per la montagna, non solo paesaggisticamente.

Detto ciò, certo fa specie vedere così tanta neve ormai quasi a maggio e così poca in pieno inverno; è accaduto di frequente anche in passato ma dopo stagioni climaticamente regolari, mentre oggi rappresenta evidentemente l’ennesimo segnale di un disequilibrio ambientale in corso, giunto chissà a che punto del suo divenire. Godiamocela, questa benefica neve tardiva, e poi cerchiamo con il nostro agire collettivo di salvaguardare la speranza, ecco.

Su “Valsassina News” lo scorso 15 aprile

Devo ringraziare una volta ancora la redazione di “Valsassina News” che ha ripreso le mie considerazioni in tema di cicloturismo montano pubblicandole il 15 aprile nell’articolo sopra riportato (cliccateci sopra per leggerlo integralmente; sul blog lo trovate qui).

Come al solito, le considerazioni espresse hanno suscitato un ampio e articolato dibattito, con prese di posizione anche rigide (pure verso lo scrivente): ottimo così, va benissimo, i miei “articoli” più che imporre “verità” – che naturalmente non ho, semmai formulo riflessioni basate sulle mie esperienze personali, che tali sono, legate alle mie attività culturali in montagna – li pubblico proprio per sollecitare qualsiasi opinione di chiunque legga e voglia dibattere. Opinioni sulle quali si potrà poi essere d’accordo o in disaccordo ma, se fondate, costruttive e formulate con rispetto, sono assolutamente interessati e gradite. Al netto della mia esperienza in tali ambiti io non conto certo più di chiunque altro, ci sta che possa essere criticato, anzi: tutto può essere utile per affinare le proprie idee in un processo che mi auguro sempre reciproco e alla fine importante e utile anche per le figure, istituzionali e non, che detengono i poteri decisionali sulle iniziative progettate e da attuare. Che in quanto tali hanno una responsabilità ancora maggiore e, essendo rappresentanti dei cittadini abitanti e frequentatori delle montagne in questione, hanno l’obbligo di cogliere, meditare e elaborare ogni considerazione articolata su quelle iniziative.

D’altronde questi sono temi in costante stato di work-in-progress dacché legati a variabili in evoluzione nel tempo, i quali dunque vanno costantemente analizzati e affinati in base al divenire delle cose. Per ciò anche il dibattito deve mantenersi aperto, costante e sempre costruttivo, così da salvaguardare l’armonia tra cosa si fa, come si fa e dove si fa, a sempre maggior beneficio di tutti.

“Oltre il confine” a Carenno, domenica 23 aprile

Domenica 23 aprile, alle ore 21.00, sarò a Carenno (Lecco) per presentare il volume Oltre il confine. Narrare la Val San Martino, prestigiosa pubblicazione alla quale ho partecipato con un saggio in forma di racconto sull’esplorazione e la scoperta dell’anima peculiare e della bellezza del paesaggio della valle. Ve lo descriverò, per cercare di mettere in luce quanto il territorio narrato dal libro sia speciale e per questo meriti di essere il più possibile compreso e apprezzato.

Insieme a me vi saranno altri prestigiosi relatori e “colleghi di penna”: Sara Invernizzi e Matteo Nicodemo, autori di ulteriori affascinanti saggi sulla Val San Martino che il testo presenta, e i curatori del volume Fabio Bonaiti e Pierluigi Donadoni.

Sarà una serata affascinante, ne sono certo: e lo sono perché sono assolutamente affascinanti i luoghi che vi racconteremo. Dunque se siete in zona e potete partecipare, fatelo: vi piacerà parecchio, vedrete!

Cliccate sulle immagini delle locandine per ingrandirle e saperne di più; invece qui trovate un assaggio della mia dissertazione presente nel volume.

P.S.: la presentazione di Oltre il confine è parte di questa manifestazione:

Il cicloturismo montano tra buone opportunità e biechi opportunismi

[Cicloturismo lungo i laghi dell’Alta Engadina. Foto di Romano Salis per Engadin St. Moritz Tourismus.]
Un altro tema legato al turismo montano che suscita dibattiti sempre maggiori, non di rado surriscaldando gli animi, è quello del cicloturismo, muscolare o elettrico, e delle relative, conseguenti infrastrutture che in diverse località si sono realizzate e si realizzano al fine di sfruttare il fenomeno come fosse un ormai immancabile must have turistico alpino.

Si tratta in molti casi di una viabilità in quota “nuova” ma che spesso, e a volte inevitabilmente visti gli spazi a disposizione, intercetta e “ricopre” la rete viaria storica, quella delle mulattiere secolari e dei sentieri fino a oggi esclusivamente riservati ai viandanti a piedi, e non di rado risulta palese la scarsa o nulla attenzione dei promotori di tali opere rispetto al valore storico e culturale di quei manufatti vernacolari, autentici marcatori referenziali e identitari dei loro territori e delle comunità che li abitano e peraltro dotati di grandi potenzialità turistiche – un turismo di sicuro più prettamente culturale che sportivo-ricreativo, in gran crescita ma che non pare interessare granché i promotori turistici locali. Così, tra iniziative politiche poco competenti e superficiali che tendono a inchinarsi alle esigenze meramente commerciali dei soggetti imprenditoriali privati, e nel bailamme delle discussioni tra le parti “pro” e quelle “contro”, spesso fin troppo irrigidite sulle proprie posizioni contrastanti, diventa evidente il problema (solito da queste italiche parti, ahinoi) della mancanza di gestione di fenomeni che sarebbero da regolare fin da quando prendono a manifestarsi in maniera importante, per fare in modo che le loro potenzialità positive non diventino rapidamente delle grane croniche e delle rogne parecchio nocive per tutti, inclusi quelli che vi avrebbero ricavato dei vantaggi. Purtroppo la cura e la lungimiranza riguardo tali situazioni sono doti delle quali la politica è parecchio mancante, lo sappiamo bene: per andar di metafora, ci siamo abituati a costruire le case partendo dai tetti per poi dichiarare l’emergenza quando i tetti sono prossimi a crollare. È un peccato perché ci sarebbero le migliori circostanze per costruire cose belle, fatte bene e durevoli: ovviamente per ottenere questo occorrono meno impulsività e più ponderazione, ma è come pretendere che un asino si metta a volare, a quanto pare.

[In mtb verso Fuorcla Surlej, Alta Engadina. Foto tratta da percorsimtbvalbrembana.it.]
Detto ciò, credo che il principio di fondo (anche) di una questione del genere sia un semplice e logico compendio di pochi e altrettanto evidenti stati di fatto. Posto che le mulattiere secolari sono un bene storico da sottoporre a tutela e modificarne lo stato equivale a prendere una torre medievale e trasformarla in una banale villetta, posto pure che pedoni e ciclisti non possono restare sugli stessi percorsi al fine di evitare gli ovvi pericoli insiti in tale situazione, e posto altresì che le morfologie montane impongono innanzi tutto la loro percorrenza a piedi – la quale è peraltro una pratica storico-culturale strettamente legata alla storia e all’identità delle stesse montagne – prima che in altri modi i quali, nel caso, devono inesorabilmente considerare dei limiti oltre i quali andare è dannoso oltre che stupido, io dico che il problema, come sempre, non è semplicemente fare le cose ma farle bene. È (sarebbe) banale dirlo e invece non lo è affatto, viste certe opere o certi progetti. Fare le cose bene significa farle con competenza, consapevolezza di ciò che si sta facendo, conoscenza e rispetto dei luoghi dove “si fa” nei modi più compiuti e approfonditi, contestualità con le loro caratteristiche, senso di responsabilità, capacità di visione futura rispetto a ciò che resterà in quanto fatto. A volte lo si fa bene, altre volte malissimo (in tema di cicloturismo montano, ad esempio, ciò che si è fatto a più di 2000 m di quota in Val Poschiavina è un caso esemplare al riguardo). E se non si fanno bene, queste opere a mero uso turistico, chi le ha progettate, autorizzate e eseguite male deve ineludibilmente pagarne le conseguenze a livello giuridico oltre che politico. Molte, troppe cose si fanno con altrettanta leggerezza e senza concrete assunzioni di responsabilità, per di più spendendo somme ingenti di denaro pubblico. Poi, quando dopo qualche anno ci si rende conto del danno cagionato – e sia chiaro: quasi sempre se il progetto o l’opera sono stati concepiti male lo si comprende subito – ormai i buoi sono scappati dalla stalla e per rimediare tocca spendere altri soldi pubblici, sempre che un rimedio lo si possa attuare.

[Lavori per l’orribile ciclovia della Val Poschiavina, in Valmalenco.]
Infine, è bene non dimenticare che, come ho accennato poco fa, in montagna esiste il senso del limite, un valore che purtroppo la società contemporanea da tempo sta cercando di demolire e che è soprattutto l’industria turistica, la quale spesso si presenta come paladina della valorizzazione dei luoghi ove opera, che si disinteressa bellamente di qualsiasi limite pur di massimizzare i propri tornaconti. Dunque, tornando al tema cicloturistico, se per certi versi è comprensibile che si sviluppino le infrastrutture atte alla sua pratica divenuta così popolare, per altri versi non si capisce proprio perché si pretenda di far arrivare i cicloturisti anche dove l’intelligenza imporrebbe il solo transito a piedi e, per fare ciò, si costruiscano tracciati tanto confortevoli per i ciclisti, desiderosi di ciclopiste “cittadine” anche a 2500 m di quota, quanto terribilmente impattanti nell’ambiente montano e disturbanti qualsiasi altra sua frequentazione.

Perché? Volontà genuina di sostenere il più possibile un nuovo fenomeno turistico, oppure mera (e non di meno bieca) pretesa di sfruttarlo per ricavarvi i massimi tornaconti disinteressandosi di ogni altra cosa, innanzi tutto dell’ambiente montano e della sua cura?

Una domanda che, per il momento, sembra generare una risposta abbastanza chiara e univoca. Già.

Sulla strategia condivisa di sviluppo turistico per l’alto Lago di Como

Ciò che si sta attuando nel bacino dell’alto Lago di Como tra i soggetti privati locali consorziati e i comuni rivieraschi, i quali non hanno solo un meraviglioso patrimonio paesaggistico lacuale a disposizione ma pure un altrettanto spettacolare entroterra montano, conosciuto e apprezzato dal pubblico molto meno di quanto meriterebbe, per come se ne può leggere sugli organi d’informazione – cliccate sull’immagine lì sopra per leggere uno degli articoli al riguardo – mi sembra un’iniziativa tanto lodevole quanto importante, anche per la sua valenza esemplare.

L’asse costituito tra i trecento operatori economici privati riuniti nel consorzio North Lake Como – Associazione Turismo e Commercio Alto Lago di Como, e i diciannove comuni del territorio in questione, peraltro diviso tra le provincie di Como e Lecco, ha lo scopo – dichiarano i promotori – «di definire una strategia integrata, promuovere la destinazione turistica attraverso il coordinamento di azioni comuni, realizzare iniziative di informazione ed assistenza e attuare progetti specifici volti a valorizzare il patrimonio ambientale, culturale e storico dell’Altolario, per ragionare come un’unica realtà territoriale e non come una frammentazione di paesi scollegati. Questo vuole essere solo un primo passo che porti successivamente alla costituzione di un ente giuridico privato-pubblico che abbia come soci, oltre agli attuali associati di North Lake Como, anche tutte le Amministrazioni Comunali.» Credo sia la strada giusta, questa, per mettere in atto la migliore e più equilibrata (nonché condivisa) valorizzazione economica, culturale, sociale e, per diretta conseguenza, turistica dei territori come quello in questione che, per diverse ragioni e nonostante le peculiarità e le potenzialità presenti, non hanno mai, o non ancora ovvero solo marginalmente, goduto di un’efficace messa in luce delle loro valenze.

Troppe volte, in circostanze simili, si assiste ad iniziative frutto di provincialissimi e gretti campanilismi, incompetenze inesorabili, assenza di dialogo, incapacità di fare rete dettata più da egoismi e volontà di protagonismo che da ostacoli effettivi nonché, ultimo ma non ultimo, dalla scarsa o nulla conoscenza e comprensione dei propri territori, dei paesaggi peculiari, delle referenze identitarie, delle potenzialità e, cosa ancor più grave, della cognizione di dover tenere sempre al centro di tutto la comunità residente prima che qualsiasi altra cosa, compreso il turismo pur nelle sue forme più agognate. Che è fondamentale, inutile dirlo, ma solo quando messo in equilibrio con i luoghi, gli abitanti e la loro realtà, in una correlazione virtuosa e in progresso costante che generi un sostegno reciproco i cui profitti – non intendo solo quelli finanziari, ovviamente – vadano in primis a vantaggio del territorio e del suo sviluppo. Perché non bisogna dimenticare che più un territorio sta bene con se stesso – per così dire – e più farà stare bene chiunque lo visiti: affinché ciò accada, devono partecipare all’opera più soggetti locali possibili, pubblici e privati appunto, senza alcuna limitazione. La condivisione di un successo inizia dalla condivisione della sua concezione, delle scelte al riguardo e degli sforzi atti alla sua costruzione; peraltro ciò è anche un’ottima garanzia di persistenza del successo ottenuto proprio perché basato su un ampio spettro di promotori e proponenti, una rete sociale nel senso più compiuto del termine che sostiene il turismo nel proprio territorio perché sostiene innanzitutto il territorio, creando così le condizioni migliori per sviluppare un’accoglienza e un appeal turistici che saranno sicuramente apprezzati da tutti i visitatori.

Mi auguro dunque che l’iniziativa dell’Alto Lario abbia successo e sappia conseguire quei risultati che una joint venture tra pubblico e privato come questa deve saper conseguire. In tal caso, rappresenterà un modello concreto di azione virtuosa nell’ambito della promozione e della valorizzazione turistica dei territori locali, da importare e imitare con le necessarie contestualizzazioni anche in altre zone – e non serve andare troppo lontano per trovarne di bisognose al riguardo… al lato opposto della riva orientale del Lario, ad esempio. D’altro canto, ribadisco, quelle dell’alto bacino lariano sono zone veramente meravigliose e in gran parte da scoprire da parte di un turismo di qualità e non certo di quantità, lento, consapevole, che sappia riconoscere la bellezza genuina e l’attrattiva nonché scoprire le peculiarità speciali e per nulla scontate di uno degli angoli più affascinanti del nord Italia.

(Nelle immagini fotografiche, due vedute della zona dell’alto Lago di Como, tratte da routes.tips.)