Oggi, 25 novembre, come tutti gli anni è la Giornata internazionale per la proliferazione delle belle parole contro l’attuazione di fatti concreti.
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Oggi, 25 novembre, come tutti gli anni è la Giornata internazionale per la proliferazione delle belle parole contro l’attuazione di fatti concreti.
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Se fin dai primi passi nella montagna avevo provato un sentimento di gioia, è perché ero penetrato nella solitudine, rocce, foreste, un intero mondo nuovo si ergeva tra me e il passato; ma un bel giorno compresi che nel mio animo si era insinuata una nuova passione. Amavo la montagna per sé stessa. Amavo il suo aspetto calmo e superbo illuminato dal sole quando noi eravamo già nell’ombra; amavo le sue forti spalle cariche di ghiacci dai riflessi azzurri, i suoi fianchi dove i pascoli si alternano alle foreste e alle frane; le sue possenti radici che si estendevano lontano come quelle di un albero immenso, ogni volta separate da valloni coni loro rivoletti, cascate, laghi e prati; amavo tutto della montagna, fino al muschio giallo o verde che cresce sulla roccia, fino alla pietra che brilla in mezzo all’erbetta.
(Élisée Reclus, Storia di una montagna, Tararà Edizioni, Verbania, 2008, pag.5; 1a ed.1880.)
Sembra pura retorica ottocentesca, quella di Reclus, arcaicamente pomposa. Eppure io credo che nelle sue parole tutti quelli che vanno per monti con passione e sensibilità – e non ci vanno per “moda”, per mero diletto turistico-ricreativo (rispettabilissimo ma a volte, mi sia consentito osservarlo, culturalmente vacuo, nei confronti dei monti) o per altre motivazioni decontestuali – si ritrovino pienamente. Perché è vero, è proprio così: non sappiamo ovvero non possiamo saperlo, in senso assoluto, cosa realmente sia la “felicità”, ma andando in montagna noi possiamo credere, pensare, ritenere, illuderci che lo stare lassù sia qualcosa di molto simile, ecco.

Questo però non giustifica affatto i loro atti pubblici e le loro parole, soprattutto nel caso in cui la libertà di pensiero e d’azione da essi goduta per fare quel che fanno e dicono diventa strumento di violenza oltre che di un livello di inciviltà e ignoranza che una società considerabilmente avanzata non può accettare e tanto meno sopportare.
Per tale motivo, credo che l’attenzione che pretendono attraverso quei loro atti pubblici così alienati e meschini e che purtroppo i media concedono troppo sia del tutto insensata e deleteria: vanno completamente ignorati e lasciati in preda al loro disagio e alla sorte “naturale” che gli spetta, che è quella di finire al di fuori della società civile. Sperando per loro – lo dico con inopinata magnanimità – che nel frattempo non finiscano dentro una terapia intensiva. Ecco.
Quello nell’immagine è lo stand dell’Afghanistan per l’edizione appena conclusa della Frankfurter Buchmesse, la Fiera del Libro di Francoforte, la più grande e importante d’Europa e tra le maggiori in assoluto al mondo. Per chi non conosce l’inglese, la scritta dice «Quest’anno niente libri». Già.
Credo che se lo stand fosse stato ricolmo di libri, non avrebbero potuto raccontare meglio la situazione attuale dell’Afghanistan; ugualmente, se fosse stato presente un rappresentante della comunità afghana, non avrebbe potuto esprimere il messaggio dello stand meglio di quanto lo faccia quello striscione.
Ecco. Non c’è altro da aggiungere al riguardo, appunto.
P.S.: la foto l’ho tratta dalla pagina facebook di Paolo Canton, editore di Topipittori, il quale a sua svolta scrive che «La foto dello stand dell’Afghanistan alla Fbf è di Michela Bennici.»

In tal senso, pur con tutto il suo carico di dolore e sventura, se al Covid-19 si dovessero attribuire anche conseguenze non troppo deleterie, per così dire, qualcosa al riguardo si potrebbe indicare. Ad esempio, l’aver fatto capire a molte persone l’importanza dell’igiene, della sanità personale e la facilità di propagazione di certe malattie, forse. L’importanza di coltivare una buona socialità e la drammaticità del distanziamento o del confinamento forse meno, leggendo certe cronache. Con maggiori probabilità, l’essere servito a palesare per l’ennesima volta e in modo lampante (dacché precisamente identificata) quanta ignoranza e ipocrisia siano strumentalmente diffuse nella nostra società, anche se minoritarie (e speriamo sempre più tali) e come l’analfabetismo funzionale sia un problema tanto grave quanto da sempre troppo sottovalutato. Già.
Alla fine, gioco forza, dobbiamo sempre imparare anche dai più grandi drammi: è il modo col quale possiamo augurarci di non doverli vivere ancora e d’altro canto, se non avessimo nulla da imparare, da essi ovvero da ogni altra cosa, significherebbe che sul serio saremmo giunti alla fine della corsa.