Giovanni Orelli, “L’anno della valanga”

“Valanga” è un termine che possiede diversi usi e numerose accezioni: una valanga di pratiche da smaltire, una valanga di persone, valanghe di parole o di domande; pure nel calcio un portiere può effettuare un’uscita a valanga mentre gli arbitri vengono sepolti da valanghe di insulti… E poi c’è la valanga propriamente detta, quella fatta di neve, una delle cose più pericolose che si possano trovare sulla montagna invernale, tant’è che a ogni stagione il bollettino degli episodi mortali è sempre tremendamente cospicuo. Di contro, da che l’uomo ha preso a vivere sui monti in modo stanziale, la minaccia della valanga è sempre stata parte della sua quotidianità, con ben poche possibilità di difesa; così, mentre il cittadino legge l’altezza della neve sui bollettini della meteo con gioia proporzionale ai centimetri di manto nevoso al suolo, il montanaro oltre a una certa altezza comincia a preoccuparsi, ben sapendo che la candida e suggestiva neve che sbianca così fascinosamente il paesaggio può in breve diventare una vera e propria spada di Damocle assai letale. Ancor più se tale minaccia assoggetta un piccolo borgo di montagna dimenticato dai più, i cui pochi rimanenti abitanti ancora resistono a viver quella vita in quota ostica e faticosa tra le case viepiù abbandonate e le stalle che ospitano pochi animali a loro volta spaesati e, in una tale situazione di pericolo, risultino dunque ancora più indifesi e inermi – poche case vecchie, una manciata di abitanti e altrettanti animali in una zona non toccata dallo sviluppo turistico: a chi potrebbero mai interessare un posto così se non, gioco forza e pur tra mille remore esistenziali, ai soli autoctoni?
Giovanni Orelli, uno dei più intensi e intriganti scrittori svizzeri di lingua italiana, nativo di una delle valli più nevose in assoluto delle Alpi e di un cantone, il Ticino, il cui rapporto arduo, a volte tragico, con le valanghe è secolare e “antropologico”, nel 1965 debutta sulla scena letteraria con un romanzo che la valanga ce l’ha nel titolo e rende materia palpabilissima della narrazione: L’anno della Valanga (Edizioni Casagrande, 1991-2017, 1a ed. Mondadori 1965, con una introduzione di Vittorio Sereni) racconta proprio di un villaggio dell’Alto Ticino (non vi sono riferimenti geografici precisi ma è intuibile che Orelli racconti delle sue terre natìe) sul quale, in forza di un inverno dalle nevicate eccezionali, incombe dai monti sovrastanti la minaccia spaventosa di una potenziale valanga che, nel caso si staccasse dalle alte creste e piombasse sulle case, facilmente causerebbe una devastazione pressoché totale []

(Leggete la recensione completa de L’anno della valanga cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Quelli che si leccano le dita per sfogliare le pagine

E allora quelli che per sfogliare qualsiasi cosa cartacea che abbiano tra le mani continuano compulsivamente a leccarsi le dita per inumidirle di saliva, così inumidendo disgustosamente pure ciò che hanno in mano? Oltre che palesarsi come dei gran cafoni, non rappresentano pure un pericolo (sanitario) sociale? Che ne sappiamo di quali malattie potrebbero covare nel loro organismo – cafonaggine in primis, che magari è pure contagiosa come sovente pare?
Roba da rinchiuderli almeno per qualche mese in un reparto per malattie infettive e sottoporli a una consona rieducazione. Oppure sperare che abbiano ragione quelli di Lercio, così.

(Nell’immagine: un poster diffuso dal Dipartimento per la Salute Pubblica della Nuova Zelanda, anno 1950 circa.)

Siamo diventati più stupidi? (Sì.)

Non ho né il modo né tanto meno la presunzione di mettere in dubbio i rilievi di Bernt Bratsberg e Ole Rogeberg, ricercatori norvegesi del prestigioso Centro Ragnar Frisch per la Ricerca Economica di Oslo, che hanno condotto un approfondito e rigoroso studio statistico sui dati di ben 730mila giovani uomini, raccolti tra il 1970 e il 2009 – tutti quanti future reclute per il servizio militare locale e per questo sottoposti ai test standard per valutare il loro quoziente intellettivo. Mettendo a confronto i risultati dei test, i due ricercatori hanno rilevato che i giovani di oggi sono sensibilmente più “stupidi” di quelli di 40-50 anni fa. Dal 1975 ad oggi si sarebbero persi almeno 7 punti di QI per ogni generazione. Qui trovate un articolo che ne parla e riassume la questione.

A dire il vero non formulo nemmeno la volontà di dubitare di questi rilievi, anzi.
Perché, anche al di là del rigore scientifico che lo studio norvegese manifesta, mi pare che i dati non facciano che confermare una situazione piuttosto evidente oltre che assai paradossale: nell’era in cui ogni giorno di più, grazie al web, alle reti sociali, ai media, a tutto quanto si ha a disposizione per (riassumo il concetto per chiarezza) diventare più intelligenti, diventiamo invece sempre più stupidi.
Inoltre, paradosso nel paradosso: secondo gli studiosi norvegesi la colpa di tale decadimento intellettivo “sarebbe principalmente dei media, che avrebbero allontanato i giovani dalla lettura ‘intrappolandoli’ davanti alla televisione, ai videogiochi e negli ultimi anni a trascorrere moltissime ore sui social network. Una motivazione tanto banale e ovvia (per chi riesce a concepirla in questo logico modo) da essere costantemente ignorata e sottovalutata, così che ciò che ci dovrebbe rendere più intelligenti ci istupidisce, insomma.
Be’, in fondo basta poi guardarsi intorno, scorrere lo sguardo tra le “persone normali”, osservare il modus vivendi e cogitandi di molte, leggere sui social network (strumento nocivo per tanti quanto illuminante per alcuni) cosa esse scrivono, valutare lo stato della comunità sociale di cui fanno parte. È evidente che i norvegesi abbiano ragione, già.

Mi viene solo da osservare alcune cose. Primo, la ricerca è stata fatta in Norvegia, uno stato tra i più avanzati anche culturalmente: se l’avessero fatta altrove (sì, penso proprio a un certo paese dell’Europa del Sud) che ne sarebbe uscito? Secondo: forse che dalle nostre parti il suddetto decadimento intellettuale risulti meno marcato? Può essere, visto che già si partiva da un livello molto basso, e da questo si è scesi ancor più. Terzo: ma guarda, l’Italia è uno dei paesi dove si leggono meno libri! Quarto: resto profondamente fiducioso riguardo i giovani, convinto che, nonostante tutto quanto, possano fare molto meglio di quanto hanno saputo fare i loro genitori e, per giunta, abbiano tutto il tempo e le possibilità per invertire la curva discendente del QI; una cosa sola, però: si tolgano dall’influenza di buona parte degli adulti, soprattutto di quelli che si arrogano la volontà di imporsi come modelli e che invece, nella maggior parte dei casi, sono proprio il danno peggiore per il loro intelletto. Ecco.

(L’immagine in testa al post viene da qui.)

INTERVALLO – Saint-Pierre-de-Clages (Vallese, Svizzera), Swiss Book Village / Village Suisse du Livre

Anche la Svizzera ha il suo suggestivo “villaggio dei libri”: è Saint-Pierre-de-Clages, piccolo e antico paesino del Canton Vallese nel comune di Chamoson, a quasi 600 m di quota immerso tra bellissimi vigneti – i più estesi del Vallese – che, a fronte di poche centinaia di abitanti, conta ben sei librai attivi più altri temporanei. Qui ha sede il Swiss Book Village / Village Suisse du Livre: per tutto l’anno bancarelle e stand di vendita di libri animano la piazza centrale e le vie tra le case seicentesche, e si susseguono eventi, iniziative a tema e rassegne letterarie che culminano nel Festival di fine agosto, capace di attirare nel piccolo villaggio ben 15.000 visitatori, il tutto gestito da un’associazione a base volontaria alla quale partecipa l’intera popolazione del borgo.

Cliccate sull’immagine in testa al post per visitare il sito web del Villaggio Svizzero dei libri (è in francese, ma facilmente traducibile) ove troverete tutte le informazioni per la visita e il calendario degli eventi proposti, oppure cliccate qui per avere ulteriori informazioni turistiche.

La Sardegna salverà la lettura (speriamo!)

Da tempo, nel mondo dei libri e della lettura italiano, la Sardegna si contraddistingue per la sua vitalità e per la resilienza, forzata ma qui sempre attiva e creativa, che la congiuntura del settore gioco forza impone. Basti pensare a Liberos, la sublime associazione culturale + circuito etico e solidale + comunità di lettori della quale ho più volte già scritto e che rappresenta un modello assolutamente virtuoso di promozione della lettura, di organizzazione di eventi correlati e di sostegno di qualsiasi soggetto che in un modo o nell’altro vi sia collegato.

Di recente un’altra realtà locale, l’AES – Associazione Editori Sardi, ha pubblicato un documento o manifesto sullo stato della lettura e dell’editoria in Sardegna che, nonostante la naturale “geolocalizzazione”, rappresenta un’analisi puntuale della situazione – inquietante, tanto per (non) cambiare – non solo in loco ma pure nel resto del paese, nel quale peraltro vengono presentate alcune proposte concrete per sostenere e rilanciare il settore che, di nuovo e al di là dei riferimenti alla realtà locale, appaiono interessanti per l’intero comprato nazionale. Le vedete elencate nell’estratto lì sopra, mentre il manifesto nella sua interezza è pubblicato qui sotto – non l’ho trovato in risoluzioni migliori, ma se ci cliccate sopra e lo ingrandite risulta comunque tranquillamente leggibile.

Ci si può e si deve ben riflettere sopra. Una volta ancora la Sardegna potrebbe indicare una via da seguire, se non risolutiva quanto meno efficacemente resilienzale. Anche perché, posto lo stato della realtà, non che ve ne siano molte altre, di strade da intraprendere per salvaguardare la lettura in Italia – o per “salvarla”, ormai.