Sabato 20/11, per BookCity Milano 2021

Per chi vi scrive, quello di sabato 20 novembre prossimo nell’ambito di BookCity Milano 2021 sarà un pomeriggio intenso, emozionante e sicuramente ricco di intriganti suggestioni.

Alle ore 16 avrò l’onore e il piacere di dialogare nuovamente con il geografo, alpinista, esploratore e scrittore Franco Michieli nell’incontro dal titolo Ragazzi che cercano il mondo, intorno all’ultimo libro pubblicato da Michieli, L’abbraccio selvatico delle Alpi (del quale ho scritto qui.)

Alle ore 17.15 il piacere e l’onore sarà per me di dialogare con il viaggiatore e giornalista (di “Touring”, il magazine del Touring Club Italiano) Tino Mantarro, nell’incontro dal titolo Nostalgie dell’Asia Centrale il cui protagonista sarà il suo ultimo libro, Nostalgistan.

Infine (last but not least i hope, direi se fossi anglofono) alle ore 18.15 il protagonista sarò immotivatamente io ma con il prezioso ed entusiasmante supporto musicale del grande Francesco Garolfi, mirabile chitarrista con il quale vi accompagnerò alla scoperta del mio Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano nel music reading Tallinn Blues.

Il tutto, in un luogo di grande storia, autenticamente meneghina, e di altrettanto fascino senza tempo: la “Cooperativa Edificatrice Operaia Filippo Corridoni”, luogo dell’anima storica e sociale del quartiere milanese di Baggio, nonché sotto l’egida di ArtIcon, garanzia di grande qualità culturale.

Cliccate sulle varie immagini degli eventi per saperne di più o su quella in testa al post per visitare il sito web di BookCity Milano e conoscere ogni dettaglio sull’edizione di quest’anno; in ogni caso, fin da ora, segnatevi gli appuntamenti e, se potete e volete, partecipate: ci sarà di che divertirsi ed appassionarsi, ve lo assicuro.

‘O vedi che semo coijoni! (Reload)

Gasperino: …Ma che li tieni tu li conti?
Amministratore: Sono il suo umilissimo amministratore signor Marchese…
Gasperino: E fammeli vedé ‘sti conti. Quanto spennemo dentro ‘sta casa?
Amministratore: Ma perché? Non si fida di me? Sono generazioni che amministriamo la sua famiglia… prima mio nonno, poi mio padre e adesso io…
Gasperino: Ma che t’offenni? Per esempio, quanto ‘o pagamo er carbone? Famme sapè.
Amministratore: Mmmh il carbone…
Gasperino: Il carbone! Quanto ‘o pagamo?
Amministratore: E che possiamo pagare…
Gasperino: E che possiamo pagare? Quanto ‘o pagamo?
Amministratore: Sette paoli il quintale.
Gasperino: E ‘a carbonella?
Amministratore: Quattro.
Gasperino: E le fascine, pe’ accenne er foco?
Amministratore: Cinque a dozzina.
Gasperino: E ‘a legna?
Amministratore: E quella non la compriamo, viene dai nostri boschi… la vendiamo.
Gasperino: E quanto ce famo?
Amministratore: Dieci al quintale.
Gasperino: ‘O vedi che semo coijoni! Ma come, compramo tutto a tre volte il prezzo corente e solo ‘a legna ‘a vennemo alla metà?! Dice nun me fido… Ho fatto bene a vedé i conti… artro che. Se tu me freghi qui, me freghi su tutto! Perciò sei un ladro; sei ladro tu, tu padre e tu nonno e io ve licenzio a tutti e tre. Aspetta ‘n pò, prima da fa’ fagotto dimme na cosa… Ma quer vinello che se semo bevuti giù a tavola, ma che ‘o famo noi?
Amministratore: Si signore, viene dalle vigne del Mascherone…
Gasperino: Siii?!? E quanto ce n’avemo?
Amministratore: Parecchie botti di quello nuovo più quello vecchio imbottigliato.
Gasperino: E ‘ndo stanno tutte ste botti e ste bottije… ortre che a casa tua?
Amministratore: Giù in cantina.
Gasperino: Allora io vado in cantina e tu te ne vai affanculo, brutto ladro.

Della serie: vizi atavici di un paese senza speranza (con possibile soluzione, ad aver gli attributi di praticarla. Ad averli, già – altro vizio, anzi, altra pecca…).

(Ovviamente lo spezzone è tratto da Il marchese del Grillo, film del 1981 diretto da Mario Monicelli.)

Anche tu italiano?

Uno, italiano, era convinto che gli svizzeri parlassero lo svizzero, ma così convinto che quando era arrivato alla dogana di Chiasso la guardia gli aveva chiesto “Da dichiarare?” e lui aveva iniziato a balbettare e gesticolare. Quando la guardia gli aveva ordinato di accostare, lì finalmente aveva capito che parlavano la stessa lingua, allora si era calmato e senza muovere un dito aveva chiesto alla guardia “Anche tu sei italiano?”

[AA.VV. (a cura di Paolo Nori), Repertorio dei matti del Canton Ticino, Marcos y Marcos, 2019, pag.78. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggere la mia “recensione” al libro.]

Location?

Una volta un regista italiano venne agli Uffizi per chiedermi d’utilizzare la Galleria come location. La parola risuonò nelle mie orecchie come una schioppettata. Visto ch’era un regista lo invitai a girare di nuovo la scena: lo pregai d’uscire dalla stanza e di rientrarvi riformulando la stessa domanda nella nostra comune lingua. S’era soltanto all’inizio. A distanza di anni temo che location sia l’unico vocabolo che oggi noi italiani si comprenda al volo quando si ragioni d’ambienti, di luoghi, di spazi. A questi pensieri non è sottesa un’aspirazione autarchica, bensì il desiderio d’avvalorare, soprattutto nei giovani, la consapevolezza della nobiltà d’una lingua (la nostra) universalmente riconosciuta come una delle più liriche.

(Antonio Natali, L’anno di Dante: English-free year, in “Artribune” #56 / ”Grandi Mostre” #22, settembre-ottobre 2020.)

Non sono mai stato contrario all’uso di vocaboli esteri e in particolare di anglicismi nella lingua italiana e non ho mai fatto crociate di sorta a difesa integerrima di essa, anzi: sono convinto che l’uso intelligente e consono di tali termini “forestieri” rappresenti un indubbio arricchimento della lingua e delle capacità espressive di chi la usa, senza contare il fatto che, effettivamente, alcuni di quei termini sanno essere più compiutamente espressivi delle paragonabili parole italiane. Mi dà fastidio, invece, quando l’introduzione di termini esteri nella lingua, soprattutto parlata, risulta palesemente forzato, ostentato oppure non ragionato, ergo nemmeno compreso dall’utilizzatore: tant’è che non è raro ascoltare quei termini in modo sbagliato e percepirli piazzati nel parlato ad mentula canis (no, questo non è inglese!), o quasi.

Posto ciò, ad esempio, sono assolutamente d’accordo con quanto sostiene il Natali, past direttore della Galleria degli Uffizi, riguardo il termine location, il quale veramente è tra i più abusati e inutili di tutti: su mille usi che se ne fanno, novecentonovantotto sono totalmente superflui (ma credo che il mio conteggio sia in difetto). Perché non dice niente di più del nostro “luogo” oppure dei similari “spazio”, “ambiente”, “ubicazione”, “posto” – alcuni citati anche dal Natali – vista poi la sua accezione originaria, che risulta ben più definita e per molti versi differente del senso che i più gli conferiscono nelle loro chiacchiere. E, in tutta sincerità, fa ridere un sacco sentir parlare di “location per matrimoni” nei riguardi di una chiesa, un parco, un edificio di pregio o un ristorante rinomato e particolarmente suggestivo, oppure della “location del concerto” in merito a una pubblica piazza, un prato in montagna, una sala polifunzionale o altro di simile e assolutamente ordinario nonché ben identificato dal proprio sostantivo comune. Fa ridere, già, anche perché fa “figo” usare quello e altri simili termini, e fa ridere che chi li usa si senta così. Sempre che, più che figo, non si senta “cool”, il che in verità lo farebbe sembrare ancor più loser, o dork o persino sucker, ecco.

Parlano tutti tedesco

Uno aveva preso molto sul serio il compito di salvaguardare il dialetto come espressione di appartenenza alla sua terra e in casa, con la famiglia si esprimeva solo ed esclusivamente nella lingua con la quale era cresciuto e che gli è stata insegnata dai suoi. L’inizio della scuola materna del suo ultimogenito era anche il primo confronto del bambino con chi parla italiano.
Alla domanda su come fosse andato il primo giorno di asilo, questo rispondeva: “Ma, insóma, i parlan tücc tudésch”.

[AA.VV. (a cura di Paolo Nori), Repertorio dei matti del Canton Ticino, Marcos y Marcos, 2019, pag.19.]