Tino Mantarro, “Nostalgistan” (una “diecensione”)

(“DIECENSIONI”: recensioni letterarie in 10 punti, per presentarvi un libro che ho letto e le sue peculiarità nel modo più chiaro, più utile e meno tedioso possibile. Dieci cose, insomma, per cui valga la pena di leggere – o meno – il libro del quale vi sto per dire.)

Tino Mantarro, Nostalgistan. Dal Caspio alla Cina, un viaggio in Asia centrale

  1. Tino Mantarro, collaboratore del Touring Club Italiano, giornalista di “Touring”, il magazine del TCI, uno che viaggia per lavorare o forse lavora per viaggiare. Certamente uno che quando viaggia lo fa da viaggiatore autentico, in ogni modo e per qualsiasi motivo lo faccia.
  2. Fate un “autotest”: prendete un mappamondo o un planisfero fisico e provate a individuare rapidamente e senza aiuti altrui la zona del pianeta dove sono situati gli “stan”. Poi, passate al livello superiore: individuate ciascuno di essi, senza leggere i nomi dei vari stati eventualmente indicati. Siete riusciti a fare ciò alla stessa velocità con la quale individuereste l’Europa o l’Australia? No? Ecco perché Nostalgistan è un libro necessario da leggere.
  3. Posto il punto 2, quella zona del mondo è d’altronde tanto poco conosciuta da noi occidentali (salvo che per rari dettagli: forse conosciamo Baku per il Gran Premio di F1, Astana se si è appassionati di ciclismo o funzionari dell’ENI e Samarcanda se si è fan di Roberto Vecchioni) quanto è stata fondamentale, nei secoli, per la storia europea post-Impero Romano. Altro buon motivo per poterla conoscere meglio, leggendo il libro.
  4. Il viaggio di Mantarro negli “stan” dell’Asia centrale mi pare una delle più intense manifestazioni della celebre domanda chatwiniana «Che ci faccio, qui?» il che rende Nostalgistan un diario di viaggio molto particolare, assai intenso e parecchio divertente.
  5. Di contro, posto il punto 4: «Mi attira quest’estetica di terre in rovina, questi luoghi dissonanti, mai lindi, mai ordinari, a volte oggettivamente brutti. Paesaggi immensi, spesso estremi, spazi aperti di sovrumana grandezza. Luoghi dove nulla è a posto, dove a ogni angolo c’è qualcosa di inaspettato, malmesso e improvvisato. Dove vivono persone incastrate dalle giravolte del potere, sconfitte dalle ideologie, travolte dalla fine dei sogni. Posti dove l’eccentricità non è una posa, ma la regola» (pagina 11).
  6. Di solito è ordinario aspettarsi, da un diario di viaggio per giunta in un luogo così particolare, narrazioni convintamente entusiaste dei luoghi visti e visitati. In Nostalgistan no: Mantarro vive frequenti momenti di “delusione” per molti dei posti in cui giunge, un po’ perché obiettivamente sono quanto riportato nel punto 5, un po’ per le sue aspettative eccessive. Vi chiederete: ma come? Vi risponde a pagina 81, Mantarro, citando lo scrittore inglese Geoff Dyer: «Quando non sarò più capace di rimanere deluso, l’avventura sarà finita».
  7. Da dove pensate che vengano le mele? No, non da lì e nemmeno da quell’altro posto là. Leggete a pagina 120.
  8. E magari qualche volta vi siete lamentati, annoiati, stancati di qualche hotel nel quale avete passato le vacanze? Be’, andate a pagina 152 e leggete il capitolo che lì inizia, dal titolo emblematico “Come è triste Venezia? Non avete mai visto un motel kirghiso”.
  9. Pagina 154: «Mi viene da pensare che ci si incastra in posti come questi per essere costantemente perseguitati dal desiderio di essere altrove. Ma sono anche qui perché se fossi altrove morirei dalla voglia di farmi un’idea di che cosa si nasconde dietro a questi nomi che mentre li pronuncio già penso di partire.» Un’altra illuminante definizione di “viaggio”: di quello autentico, quello dove niente è all inclusive se non la certezza di generare in se stessi continua curiosità, sorpresa, sconcerto, magari delusione (vedi il punto 6) ma sicuramente pure una “possibile” e appagante felicità (pagina 161).
  10. E se un indomani quei luoghi che oggi fatichiamo a identificare sulle mappe e così poco conosciamo (e nonostante il punto 8) diventassero nuove rinomate e ambite mete turistiche? Ovvero se, da periferia sia del mondo occidentale che di quello orientale quale è oggi, quella zona diventasse un nuovo e influente “centro” di importanza geopolitica e economica fondamentale? Chi può dire come andrà a finire, lì? Be’, Tino Mantarro, ad esempio.

Tino Mantarro, Nostalgistan. Dal Caspio alla Cina, un viaggio in Asia centrale, Ediciclo Editore, collana “Altri Viaggi”, 2019, pagine 206, € 15,00.

Tutto il bello di un posto “brutto”

Ero e sono attratto incondizionatamente da quella fetta di mondo che va pressappoco da Gorizia a Vladivostok. Nonostante questo ho decisamente aspettato a lungo prima di andarci, portandomi appresso un’attrazione mista a paura e quella curiosità: chissà cosa c’è lì, intorno a quel buco?
Ora ogni qual volta che capito nelle terre ex sovietiche, in tutte, non solo negli Stan dell’Asia centrale, c’è sempre un momento in cui vorrei essere altrove. Un attimo in cui mi chiedo chi me lo faccia fare a cacciarmi in certi postacci arrugginiti. Perché, piuttosto, non sia affascinato come tanti dalle mille stelle della cultura americana, dai misteri del mondo arabo, dai cieli viola africani o dai languori delle isole tropicali. E invece no, ancora mi attira quest’estetica di terre in rovina, questi luoghi dissonanti, mai lindi, mai ordinari, a volte oggettivamente brutti. Paesaggi immensi, spesso estremi, spazi aperti di sovrumana grandezza. Luoghi dove nulla è a posto, dove a ogni angolo c’è qualcosa di inaspettato, malmesso e improvvisato. Dove vivono persone incastrate dalle giravolte del potere, sconfitte dalle ideologie, travolte dalla fine dei sogni. Posti dove l’eccentricità non è una posa, ma la regola.

Sarà veramente un gran piacere (e mi approccio al momento con notevole curiosità) dialogare con Tino Mantarro intorno al suo libro Nostalgistan, sabato 20 novembre alle ore 17.15 nell’ambito di Book City Milano 2021– la citazione sopra riportata viene dalle pagine 10-11 del libro. Perché racconta della sua avventura in una parte di mondo della quale in concreto sappiamo poco o nulla anche se di frequente la sentiamo nominare, una regione i cui stati credo molti di noi farebbero fatica a identificare su una mappa ma che per tanti versi hanno influenzato anche la nostra storia, una zona dove apparentemente, e in fondo anche materialmente, non c’è quasi nulla, eppure, a visitarla con l’occhio attento, la mente sagace e l’animo sensibile del viaggiatore autentico, vi si scovano parecchie cose assai interessanti. Magari arrugginite, polverose, decadenti ma, anche per questo, inopinatamente fascinose.

Cliccate qui sotto per saperne di più sull’incontro di sabato 20 novembre con Tino Mantarro e, se potete, partecipate: ci si divertirà molto. Anzi, magari portatevi una mela – sì, una mela… il frutto, lei –  e sabato scoprirete una cosa sorprendente, al riguardo.

I Don Chisciotte del clima

Il vero problema, della razza umana rispetto ai cambiamenti climatici in corso o quanto meno di chi la rappresenta politicamente, non è che è il tempo per agire sta scadendo oppure che sia già scaduto o che altro. Queste sono osservazioni obiettive e evidenti, per molti aspetti, tuttavia io temo che per altri siano improprie, e ciò perché mi pare che vi sia un drammatico sfalsamento temporale alla base della questione.

Mi spiego: hanno ragione quelli che ritengono l’accordo raggiunto nella COP26 di Glasgow un “buon” o “accettabile” compromesso. Lo è – lo sarebbe, sì, se fossimo nel 1991. Di contro, stiamo disquisendo intorno a dati climatici molto probabilmente già superati, a partire dalla fatidica soglia dei 1.5° o 2° di aumento delle temperature rispetto all’era preindustriale da non superare e che invece è stata superata da tempo, almeno per certe zone del pianeta (tra le quali l’Europa), come ho cercato di spiegare già qui. Non solo: come ritengono molti esperti, noi oggi subiamo l’effetto di cambiamenti climatici la cui causa è da ricercare decenni fa, e questo perché il clima, pur nell’anormale rapidità del cambiamento attuale, varia sensibilmente nell’arco di qualche decennio, non certo da un anno con l’altro – infatti un ciclo di 30 anni è il periodo classico per calcolare la media delle variazioni climatiche, secondo la definizione dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale. Questo significa che se pure da subito riuscissimo a mettere in atto delle azioni effettivamente in grado di contenere l’aumento della temperatura negli obiettivi sanciti dalla COP21 di Parigi del 2015 in poi, per ancora molti anni subiremmo un peggioramento del riscaldamento del pianeta e delle conseguenti condizioni climatiche.

Insomma, come dicevo poc’anzi: sulla questione climatica, nel concreto, stiamo ragionando su piani temporali sfalsati e disequilibrati da tempo, che per come stanno le cose ben difficilmente si potranno riallineare per fare in modo che alle nostre azioni possano corrispondere reazioni rapidamente virtuose. Finché tale riallineamento non si verificherà, temo che nessun compromesso, accordo, intesa, strategia o quant’altro di (apparentemente) condiviso tra gli stati, anche il migliore possibile, genererà veramente buoni risultati.

Sia chiaro, non è una mera manifestazione di pessimismo, questa mia, ma l’invocazione di una visione rinnovata e più consapevole di una così fondamentale questione: bisogna probabilmente cambiare il paradigma di fondo delle “nostre” azioni politiche, riagganciandolo alla realtà scientifica di fatto e non a obiettivi che ormai appaiono solo funzionali a conseguire accordi di bella forma e scarsa o nulla sostanza. Ragionare sui 1.5° o 2° gradi, allo stato attuale delle cose e degli atti, è per molti versi pura retorica funzionale solo a poter dire ai media di aver conseguito qualche tipo di accordo in realtà privo di efficacia. Per agire sulla questione climatica dovremmo avere sulle nostre scrivanie il calendario del 2040 o 2050 e quello guardare. Invece abbiamo il calendario del 2021 ma lo interpretiamo come fossimo ancora nel 1991, appunto. Dovremmo avere la reale e concreta concezione del futuro, non una costante e anacronistica percezione del passato. Dovremmo avere qualcosa, insomma, che la politica contemporanea dimostra di non avere, ecco.

P.S.: nell’immagine in testa al post c’è la copertina del nuovo numero del “The New Yorker”, assolutamente sublime, come spesso accade, nel descrivere chiaramente e con artistica nonché immaginifica rapidità come stanno le cose.

«Bla bla bla» (cit.)

[Foto di European Parliament, CC BY 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Si può essere d’accordo o meno con Greta Thunberg e con la sua attività a favore della difesa ambientale planetaria ma è fuor di dubbio che, a prescindere dal giudizio sul suo impegno al riguardo, Greta possiede pure un raro e spiccatissimo talento per la comunicazione grazie al quale i suoi interventi pubblici risultano efficaci come nessun altro. Ha la dote di scegliere e utilizzare parole, locuzioni, espressioni tanto spontanee quanto immediate e incisive – «Ricostruire meglio: bla, bla, bla. Green economy: bla, bla, bla. Emissioni zero entro il 2050: bla, bla, bla» a Milano qualche giorno fa, per dire – che se proferite da altri sembrerebbero insipide oppure impulsive, mentre Greta sa con esse puntare e colpire il centro delle questioni delle quali si occupa dando alle sue parole un gran peso e una sostanza inevitabile.

Veramente vedo poche altre figure pubbliche capaci di una tale forza comunicativa, oggi, e non c’entrano elementi come il personaggio in sé o il fatto che parli a una platea a sé affine come quella dei giovani, oppure l’eco fornita dai social o magari, come sostengono alcuni suoi detrattori, le “manovre” che le starebbero dietro. No, quella dote di Greta Thunberg è naturale e va oltre ovvero è a monte di ciò, è alla fonte, ed è qualcosa che, al di là del suo attivismo e dai risultati che potrà ottenere, già sta facendo la storia.

Gli abiti delle donne afghane

Gli abiti delle donne afghane sono bellissimi. Sono, non “erano”, sì: nelle loro fogge, nei colori, negli intrecci cromatici e con l’abbinamento della gioielleria tradizionale, compendiano millenni di storia di un paese-ponte tra Occidente e Oriente, terra di passaggi, transiti, commerci, scambi economici e culturali e per ciò conteso fin troppe volte nel corso del tempo, e parimenti rappresentano bene, quegli abiti delle donne afghane, il loro carattere, lo spirito e la fierezza d’un popolo che s’è dovuto necessariamente fare forte e resiliente per salvaguardare la propria identità.

Dunque è bello leggere della campagna sul web identificata dall’hashtag #DoNotTouchMyClothes – io l’ho trovata assai diffusa su Twitter, dal quale ho tratto anche tutte le immagini qui pubblicate – in difesa degli abiti delle donne afghane ovvero della loro bellezza, della dignità, del valore, dei diritti e della libertà contro chi vorrebbe ridurle a meri oggetti coperti da un ignobile drappo nero in base a motivazioni ignoranti, folli e barbare ovvero inaccettabili da ogni punto di vista. E’ una lotta che deve – deve, non “può” – diventare propria di tutta la parte civile e avanzata del mondo: perché le donne afghane oggi sono la più bella e preziosa manifestazione di “libertà” che il nostro mondo, e non solo l’Afghanistan, può constatare e della quale deve essere profondamente orgoglioso.

#DoNotTouchMyClothes