Come poter elogiare l’attesa in un mondo che corre sempre troppo?

[Foto di Rob Wicks su Unsplash.]
È stata assolutamente apprezzabile la proposta della traccia, per la maturità di quest’anno, riguardante l’articolo Elogio dell’attesa nell’era di WhatsApp pubblicato da Marco Belpoliti su “Repubblica” nel 2018 e in questo modo far ragionare i maturandi su un tema così contemporaneo e importante. Peccato che poi, tutto il mondo al di fuori delle mura scolastiche sia stato indotto da decenni a correre alla massima velocità, a bruciare il tempo, costretto alla fretta e all’urgenza come condizioni necessarie al fare qualsiasi cosa, come se così non fosse non si stesse facendo nulla di veramente importante. E ottenendo, come inesorabile conseguenza, che se i ragazzi che hanno svolto quella traccia alla maturità mettessero in pratica un’autentica rivalorizzazione dell’attesa nel vivere la contemporaneità, molto probabilmente verrebbero considerati dei poveri idioti, degli sfigati che non sanno stare al mondo e star dietro al suo ritmo.

Dunque? Di che stiamo parlando, realmente? Cui prodest?

La condizione dell’attesa in fondo è una significativa manifestazione del senso del limite: non posso affrettare le cose, devo rispettare un periodo di tempo che ne limita la velocità, devo aspettare che qualcosa accada per poter andare oltre. Senso del limite che è anche senso di responsabilità, capacita di giudizio, inibizione consapevole prima che imposta, cognizione della realtà obiettiva e di se stessi in relazione ad essa. Tutte cose che il mondo “no limits” contemporaneo ci ha fatto trascurare, ignorare, dimenticare. Basti pensare allo stesso WhatsApp citato da Belpoliti e ai suoi spesso famigerati “gruppi” – o ancor più agli altri social media: quanti limiti di educazione, disturbo, rispetto, decenza vengono continuamente superati? E quante stupidaggini vengono diffuse proprio perché non si vuole attendere che certe notizie vengano meglio determinate e le si commenta come fossero verità accertata e indiscussa?

Al solito, io poi provo a contestualizzare questi temi alla dimensione montana, peraltro una di quelli nei quali in anni recenti la pseudofilosofia “no limits” si è fatta imperante e dal semplice ambito sportivo è dilagata fino a determinare molte altre realtà. Si pensi all’overtourism che attanaglia sempre più località montane, manifestazione del superamento dei limiti della capacità turistica locale oppure, in modo ancora più evidente, alla necessità e/o alla pretesa dei comprensori sciistici di installare impianti di risalita di sempre maggiore capacità e velocità ovunque vi sia un pendio adatto, anche dove questo rappresenti una zona tutelata o da tutelare (il caso del Vallone delle Cime Bianche è un esempio significativo al riguardo) e per ottenere, tra gli altri obiettivi, lo smaltimento immediato delle code dei fruitori di quegli impianti proprio perché l’eventuale attesa troppo lunga per salire su una funivia è un elemento di grande detrimento dell’apprezzamento turistico della località in cui ci si trova.

Eppure banalmente mi ricordo, io che non sono più così giovane, di giornate sciistiche in località allora dotate di skilift o tutt’al più di seggiovie a due posti o di funivie con cabine dalla capienza limitata – perché non c’era null’altro di più “performante”, ai tempi – e di conseguenti attese per decine di minuti prima di accaparrarsi il proprio piattello dello skilift e risalire in cima alla pista… “Preistoria”, certamente: ma non mi pare che la sera si tornasse a casa dalle piste da sci incazzati neri per le lunghe attese agli impianti come invece accade oggi in questo e in mille altri ambiti della quotidianità! Proviamo a far attendere gli sciatori di oggi una mezz’ora ad ogni risalita: scommetto che gli avvocati dell’area alpina si ritroverebbero da gestire cause agli impiantisti per anni di lavoro ininterrotto! È cambiato il mondo, è cambiato il nostro modo di vederlo, percepirlo e viverlo: ma come è cambiato? Attenzione, non è una domanda che sottintende una visione passatista e nostalgica del passato, semmai che pretende una risposta ovvero una riflessione su cosa evidentemente sia andato storto, nell’evoluzione del nostro modus vivendi rispetto a qualche lustro fa. Andare costantemente di fretta, pretendere tutto e subito, superare sempre qualsiasi limite ci si para davanti, giudicare l’attesa come una irritante seccatura… va bene tutto ciò? È il mondo migliore al quale possiamo ambire?

«Il tempo è denaro», certamente, ma se mal utilizzato e gestito provoca sperperi di “valore” (umano) ben peggiori. Convinti – per una mera illusione – di non poter e dover consumare inutilmente tempo, come l’attesa può far ritenere che accada, finiamo per consumare noi stessi e la nostra vita oltre che il valore di ciò che facciamo in essa. Così, il non saper attendere e il conseguente andare sempre troppo veloci, troppo di fretta, ci fa perdere le cose migliori della vita spingendola con conseguente maggior rapidità verso il suo epilogo.

Al riguardo, nel leggere e meditare sull’elogio dell’attesa, mi sono ricordato di un passaggio assolutamente illuminante tratto da un libro che, non a caso, parla di vita in montagna: Il tramonto delle identità tradizionali di Annibale Salsa, che mi sembra un’ideale riflessione finale (ma è una “fine” che deve rappresentare il principio di una maggiore e migliore consapevolezza personale) sul tema del quale vi ho fin qui scritto:

È difficile, per la nostra cultura della fretta, apprezzare il valore della lentezza nel suo profondo significato pedagogico e morale. La lentezza costituisce addirittura un handicap per la società moderna, in cui l’elemento vincente è la velocità, lo spostamento rapido. Questo ultimo è il vero imperativo categorico della modernità e si riassume nel: velocizzare, correre, attraversare, senza sostare, senza pensare, senza vedere. La dittatura del tempo tiranno che si insinua surrettiziamente nella nostra quotidianità non ci consente di ritrovare noi stessi attraverso l’appropriazione consapevole della nostra «esperienza vissuta» (Erlebnis): quella, cioè, che incontriamo attraverso sensazioni, immagini, simboli.

Il valore della lentezza

[Foto di Nareeta Martin da Unsplash.]

È difficile, per la nostra cultura della fretta, apprezzare il valore della lentezza nel suo profondo significato pedagogico e morale. La lentezza costituisce addirittura un handicap per la società moderna, in cui l’elemento vincente è la velocità, lo spostamento rapido. Questo ultimo è il vero imperativo categorico della modernità e si riassume nel: velocizzare, correre, attraversare, senza sostare, senza pensare, senza vedere. (…) La dittatura del tempo tiranno che si insinua surrettiziamente nella nostra quotidianità non ci consente di ritrovare noi stessi attraverso l’appropriazione consapevole della nostra «esperienza vissuta» (Erlebnis): quella, cioè, che incontriamo attraverso sensazioni, immagini, simboli.

(Annibale SalsaIl tramonto delle identità tradizionali. Spaesamento e disagio esistenziale nelle AlpiPriuli & Verlucca, 2007, pag.71.)

Strade di ieri, di oggi, di sempre

[La mulattiera di origine medievale che sale al borgo di Savogno, nella Val Bregaglia italiana (Sondrio). Immagine tratta da qui.]

Questa bella Provincia[1] seminata da paesaggi in apriche giacenze, non vantava migliori comunicazioni delle nostre[2]. A volo d’uccello sorridenti e pittoreschi, questi paesaggi calcati col piede offrivano le medesime mostruosità. Viuzze serpeggianti, anguste, informi, che dall’imo dell’abitato ascendevano al sommo per intrecciarsi in un labirinto di andirivieni, senza uno sfogo riconoscibile. E come all’interno, così le comunicazioni dall’uno all’altro paese erano parimenti viziate. All’insù ed all’ingiù, ora a destra, ora a manca fin a che con fatica, strapazzi a perditempo vi si perveniva.

(Daniele Marchioli, Storia della Valle di Poschiavo, 1886, pag.201.)

Aaah, come cambiano i tempi, le visioni del mondo, la relazione coi luoghi che abitiamo, la percezione dei paesaggi! Nell’Ottocento si spregiavano le antiche vie rurali che percorrevano i monti – in tal caso della Valtellina o dei Grigioni, ma il discorso vale per ogni regione montana – desiderando nuove e più moderne vie di comunicazione; oggi, che abbiamo nastri d’asfalto tanto ampi e rapidi quanto perennemente intasati di traffico e di smog e così caotici da svilire l’esperienza più autentica del “viaggio”, torniamo a considerare e ad amare le “mostruose” viuzze serpeggianti, anguste, informi sui monti lungo le quali non vediamo l’ora di provare fatica e strapazzi a perditempo ovvero il piacere della lentezza, della quiete, dell’avere il tempo di guardarsi intorno, di cogliere le tante bellezze che ogni luogo offre, di sentirci accolti nel loro paesaggio. Ma non è una mera e banale questione del tipo “si stava meglio quando si stava peggio”, no: è un generare in sé l’adeguata consapevolezza della relazione che dobbiamo intessere con il mondo che abbiamo intorno e, soprattutto, con la nostra presenza ed essenza in esso. Certamente serve la strada veloce che ci permetta di svolgere proficuamente gli impegni quotidiani (quando non sia ingolfata dai troppi automezzi in circolazione, appunto) ma in senso assoluto – e assolutamente umano – non serve più di quanto ci è utile la tortuosa mulattiera che lentamente, e richiedendo fatica a volte intensa, sale il fianco della montagna portandoci in alto, sopra quel mondo sempre troppo inquinato da fumi e da insensatezze assortite, lassù dove abbiamo più tempo non solo per guardarci intorno ma pure per guardarci dentro. E magari scoprire che più il “dentro” e il “fuori” si assomigliano e risultano armonici, più ci sentiamo bene.

In fondo lo sosteneva Walter Bonatti, uno che in tema di “salite verso l’alto” nonché di “viaggi” nel senso più pieno del termine è stato tra i più grandi di sempre, che «Chi più alto sale, più lontano vede; chi più lontano vede, più a lungo sogna». Ecco, è ancora così e lo sarà sempre, già.

[1] Il riferimento è alla provincia di Sondrio, dunque alla Valtellina.

[2] Ovvero del Cantone svizzero dei Grigioni.

Urgente!

[Foto di Mohamed Hassan da Pixabay, rielaborata da Luca.]
Se c’è un termine che, in tutta sincerità, sto cominciando a odiare in maniera viscerale, per come venga usato sempre più copiosamente in ambito professionale e non solo, con toni nevrotici se non a volte isterici e se possibile ancor più, questo, dopo il lock down, che indubbiamente in generale ha esasperato certi animi molto più dell’ammissibile, influendo pure su ciò, è urgente.

Oggi tutto o quasi è “urgente”. Il lavoro è urgente, la consegna è urgente, il riscontro è urgente, la risposta pure e la telefonata e appuntamento anche – ma non di rado diventa “urgentissimo”, superlativizzando l’inopinata nevrastenia che, appunto, spesso viene manifestata e palesata dall’uso del termine e che altrettanto spesso ignora la pericolosità di rendere tanto pressanti certe cose che invece abbisognano di maggior tempo (il che non significa automaticamente “lentezza”, sia chiaro) per poter essere compiute al meglio.

Ma perché, poi, è tutto così urgente? Rispetto a cosa, e a vantaggio di chi? Che bisogno c’è di tutte queste immediatezze, improrogabilità, improcrastinabilità tanto forsennate?

Non è forse che, dietro tutta questa urgenza, si voglia nascondere la sostanziale incapacità di agire diversamente, ovvero con maggior buon senso e assennatezza, oltre che quell’ansia fobico-isterica di cui ho detto sopra che affligge palesemente un po’ troppa gente? Non è, forse, pure un’ennesima manifestazione dell’incapacità di pensare e costruire il futuro, vivendo sempre e solo nel presente ovvero – come si dice – “alla giornata”, in un mondo nel quale troppe cose vengono ignorate finché diventano “emergenza” così generando, inesorabilmente, ulteriore “urgenza”?

Ecco, sono domande alle quali, io credo, servirebbe qualche buona risposta. Urgente, già.

Slow is beautiful

Strade da percorrere ad alta velocità, treni ad alta velocità, internet ultraveloce, cibo veloce (si chiama proprio fast food, no?), il tempo che pure lui corre (più) veloce, tutti di fretta, tutti di corsa, non c’è un istante da perdere… perché? Dove stiamo andando tutti quanti così di fretta? Per quale motivo corriamo così forsennatamente? Cosa stiamo facendo di così vitale e fondamentale per farlo?
Veramente crediamo che la lentezza sia un “male”? O meglio: veramente siamo riusciti a convincerci/ci siamo lasciati convincere che andare sempre il più veloce possibile sia la cosa più bella e giusta da fare? Siamo così stupidi, sul serio?

L’unica cosa di legittimamente veloce, qui, sarebbero le (ineluttabili) risposte a tutte queste domande, semmai.

https://vimeo.com/230368118

Al di là della vita che scorre in fretta, tra ritardi e ore di punta, c’è il ritmo lento della Natura, con l’alternarsi dei cicli e le regole delle stagioni. La calma quotidianità che ogni giorno si ripete richiede impegno e fatica ma la collaborazione, la convivialità, la partecipazione e la condivisione dello sforzo conferiscono al tempo maggior valore. Un ritmo lento con il quale sincronizzarsi per vivere meglio.
Fuori dalla città, oltre il traffico e lo stress, il tempo non si ferma ma rallenta: proprio come raccontano le immagini di Slow is beautiful, il cortometraggio realizzato dal videoartist Vitùc, in cui si riscopre l’importanza di dare valore all’indispensabile invece di correre dietro al superfluo.
(Da un articolo tratto da La Rivista Culturale, l’originale è qui.)