Gli inadeguati cronici

Rifletto, in questo periodo di emergenza pandemica, come ogni giorno che passa diventi sempre più palese l’inadeguatezza (termine fin troppo magnanimo) della classe politica alla gestione della cosa pubblica, in ogni suo aspetto. Una inadeguatezza cronica, in regime di assoluta par condicio – “destra” e “sinistra” allo stesso modo, insomma – fatta di ipocrisia, meschinità, ottusità, che riflette perfettamente lo stato dell’arte contemporaneo del sistema politico e ciò non per colpa della democrazia, come alcuni sostengono, ma al contrario perché quell’inadeguatezza è funzionale al mettere biecamente sotto attacco la democrazia, così da sminuirne il valore e smontarne l’efficacia politica e sociale ovvero per colpa e volontà di spinte antidemocratiche che mirano a tornaconti particolari e illiberali.

Così, quasi esattamente 3 anni fa, pubblicavo qui sul blog un articolo al riguardo il quale, guarda caso, sembra fatto apposta per accompagnare le mie attuali riflessioni. Dunque ve lo ripropongo di seguito, nella speranza che, chissà, i cambiamenti “da coronavirus” che molti invocano possano coinvolgere in modo netto e intenso anche la politica. Anche se, a tale possibilità, confesso che ci credo molto poco. Già.

Ma siamo proprio certi che il mondo, senza poteri, governi, gerarchie, autorità e quant’altro di simile, sarebbe veramente nel caos?

Se millenni addietro, quando si cominciava ad articolare la civiltà umana attraverso la nascita delle strutture di comando che tutt’oggi la caratterizzano, l’uomo si fosse reso conto per qualche prodigiosa illuminazione che tali strutture non fossero esattamente il meglio per il benessere futuro della civiltà e per il suo progresso, nel senso più pieno e alto del termine, oggi come saremmo messi? Peggio, o meglio? Ci saremmo già autodistrutti, o saremmo la civiltà più libera e avanzata di questa parte di Universo?

Tuttavia, il fine assoluto di una civiltà che si ritenga intelligente – e capace di dimostrarsi tale – non sarebbe quello di svincolarsi, col tempo, da qualsiasi forma teorica e pratica di autorità e di prevaricazione (anche quando “democratica”) della dignità umana derivante da quell’intelligenza?

Lo so. Sono domande a cui non ci può essere alcuna risposta effettiva ma che di contro, in aggiunta ad una lettura pur fugace della storia dell’uomo, lasciano inesorabilmente aperto il dubbio – ancor più osservando certe realtà di oggi, anno 2017 (quando scrissi questo articolo, appunto – n.d.L.). Ed è un dubbio necessario, io credo, per cercare di restare il più possibile liberi.

Capii che lo Stato era stupido, che era insicuro come una donna nubile in mezzo alle sue argenterie, e che non sapeva distinguere gli amici dai nemici; persi tutto il rispetto che mi era rimasto nei suoi confronti, e lo compatii.

(Henry David ThoreauLa disobbedienza civile, a cura di Franco Meli, traduzione di Laura Gentili, Casa Editrice SE, Milano, 1992.)

Cinque punti per non fare dello sci su pista un “virus” per la montagna (forse)

Impianti dismessi ed ecomostri dell’Alpe Bianca, Tornetti di Viù (Torino). Immagine tratta da qui.

Le località sciistiche al tempo del coronavirus, che ne ha imposto la chiusura e, in pratica, la fine anticipata della stagione turistica: se già molte di esse sono da anni in gravissimo deficit economico e sopravviventi solo grazie a contributi pubblici e bilanci “creativi”, tale chiusura obbligata rappresenterà per non poche di loro una tremenda mazzata, forse letale, che ne allungherà di molto l’elenco già esteso. Tuttavia, anche senza di questa, è evidente come sempre di più la presenza dell’industria dello sci sulle montagne sia diventata vieppiù antitetica con lo stato di fatto in quota, in primis per i cambiamenti climatici in atto, che riducono gli apporti nevosi e ne aumentano sempre più la quota, ma pure perché il comparto dello sci su pista si basa ancora grandemente su modelli e strategie turistiche ormai superate e non più valide, perpetrate soltanto per difendere piccoli interessi di parte e tornaconti ormai ingiustificati. Spiace dirlo – a loro – ma molte stazioni sciistiche sulle nostre montagne non hanno più senso, e vederle in attività con tutta la pressione antropica, ambientale, economica cagionata a territori montani in evidente difficoltà ecologica è veramente qualcosa di biasimevole.

Or dunque, voglio chiedere: se anche per tale ambito l’emergenza coronavirus rappresentasse l’occasione per un autentico cambio di paradigma, invocato già da anni da più parti attraverso appelli pressoché inascoltati, al fine di smetterla con quei modelli divenuti fallimentari e divoratori di soldi pubblici che potrebbero essere spesi molto meglio sui monti, a beneficio delle genti che li abitano e li mantengono ancora vivi – non solo economicamente ma anche socialmente e culturalmente – nonché a vantaggio indispensabile dell’ambiente e del paesaggio montani, che i cambiamenti climatici rendono ancor più delicati e fragili di quanto già non siano per propria natura?

D’altro canto, ribadisco, il turismo dello sci su pista ha già superato da qualche tempo il bivio tra sopravvivenza e fine certa, una bipartizione determinata soprattutto dal riscaldamento globale per la quale tutte le stazioni sciistiche aventi comprensori posti sotto i 2000 metri di quota hanno imboccato la strada della chiusura inevitabile senza alcuna possibilità di retromarcia – come quella che molti credono rappresentata dalla neve artificiale, in realtà il modo migliore per tirare grandi zappate sui piedi di stazioni sciistiche già zoppe e barcollanti.
Quindi, se cambiamento dev’essere – e non può che esserlo, vista la situazione – che sia realmente paradigmatico e basato su principi rigorosi ovvero rigorosamente innovativi o, se preferite, rivoluzionari. Per restare in attività garantendo buona salute a se stesse e ai territori in cui operano (in senso generale: economico, sociale, culturale, ambientale, eccetera) le stazioni sciistiche – mi permetto di proporre – dovrebbero:

  1. Essere a bilancio energetico ed ecologico zero o positivo, con apposita certificazione la quale attesti che i comprensori non arrechino alcun danno ai territori interessati e alle loro risorse, anzi, che possibilmente ne apportino vantaggi in tal senso. La riconversione energetica, ove necessaria, sarà da sostenere con appositi supporti finanziari – qui sì giustificabili – e non dovrà in alcun modo ricadere sulle popolazioni locali così come, se non minimamente, sugli sciatori.
  2. Non costruire più nessun nuovo impianto di risalita e nessuna nuova pista di discesa al di fuori dei comprensori già attivi, semmai efficientando il più possibile – posto il punto 1 – l’esistente a livello di infrastrutture e di gestione ambientale.
  3. Eliminare totalmente l’innevamento artificiale, ottusamente ritenuto un’ancora di salvezza per molte stazioni che invece, coi suoi costi esorbitanti, rappresenta una zavorra per affondare definitivamente i loro bilanci già deficitari, oltre che una forma di depredamento di risorse naturali – l’acqua, innanzi tutto – che invece nel futuro dovranno essere sempre più salvaguardate, vista la drastica riduzione delle superfici glaciali le quali, è bene ricordarlo, sono i principali serbatoi di acqua potabile a disposizione sulle Alpi. E poi: scommettiamo che guadagna di più una stazione sciistica che lavora 2 o 3 mesi solamente con neve naturale rispetto a una che lavora 4 o 5 mesi con largo uso di neve artificiale?
  4. Essere obbligate, in qualche modo adeguatamente certificabile, di offrire servizi turistici non legati allo sci su pista in maniera equiparabile a quelli offerti agli sciatori e in maniera ben più ampia e strutturata di quanto non si faccia ora: percorsi per camminatori, ciaspolatori, sci alpinisti, attività sportive non sciistico-alpine come sci nordico, slittino, pattinaggio, eccetera (ovviamente ad esclusione di quelle a forte impatto ambientale, come motoslitte, eliski e cose affini, sostanzialmente da vietare). Il tutto, appunto, senza che queste siano considerate “di serie B”, come oggi quasi sempre accade in tante stazioni sciistiche ove tutti i servizi o quasi (con i relativi investimenti) vengono dedicati agli sciatori su pista e pochissimo agli altri fruitori, nonché con il coinvolgimento istituzionale dei soggetti professionistici che operano in tali attività “alternative” – guide alpine, accompagnatori di escursionismo, operatori ambientali e culturali, rifugisti, eccetera.
  5. Essere obbligate a mettere in atto soluzioni di mobilità sostenibile all’interno dei territori delle stazioni sciistiche: degli impianti di risalita ecosostenibili ma con alle loro partenze megaparcheggi traboccanti di auto rappresenterebbero una contraddizione inaccettabile. Tutto il territorio sul quale insiste un comprensorio turistico dovrebbe essere a bilancio energetico e ambientale zero o positivo, e in ciò concorrere alla certificazione in tal senso della stazione: per tale motivo la parte pubblica (le amministrazioni locali) e quella privata (le società di gestione degli impianti) devono lavorare in sinergia e in joint venture strategica, e non operare come due entità distinte e spesso conflittuali se non per spartirsi tornaconti indebiti, come sovente accade.

Ecco: tutti i comprensori sciistici non in grado di attuare tali riconversioni dovrebbero essere chiusi, e le località dedicate espressamente al turismo non meccanizzato, che peraltro è un comparto in grande espansione che senza dubbio rappresentare il futuro della fruibilità sostenibile sui monti, certamente in grado di soppiantare economicamente lo sci su pista. D’altro canto, i comprensori non in grado di evolvere come detto sono quelli comunque destinati a chiudere a breve: per mancanza di neve, per inadeguatezza ecologica e ambientale degli impianti, per insostenibilità finanziaria, per gestione economica errata e dissociata dalla realtà.

Non è più un questione di “se” e di “ma”: come rimarcato, il tempo delle scelte si è già esaurito da un pezzo. Ora contano soltanto la doverosa cognizione dello stato di fatto, l’onestà intellettuale e professionale, la coerenza e la fine d’ogni arroccamento egoistico, l’azione concreta e virtuosa, la capacità di visione futura. Il buon senso, insomma, di chi ha veramente a cuore la montagna, in ogni suo aspetto.

N.B.: cliccando sull’immagine in testa al post potrete leggere il dossier NeveDiversa 2020, redatto da Legambiente che tratta con grande obiettività de «Il mondo dello sci alpino nell’epoca della transizione ecologica: dismissioni, abbandoni, chiusure, accanimenti terapeutici, mix di tradizione e innovazione, tentativi di riconversione e buone pratiche di turismo soft». Da leggere assolutamente.

Il coronavirus e le librerie

[Foto di Nino Carè da Pixabay ]
Consentitemi di unirmi ai numerosi che, in queste ore, manifestano dubbi e perplessità circa la chiusura, tra gli altri esercizi commerciali e in forza dei provvedimenti anti-coronavirus, anche delle librerie.

Sia chiaro, io di dubbi non ne voglio sollevare nel senso che posso capire e ben accettare qualsiasi motivazione emergenziale: certo, le librerie non sono un servizio “essenziale” – non lo sarebbero, in un paese nel quale la maggior parte delle persone e delle famiglie avessero in casa una buona dotazione di libri da leggere. Ma, inutile dirlo, in Italia non è così, anzi. Per cui, in queste ore di forzate permanenze domestiche chissà quanto prolungate, il libro, media culturale per eccellenza, io lo vedrei come qualcosa di più che essenziale oltre che di piacevole e confortante (per la mente tanto quanto per il cuore e l’animo) da avere a disposizione, in modi che ovviamente siano consentiti dai suddetti provvedimenti.

Lo ammetto, sono di parte: ma se c’è da fare di necessità virtù, come dice il noto adagio popolare, questa sarebbe (stata) una buona occasione per cercare di recuperare quel gap culturale che rende i lettori italiani tra i meno numerosi e assidui del mondo avanzato. Invece, evidentemente, si preferisce che restino i canali TV a rappresentare i “media culturali” per eccellenza, in Italia.

Eh già, la TV, “con la sua vasta offerta di cultura di gran qualità” (tutto virgolettato, sì).

Ecco, capite perché mi permetto di essere perplesso, no?