Mal comune, nessun gaudio

[Montagne delle Asturie, nel parco nazionale dei Picos de Europa. Foto di Guillermo Álvarez da Unsplash.]

In Spagna ci sono più di 1.800 centri abitati con un solo abitante registrato nel censimento. Sono gli ultimi abitanti della Spagna rurale, dove l’esodo e lo spopolamento continuano. Il 42% dei comuni spagnoli è a rischio di spopolamento, molto lontano dal 7% di Francia, Italia e Germania.
La Galizia e le Asturie sono in cima alla lista dei luoghi dove è più comune trovare villaggi con un solo vicino, ma possiamo anche trovare questi sopravvissuti nei Pirenei o nella cosiddetta Siberia andalusa. Chi vive dove non vive nessuno?
3.400 comuni spagnoli, il 42%, sono a rischio di spopolamento. Un abitante su quattro ha più di 64 anni, la maggior parte di loro sono uomini. In Francia, Italia e Germania questa percentuale è inferiore al 7%, secondo l’ultimo rapporto della Banca di Spagna.

È un estratto di questa notizia della RTVE, la radiotelevisione pubblica spagnola. Non so se quel 7% citato anche per la realtà italiana sia un dato certo, non conoscendo i criteri utilizzati per tale calcolo – ad esempio, a giudicare da questo recente articolo dell’agenzia “Adnkronos”, si potrebbe ritenere ben più alta, quella percentuale, per i comuni italiani – ma, al di là dei numeri, ciò che si evince è che certi fenomeni sociali, che se analizzati più attentamente diventano sociologici e antropologici ancor più che economici o politici, presentano una comunanza continentale piuttosto inquietante. E certamente non è che un tale mal comune possa generare alcun gaudio, né mezzo né quant’altro: sarebbe di contro interessante studiare il fenomeno anche da questo punto di vista continentale, perché il coma demografico delle aree rurali non può che provocare un altrettanto stato vieppiù comatoso dell’identità culturale europea più autentica e preziosa, quella che serva da base per costruire qualsiasi relazione con i luoghi di vita (e non solo con quelli ma soprattutto con). E forse, alla base della deprecabile debolezza della comune identità continentale che si riverbera poi sulla rilevanza geopolitica dell’Europa nel mondo di oggi, c’è anche il silenzio, la solitudine e l’abbandono crescente delle aree rurali e dei tanti piccoli borghi che davano – e darebbero tutt’oggi – loro vita.

Ecco perché diffido dei bandi pubblici a sostegno della cultura

La gestione poco trasparente ha creato molte polemiche e litigi.

Ne diffido nonostante lavoro molto su progetti e iniziative culturali, per la montagna e non solo e in particolar modo per la conoscenza di territori, borghi, luoghi dotati di peculiarità tanto particolari (questo, ad esempio) quanto poco note o apprezzate ma non solo per questi, già. Negli anni ho già accumulato parecchia esperienza in merito a questi bandi pubblici, alla loro “fumosità”, agli adempimenti burocratici intricati e sovente irrazionali che richiedono, ai criteri di assegnazione dei fondi, all’arbitrarietà di certi meccanismi che in tali bandi non dovrebbero esistere e invece spesso ne rappresentano i meccanismi principali – il bando a cui si riferisce l’articolo de “Il Post” che potete leggere cliccando lì sopra è solo l’ultimo degli esempi al riguardo.

Ben vengano, questi bandi, e ben felice per chi se li aggiudicherà ma, personalmente, salvo necessità ineluttabili, preferisco esplorare altre vie di sostegno economico ai progetti elaborati, probabilmente più esigue nella “sostanza” ma meno fumose, più certe, più consone a quei progetti e con maggiori possibilità di concretizzazione immediata e nel futuro, senza che venga meno la trasparenza delle iniziative, anzi, salvaguardando anch’essa maggiormente.

Dunque, a voi che parteciperete al bando in questione: tanti auguri! Che possiate avere successo e non grattacapi, malumori o irritazioni di sorta, ecco.

Transizione ecologica e sostenibilità

A volte basta una sola immagine per raccontare più di innumerevoli parole.
In questo caso, bisogna ringraziare Michele Comi il quale, oltre a essere una delle più apprezzate guide alpine di Valtellina (nonché numerose altre cose) è pure bravissimo nel condensare in efficaci e suggestivi tratti grafici concetti tanto fondamentali quanto a volte inopinatamente ignorati. Forse perché fin troppo evidenti e dunque, nell’opinione superficiale o mendace di molti, banali.

Intanto (anche) nella suddetta Valtellina, terra “olimpica” nel 2026, pare già avviata da parte di alcuni la corsa per saltare sul treno milano-cortinese e spartirsi la “torta” servita all’affollato vagone ristorante… Be’, mi sa che se ne vedranno delle belle, al riguardo. Sperando che non siano troppo brutte, ecco.

Un vaticinio post-sciistico

[Foto di Yann Allegre da Unsplash.]
Vaticino (indicato presente, prima persona del verbo vaticinare): potrebbe ben essere che in un futuro non troppo lontano, anzi, forse ben più vicino di quanto si potrebbe pensare, quei gestori dei comprensori sciistici che oggi guardano storto quando non s’aizzano contro gli ambientalisti (nel senso autentico e fattivo del termine) che spesso criticano la gestione odierna dello sci su pista condotta dai primi e ne osteggiano certi progetti di realizzazione o ampliamento dei rispettivi domaines skiables, vi si prostreranno davanti, a quegli ambientalisti, gementi e imploranti di dar loro una mano per salvare il salvabile dei propri comprensori, che saranno ormai prossimi alla sorte funesta già subita da altre stazioni sciistiche in forza sia della gestione stessa attuata, sia dei cambiamenti climatici sempre più drastici e sia dall’evoluzione delle sensibilità diffuse in tema di fruizione ricreativa delle montagne e dell’immaginario turistico conseguente, il quale non potrà certo più essere come quello fermo a mezzo secolo fa che invece i suddetti gestori (e i loro vari sodali politici, imprenditoriali, finanziari) ancora pretendono di considerare “sacrosanto” e sul quale basano le loro strategie turistico-commerciali, sempre più obsolete, anacronistiche, irreali e decontestuali.

E che cosa potrebbero decidere di fare, in quel momento, i prima tanto vituperati e poi così invocati ambientalisti? Cosa risponderanno, a quella richiesta di aiuto?

Con la cultura c’è chi (forse) mangia e chi (ancora) no

[Cliccateci sopra, per ingrandire l’immagine e leggerla meglio.]
Il quotidiano veneto “Il Gazzettino” ha pubblicato lo scorso 10 novembre sulla pagina sopra riportata un articolo particolarmente critico circa la spesa pro capite della Regione Veneto – ovvio riferimento locale – per la cultura, d’altro canto corredando l’articolo con una tabella dalla quale si può evincere la spesa pro capite per la cultura di tutte le regioni italiane. Senza dubbio, insieme al Veneto, spicca il dato della ricca, operosa, industriosa e avanzata (almeno a parole) Lombardia, di pochissimo superiore a quello veneto – ma, stando a quanto scritto nell’articolo, nel 2017 sarebbe stata abbondantemente ultima.

Ora, il dato non certifica in automatico che nelle regioni di riferimento non si produca cultura o se ne produca molta di più/molta di meno rispetto alle altre, considerando in primis che molta della produzione culturale italiana si affida a investimenti privati o a altre forme di sostegno economico non amministrativo-politico. Tuttavia certifica senza alcun dubbio l’attenzione e la considerazione (o la mancanza) di certe amministrazioni regionali – e di certa politica che le regge – nei confronti della cultura, un ambito che in Italia risulta tanto necessario quanto troppo spesso negletto e quasi ostracizzato. Ciò peraltro in un’ottica del tutto super partes, visto come nella tabella le regioni virtuose e le regioni riprovevoli garantiscano una consona e forse nemmeno così sorprendente par condicio.

Evidentemente, per qualche alto funzionario della politica italiana (regionale e non solo), il famigerato «con la cultura non si mangia» resta non solo un motto suggestivo ma pure un principio ineludibile e fondante i propri atti pubblici – ma questa è una considerazione personale, e lascio a voi ogni riflessione sulla tabella e su quanto riportato nell’articolo.

P.S.: la pagina de “Il Gazzettino” è stata pubblicata sulla pagina Facebook dell’amico Luca Radaelli e da lì io l’ho presa.