Apocalypse Now (al Rifugio Gherardi, sulle Alpi Bergamasche)

Eccoli, sono tornati! Non avevo dubbi che sarebbero ricomparsi!

Chi sono?

Sono quelli che «Ah, noi amiamo e valorizziamo la montagna!» Ah sì? Con gli elicotteri?

Quelli che «Suvvia, una domenica ogni tanto!» ma già nella sola bella stagione in corso l’elenco delle elicotterate si sta allungando… l’anno prossimo quante saranno, e in quanti posti?

Quelli che «raggiungere i rifugi ed esplorare le nostre montagne con l’elicottero significa rispondere adeguatamente alla nuova domanda del turismo 2.0», già, come no, due-punto-zero, con un mezzo rumoroso e inquinante che distrugge qualsiasi relazione culturale con il paesaggio montano – che poi, suvvia, quella dichiarazione lì sopra fa ridere anche senza nemmeno commentarla!

Quelli che «l’esperienza visiva e sensoriale di poter vedere il nostro territorio dall’alto è impressionante!» Ah, bene, allora distruggiamo le vette dei monti, che tanto non servono più! C’è l’elicottero per salire più in alto e vedere meglio, no?

Quelli che «In silenzio, sostando sulle rive del laghetto si può sentire il “respiro” delle montagne» e pensano veramente di essere seri e sembrare credibili, a dirlo pubblicamente.

Quelli che «così in montagna ci possono andare anche anziani e gente che fatica a camminare», ma intanto sulla locandina lì sopra non l’hanno nemmeno indicata, questa possibilità, ben sapendo (più o meno consciamente) quanto sia falsa.

Quelli che, dopo l’elicotterata, «al rifugio troverete pizzoccheri fatti a mano!» Che è un po’ come invitare a guidare l’auto superando tutti i limiti di velocità e passando ai semafori col rosso ma poi fermarsi con tutta calma a lavarla e lucidarla di fino. Una roba senza alcun senso, suvvia!

Quelli che, per di più, credono di rivalutare e salvaguardare in questi modi le montagne, mentre invece le degradano e ne sviliscono la bellezza, la conoscenza, il valore culturale e la consapevolezza ambientale.

Quelli che pensano di portare più gente al proprio rifugio con l’attrattiva degli elicotteri, e invece ne perderanno un sacco. Ad esempio ci sono io, che tante volte sono stato nel rifugio in questione, e che me ne guarderò bene dal tornarci, per parecchio tempo.

Quelli che sono rifugi del CAI, un associazione che si dice “ambientalista”. Eh già, proprio vero!

E poi ci fu quello che, tempo fa, disse:

«Un viaggiatore che parta per la montagna lo fa perché cerca la montagna, e credo che rimarrebbe assai contrariato se vi ritrovasse la città che ha appena lasciato.» [1]

Era Amé Gorret, un personaggio che credo non abbia bisogno di presentazioni per chiunque frequenti i monti, e scrisse quelle parole più di un secolo fa. Aveva già capito come certi “amanti e custodi della montagna” l’avrebbero ridotta, la montagna.

Lo sapranno, quelli del rifugio in questione, chi era l’Abbé Gorret? Sapranno leggere e soprattutto meditare quelle sue parole?

Per il bene presente e ancor più futuro della montagna, c’è solo da augurarselo.

[1] L. Colliard (a cura di), Abbé Amé Gorret: autobiographie et écrits divers, Valtournenche, 1987, pag.145. Citato in E. Camanni, La nuova vita delle Alpi, Bollati Boringhieri, 2002, pag.83.

A proposito di ripartenza della scuola

Nell’opera di portata capitale dell’educazione dei fanciulli, la montagna ha da svolgere il ruolo più importante. La vera scuola deve essere la natura libera, con i suoi bei paesaggi da contemplare, le sue leggi da studiare dal vivo, ma anche gli ostacoli da superare. Non è nelle anguste aule con le inferriate alle finestre che si formeranno uomini coraggiosi e puri. Diamo loro piuttosto la gioia di bagnarsi nei torrenti e nei laghi di montagna, portiamoli a passeggio sui ghiacciai e sui campi di neve, conduciamoli alla scalata delle grandi vette. Non solo impareranno senza fatica ciò che nessun libro può insegnar loro, non solo si ricorderanno tutto ciò che avranno imparato nei giorni felici in cui la voce del professore si confondeva, per loro, in un’unica impressione con la vista di paesaggi affascinanti e grandi, ma si saranno inoltre trovati in faccia al pericolo e lo avranno gioiosamente sfidato. Lo studio sarà per loro un piacere e il loro carattere si formerà nella gioia.

(Élisée ReclusStoria di una montagna, Tararà Edizioni, Verbania, 2008, pagg.157-158; 1a ed.1880.)

Già, la montagna può ben essere – lo si usa dire, d’altro canto – “una scuola di vita”: come lo è stata in passato lo può essere oggi e, per molti aspetti, nel futuro. Ma se a qualcuno tale affermazione potrebbe sembrare “retorica” (a volte per colpa di chi la utilizza), Reclus rimarca da par suo che la montagna è una scuola, punto. Sic et simpliciter.
Poi lo è di vita ovvero per la vita, per il carattere e per lo spirito, per la volontà, per l’intraprendenza e per chiunque e in ogni sua età, nel ragazzino certamente ma, perché no, anche nell’adulto, che tra i monti troverà sempre qualcosa di importante e significativo da imparare.

A Corte Grande, navigando sul paesaggio

L’alpe di Corte Grande, sopra Albaredo nel ramo omonimo delle Valli del Bitto, è uno di quei posti che, nel giungerci, nell’attraversarlo e nell’osservarlo, ogni volta mi dona una sensazione di armonia veramente rara. O, forse potrei dire meglio, di equilibrio, di concordia naturale, di eufonia geografica. L’ampia schiena prativa che si protende dal versante sudoccidentale del Monte Baitridana, placidamente bombata fin lungo i suoi bordi boscosi che poi piuttosto repentinamente precipitano verso i solchi della Valle del Bitto e delle laterali Val Fregera e Valle Piazza, sembra galleggiare sul paesaggio, come un’enorme zattera che naviga tranquilla verso l’altro versante della valle, a ponente, e poi oltre, in direzione delle vette rocciose dominate dal Pizzo dei Tre Signori. A tale pontone luminosamente erboso, al quale il Sole regala quasi sempre una fremente festa di luce e calore, fanno da “casseri” due filari di baite armoniose e ben tenute, una prospiciente la “prua” dell’alpe e l’altra di poco arretrata, la cui posizione potrebbe far invidia anche al tenutario d’una villa su chissà quale prestigiosa costa marina.

Peraltro, da Corte Grande ricordo di esserci transitato, anni fa, in una mattina autunnale di fitte brume che ingolfavano il solco vallivo fino a una quota appena inferiore a quella del piano prativo, mentre al di sopra il cielo terso brillava di azzurra magnificenza. In una tale situazione sembrava veramente di stare sulla coperta di un grande bastimento in navigazione su quelle nebbie dense e uniformi se non, correndo ancora più sulle inesorabili ali della fantasia, direttamente in cielo, a chissà quale quota d’altro canto indeterminabile vista la mancanza di visibilità sottostante, un volo soave e sereno in equilibrio sull’impalpabile superficie nebulosa nell’attesa di “attraccare” posandosi sul paesaggio alpestre una volta ricomparso grazie allo svanimento di quelle brume.

Ecco, insomma, un posto di rara grazia, non sfacciata e spettacolare o monumentale… equilibrata, appunto, d’un equilibrio innanzi tutto naturale ma che con pari intensità si manifesta nel viandante che da Corte Grande transita, regalandogli una simile sensazione di equilibrio, misura, armonia, e di concordia con il paesaggio d’intorno – quello che percepisco io ogni volta che passo di lì.

Se ci siete stati, se il luogo lo conoscete o se magari ci passerete, un giorno, mi saprete dire se anche voi afferrate qualcosa del genere – ma se non ci siete mai stati andateci, nel caso poi continuando per l’Alpe Piazza o per la facile e spettacolare vetta del Monte Lago. Forse, saprete intuire altre particolari doti che questa zona delle Alpi Lombarde offre in modi ben più significativi che altrove, e che ne fanno un territorio di raro pregio e di autentico, intenso nonché, appunto, armonioso valore alpino.

Angeloga, inatteso dono alpino

[Immagine tratta da www.valchiavenna.com, qui.]
L’Alpe Angeloga è un dono inatteso, di quelli che non ci si aspetta e se pur si aspettano ci si attendono più “ordinari”, così che per questo lasciano alquanto incantati e sorpresi, quando si ricevono.

Sia che vi si giunga dall’itinerario che dall’ameno villaggio di Fraciscio risale prima il fondo e poi il fianco settentrionale dell’incassata Valle della Rabbiosa – idronimo che è tutto un programma, ben inscenato poi dalle numerose cascate che caratterizzano il corso del torrente -, sia che ci si arrivi lungo il panoramico e a volte esposto tracciato che dall’Alpe Motta taglia il fianco meridionale del Pizzo Groppera, non ci si aspetterebbe mai di trovarsi di fronte, quasi all’improvviso, una piana così “piana”, così regolarmente tonda, piazzata sul fondo di una specie di cratere racchiuso per più di metà bordo da vette così severe e imponenti, agghindata nel suo centro da un così bel lago alpino sulle cui rive si adagia un minuscolo e così pittoresco crocchio di baite in pietra e intorno alpeggi così verdi… E dunque così, ovvero per tutti questi motivi, arrivare all’Angeloga dal basso oppure dall’alto – perché provenendo da Motta ci si cala nella conca, per qualche decina di metri – e da Fraciscio appena dopo alcuni dossoni di erba e gande oppure da Motta superando un crestone che scende ripido dal Groppera, trovarsi di fronte un paesaggio così suggestivo, che tanto le armonie quanto i contrasti del contesto naturale fanno sembrare simile a una delle tele più luminose di SegantiniMezzogiorno sulle Alpi, ad esempio – suscita una sorpresa immediata e un’emozione fremente, come se d’improvviso ci si sentisse aprire e allargare l’animo facendo entrare luce, aria, colori, forme, gioia – quella gioia inimitabile che nasce quando ci si capacità di essere giunti in un luogo nel quale da subito ci si sente bene.

Nel gioco delle peculiari prospettive che disegna il paesaggio, l’elegante Pizzo Stella, la vetta più alta tra quelle prospicienti la conca dell’Angeloga, sembra ancora più elevata e imponente mentre di contro il piano dell’alpe pare più piccolo di quanto non sia, così compresso tra le pareti rocciose e i ripidi prati. Ci pensa il lago, nel centro della conca, con le sue acque cristalline spesso delicatamente increspate dalla brezza che risale tranquilla la Valle della Rabbiosa, a rappresentare il punto di equilibrio, e il diapason armonico, del paesaggio di Angeloga, specchio liquido che porta il blu del cielo nei prati e la sensazione di infinito nei cuori. D’altro canto è la stessa geografia di questo luogo che sa di infinito, o quanto meno di vastità: quelle del lago, e dei ruscelli di origine nivale che vi afferiscono e poi scendono nella valle, laterale della Val San Giacomo, sono le prime acque di questa regione alpina ad andare verso Sud e il Mediterraneo; appena sopra l’Angeloga, oltre l’ampia sella che adduce alla Val di Lei, invece zampillano acque già nordiche, dirette verso il bacino del fiume Reno e, dunque, il Mare del Nord. Ci si sente protetti dai possenti bastioni alpini, qui, ma al contempo virtualmente affacciati sull’intero continente, ed è forse anche per questo che ci si sente così bene, in questo luogo: si gode di una sublime intimità montana, col resto del mondo quotidiano che resta confinato laggiù, oltre il ciglio della conca, e parimenti si è al “centro del centro” delle Alpi, dove si incontrano la parte occidentale e la parte orientale della catena alpina – divise dalla linea fluviale formata dal Reno Posteriore (sul versante elvetico, oltre il valico dello Spluga), dal Liro (che percorre la Val San Giacomo) quindi dal Mera e dall’Adda – nonché dove si incontrano la parte Nord dell’Europa, disegnata dal relativo bacino imbrifero i cui fiumi vanno a settentrione, e la parte Sud le cui acque scendono a meridione, verso quel Mare Nostrum che ci divide e unisce all’Africa e all’Oriente.

Chissà se le sanno queste cose, i vari animali che nel mezzo dell’estate hanno la fortuna di pascolare sui dolci e floridi prati dell’Angeloga, se a loro interessano oppure se la loro geografia è fatta di altre nozioni, altre mappe, altre coordinate. Eppure, io credo che in comune con gli umani più sensibili gli animali si rendano conto della grande bellezza del luogo: perché sono sempre particolarmente vivaci e socievoli, come fossero felici di starsene lì e volessero a loro modo manifestarlo agli umani, per essere certi che essi non vivano il luogo soltanto in modo meramente ricreativo ma, come loro, si capacitino del bellissimo regalo che l’Angeloga dona a chiunque vi giunga. Sarebbe un peccato, altrimenti, non godere della relativa, incantevole sorpresa.

In vetta anche gli sfaticati e i pigri

Presto o tardi le ere eroiche dell’esplorazione delle montagne avranno fine come quelle dell’esplorazione del pianeta stesso e il ricordo dei celebri scalatori si trasformerà in leggenda. Una dopo l’altra, tutte le montagne delle contrade popolose saranno state scalate; sentieri facili, poi strade carrozzabili verranno costruite dalla base alla vetta per facilitarne l’accesso anche agli sfaticati e ai pigri; si faranno brillare mine tra i crepacci dei ghiacciai per mostrare ai curiosi la struttura del cristallo; ascensori meccanici verranno installati sulle pareti dei monti un tempo inaccessibili e i “turisti” si faranno issare lungo muraglie vertiginose, fumando un sigaro e chiacchierando di pettegolezzi.

(Élisée ReclusStoria di una montagna, Tararà Edizioni, Verbania, 2008, pag.154; 1a ed.1880.)

Insomma: già quasi un secolo e mezzo fa Reclus – non a caso una delle menti più brillanti della modernità – aveva intuito perfettamente la sorte che avrebbero subìto numerose località alpine: quella di diventare dei luna park montani per orde di “turisti” (si notino le virgolette) sfaccendati e comunque assai poco interessati alle montagne e al loro valore. Eppure, nonostante il tono già beffardo con il quale il grande geografo francese disquisiva del fenomeno, segnalandone così tutta la folle assurdità, in 140 anni nulla si è fatto per contenerne il dilagare, anzi, lo si è reso e imposto come qualcosa di “necessario per il bene della montagna”. Solo negli ultimi tempi si sta cominciando a comprendere quali danni abbia causato ai monti questo modus operandi, tuttavia c’è ancora chi persevera nell’attuarlo, decantandone “l’opportunità” solo per nascondere dietro di essa i propri bassi tornaconti (basta constatare quello che sta accadendo nelle Dolomiti, in vista dei prossimi Mondiali di Sci 2021 e delle Olimpiadi del 2026). Un po’ come scriveva Reclus, questo modo di agire sta facendo diventare anche la montagna un “pettegolezzo”: qualcosa di futile, vuoto di senso, buono per il momento e da consumarsi in tal senso e infine inutile. Forse perché, come sosteneva Walter Bonatti, la montagna insegna a non barare, a essere onesti con se stessi e con quello che si fa: cioè, insegna tutto quello che gli individui che hanno trasformato i monti in orribili e insensati divertimentifici alpini solo per fare soldi non impareranno mai.