E se invece si facesse scoppiare una rivolta dei libri? (Reloaded)

(Questo articolo, balzatomi agli occhi poco fa, lo pubblicavo qui sul blog più di 3 anni fa. Inutile dire che oggi è ancora più valido di allora, e questa non è affatto una bella cosa. Nient’affatto.)

read-booksGià… dei libri piuttosto che di forconi o altro del genere e di così “fumoso”, se non bieco. In fondo, buona parte dei malanni che stanno uccidendo l’Italia nascono in primis da un grave problema culturale. Ignoranza, insomma, in senso generale e soprattutto nel senso di ignorare la realtà, dalla quale deriva la mancanza di consapevolezza e senso civici, il menefreghismo imperante, l’abulia sociale, la spiccata tendenza ad assoggettarsi a qualsiasi potere (o pseudo-tale) che accontenti i propri egoismi… Tutte cose sulle quali prospera e s’ingrassa chi vuole dominare, da sempre e ovunque: il popolo ignorante è ben più semplice da governare che quello consapevole, informato, acculturato – qualità che ne sottintendono un’altra ancor più fondamentale: libero.
Una rivolta dei libri, una rivoluzione culturale che spazzi via ogni cosa che offende l’intelligenza, l’onestà, l’etica e il buon senso comune: e non pensate che, da questo punto di vista, la prima cosa ad essere spazzata via sarebbe proprio la miserabile casta politica che l’Italia si ritrova?

In effetti, dice bene Doctor Who, il personaggio della nota serie TV della BBC prodotta e sceneggiata da Russell T. Davies:

You want weapons? We’re in a library. Books are the best weapon in the world. This room’s the greatest arsenal we could have. Arm yourself!

(Volete armi? Andate in una biblioteca. I libri sono l’arma migliore nel mondo. Questo luogo è il più grande arsenale che potremmo avere. Armatevi!)

Booksareweapons

Di “non luoghi” urbani e di “iper luoghi” montani

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Ormai chiunque conosce il termine “non luogo” e la sua accezione sociologica abituale. C’è invece un termine assai meno conosciuto e usato nonostante sia, in buona sostanza, opposto e antitetico al primo: “iper luogo”. Ovvero, il luogo che possiede in modo facilmente rilevabile una propria identità e, ancor più, che costruisce identità. Un marcatore referenziale, che si fa riconoscere e nel quale ci si può facilmente riconoscere. La Montagna è un “iper luogo” per eccellenza: la sua forte caratterizzazione geomorfologica e orografica produce altrettanta caratterizzazione antropologica, generando dunque un legame delle genti con lo spazio vissuto e abitato ovvero una peculiare identità che nel tempo diviene culturale.

Per tale motivo i processi di trasformazione socioeconomica delle civiltà di Montagna avviati nell’Ottocento e divenuti preponderanti nella quotidianità nel Novecento hanno finito per generare condizioni di alienazione e di dissonanza cognitiva di gravità maggiore rispetto a quelli riscontrabili nelle aree urbane: paradossalmente, se si possiede una forte identità culturale ma questa, per prevaricazioni varie e assortite, viene smarrita, l’alienazione dal luogo che ne è matrice avrà effetti più profondi e devianti. Per lo stesso motivo, oggi, nei confronti dei tanti “non luoghi” cittadini che proliferano in ambiti territoriali che non sanno più generare identità culturale, la salvaguardia e la rivalorizzazione degli “iper luoghi” montani, rurali e delle cosiddette aree interne non solo porta beneficio alle genti che in Montagna vivono, ma può rappresentare una via di salvezza anche per le città spersonalizzate e alienate contemporanee, figlie della globalizzazione culturale incontrollata basata quasi esclusivamente su matrici consumistiche. Quegli “iper luoghi” hanno visto nei decenni scorsi dilagare fenomeni di spaesamento nei confronti delle genti indigene, ma di contro hanno saputo conservare, come in una sorta di “forziere cultural-orografico” e pur con i doverosi distinguo storici, un patrimonio culturale nonché civico che oggi, appunto, risulta fondamentale per la città e dalla quale la città non ha che da guadagnare, ad attingerci: in primis recuperando da essa delle buone basi sulle quali ricostruire per sé stessa un’identità culturale e civica senza la quale la trasformazione dell’intera conurbazione in un unico gigantesco “non luogo” abitato da “non persone” è pressoché inevitabile e definitiva.

P.S.: articolo pubblicato anche su Alta Vita.

(Nella foto: Soglio, Val Bregaglia/Canton Grigioni, Svizzera. Immagine tratta da qui.)

L’Homo Achronicus, abulico prigioniero del presente

11873480_10207443846284600_6068485923820884475_nÈ indubitabile: noi, uomini contemporanei, non abbiamo memoria. Non sappiamo costruire il futuro. Restiamo impantanati in un presente totalmente stantio dacché avviluppato su sé stesso, per il quale ci siamo convinti che il vivere alla giornata sia un atto coraggioso e resiliente, quando invece è la prima manifestazione della nostra disconnessione temporale, che per inesorabile conseguenza genera una ancor più grave disconnessione civica.
Siamo ormai ridotti ad essere tanti esemplari di Homo Achronicus: abbiamo dimenticato che il “presente” formalmente non esiste se non come ambito temporaneo d’azione, perché questo istante già ora è diventato passato e quello futuro che verrà a breve è già diventato il presente e sarà rapidamente passato; abbiamo perso la cognizione del tempo come dimensione (e non soltanto in senso fisico), e scordato che non ci può essere alcun futuro se non viene costruito sulle basi del passato nel suddetto presente d’azione. Di contro, quel presente che venga vissuto a sé stante, come circostanza del momento, come appunto il tanto diffuso atteggiamento del “vivere alla giornata”, senza riflettere sul modo in cui si sia generato (nel passato) e sulle conseguenze che avrà (nel futuro, vicino o remoto) è una delle più letali mancanze che la nostra civiltà contemporanea mette in atto.

Un tempo – in quel passato che la nostra boria contemporanea ci fa spesso considerare qualcosa di ridicolmente primitivo – anche in zone rurali particolarmente povere di risorse vitali, montanari e contadini non hanno mai mancato di piantare alberi come ulivi e castagni pur sapendo che non ne avrebbero mai goduti i frutti, e nemmeno i loro figli. Solo la terza generazione, quella dei nipoti, avrebbero avuto in dono la spremitura d’oro delle olive o la ben più povera farina di castagne. Eppure li hanno piantati, hanno saputo guardare avanti. Oggi, col nostro vivere alla giornata, cosa avremmo fatto? Probabilmente avremmo pensato alle convenienze del momento cercando di ottenere il massimo da un sostanziale “minimo” (un’assurdità bella e buona, è palese) anche a costo di far danni ma mirando esclusivamente – ed egoisticamente – al soddisfacimento istantaneo. Di pensare al domani, e non solo al nostro domani ma anche e soprattutto a quello di chi viene dopo di noi, non ci avremmo pensato – non ci pensiamo, convinti dal letale modus vivendi che ci è stato imposto come “il migliore (e magari il più bello, o il più cool) possibile” che è giusto così, che domani è un altro giorno.

Già, peccato che “domani” viene dopo di oggi e non è un tempo nuovo, totalmente distaccato dall’oggi, ma al contrario ne è diretta prosecuzione e conseguenza. Ergo, ciò che viene fatto oggi genera il domani, così come quanto è stato fatto oggi è stato un effetto di quanto avvenuto ieri. Non sembra così difficile da capire, pare roba da asilo nido, da primi rudimenti culturali – già comprendere, per dire, il significato delle luci di un semaforo è nozione più strutturata e complicata! Eppure, a giudicare la realtà del mondo, quello più vicino a noi e quello più lontano, sembra che a tal proposito non abbiamo capito nulla, invece. E non capire nulla di qualcosa tanto semplice è, spiace dirlo ma è così, segno di gravi manchevolezze mentali; d’altro canto, questo spiega pure il perché non capiamo nemmeno di essere sostanzialmente fermi, statici, impantanati – ribadisco – in un eterno presente simile ad un’automobilina giocattolo di quelle d’una volta che è andata a sbattere contro un ostacolo e lì s’è fermata, con le ruote che girano a vuoto, senza riuscire né ad andare oltre – e la via per farlo è appena lì accanto, basterebbe vederla, appunto – e nemmeno a tornare indietro per trovare un nuovo percorso: questo perché – cosa ancora peggiore – ci siamo assuefatti a rimaner lì, convinti che tutto sommato il continuare a sbattere contro il muro è divertente. “Vivendo alla giornata”, vivendo un momento che non ha spessore temporale, che rifiuta la genesi passata tanto quanto ogni sviluppo futuro, che è fondamentalmente vuoto di senso e di valore: che è ambito ideale per esistenze altrettanto prive di senso e valore.
In tali casi verrebbe da esclamare cose del tipo «di questo passo non andiamo avanti molto!». Beh, la questione è già più grave: ormai privi di qualsivoglia passo, siamo fermi, mentre il tempo va avanti, incessantemente. Se ne perdiamo il corso, non lo afferriamo più ma non solo: come ha ben spiegato Einstein, tracciando un parallelismo fisico-relativistico tanto quanto del tutto filosofico, così perdiamo pure lo spazio. E perdiamo tutto ciò che serve per vivere veramente: perché la vita non è semplicemente il corso di una giornata vissuta, ma quello di un’intera esistenza.
Tuttavia, anche a tal proposito, vista l’inconsistenza di molte esistenze, si spiegano molte cose di questo nostro mondo e di tanti di noi uomini contemporanei che lo abitiamo, già.

Gli stupidi non esistono!

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A mio parere, di principio non esistono persone stupide – sostanzialmente non possono esistere. Esistono semmai persone che ignorano o dimenticano di essere intelligenti – a volte non lo fanno per loro colpa, ma per colpa altrui – e ancor più non si rendono conto che, con quanto poco utilizziamo le nostre facoltà cerebrali, basterebbe veramente niente per esserlo (c’è pure una roba che fa miracoli in tal senso: si chiama cultura). Quasi sempre basta meno – anche in termini di sforzo necessario – di quanto occorra per mostrarsi stupidi.

“Osservare” nel profondo, non “vedere” in superficie

119234-1“(..) Troppo spesso noi esseri umani, che abbiamo avuto la fortuna – rispetto alle altre razze viventi sul pianeta – di sviluppare in modo approfondito una consapevole concezione quadridimensionale del mondo, in senso generale e non solo visuale, commettiamo il grave errore di limitarci a un’osservazione del mondo stesso sostanzialmente “bidimensionale”, per così dire. Un riferimento orizzontale, uno verticale e nulla più, quasi che, ormai assuefatti alla tele-visione della realtà attraverso uno schermo televisivo o similmente tale, nella quale la “distanza” che l’etimo greca del termine identifica è priva di profondità e ancor più della dimensione temporale, si porti e utilizzi quel modo di vedere le cose anche nel mondo reale, restando sulla superficie della visione proprio come se vi fosse uno schermo oltre il quale è impossibile andare e dal quale, gioco forza, dobbiamo ricavare qualsiasi dimensionalità. Guardiamo il paesaggio come se l’immagine scorresse in TV ovvero sul web, come se non vi fosse la possibilità di penetrarlo, di andarci dentro e dunque aggiungere una terza dimensione e poi, una volta in esso, avere cognizione pure della quarta dimensione, quella del tempo. Non solo: in fondo, pure restando in un mero ambito percettivo di tipo bidimensionale – orizzontale/verticale – si possono ricavare innumerevoli altri riferimenti dimensionali, i quali nell’insieme danno corpo alla nostra osservazione, la arricchiscono di molti particolari, dettagli, intuizioni, cognizioni. (…)”

(Appunti tratti da un nuovo testo in lavorazione, nel quale si parla di genti, di paesi, di natura, di storia, di futuro. Di vita, in pratica, nel senso più pieno e alto del termine.)