Al paesaggio di oggi manca un Corot

[Jean-Baptiste-Camille Corot, Maisons aux Environs d’Orléans, circa 1830.]
Se il concetto di “paesaggio”, prima sostanzialmente inesistente, nasce intorno al Cinquecento grazie alla pittura, che da quell’epoca comincia a raffigurare il mondo come soggetto importante se non principale dell’opera delineandone l’estetica, è soprattutto con alcuni grandi artisti che nel tempo diventa un’autentica e strutturata categoria culturale che dà forma e sostanza all’immaginario paesaggistico diffuso insegnando alle persone ad esserne sensibili e percettivi, non solo in merito alla sua bellezza. E tra i più grandi in assoluto bisogna sicuramente annoverare Jean-Baptiste-Camille Corot, che in opere come Maisons aux Environs d’Orléans, qui sopra riprodotta (non tra le sue più celeberrime ma, io credo, tra quelle più significative), raggiunge vertici tecnico-stilistici ed espressivi pressoché assoluti – fate caso al tocco sublime del pennello, alla raffinatezza dei dettagli e delle cromie, alla delicatezza e insieme alla forza espressiva che il dipinto trasmette…

E nell’ammirare un tale capolavoro, ripensando a quanto ho scritto in merito al concetto di paesaggio e alla sua genesi artistica che nel tempo si struttura in pensiero intellettuale e culturale fino all’accezione attuale, mi sorge un dubbio, forse insensato, forse fuori luogo, forse no: e se la disattenzione, se la mancanza di sensibilità e di capacità di percezione culturale che molte persone dimostrano nei confronti del paesaggio, nel senso proprio di rappresentazione intellettuale del mondo osservato, fosse dovuta – oltre a una generale e deprecabile mancanza di cultura al riguardo nei media contemporanei, tradizionali e virtuali – anche alla relativa mancanza di raffigurazioni altrettanto didattiche e illuminanti del paesaggio come quelle che l’arte ha saputo offrire fino a qualche tempo fa? Se, insomma, alla possibilità collettiva di osservare e capire bene il paesaggio mancasse il necessario “insegnamento” al riguardo da parte di un elemento così potente e suggestivo quale è l’arte? E se proprio da ciò, quale riprovevole ma inesorabile effetto collaterale, derivasse l’incapacità di capire la portata di certi danni arrecati in vario modo al paesaggio sia da parte di chi ne è fonte e sia di chi ne è osservatore?

Insomma: se ci fossero in circolazione ancora dei Corot, che essi dipingessero o impiegassero qualsiasi altro stile, tecnica, media, visuale o no, per raffigurare il mondo, sapremmo forse essere più sensibili e più attenti al paesaggio e alla sua cura? Sapremmo meglio percepire e comprendere la sua bellezza e il suo valore culturale? Sapremmo salvaguardarlo meglio di quanto facciamo?

P.S.: in verità l’arte contemporanea continua a rappresentare il mondo e i suoi paesaggi, e lo fa ovviamente utilizzando strumenti e linguaggi consoni al presente quando non già protesi al futuro. Di contro la produzione artistica contemporanea è meno immediata e più mediata rispetto a quella preavanguardistica: sicuramente abbisogna di un poco più di attenzione e riflessione – è il suo più prezioso scopo, d’altro canto – ma è inutile dire che, nella società di oggi, la riflessione, il pensiero e la pratica intellettuale sono doti quanto mai trascurate quando non vituperate, preferendo ad esse i “rimestii di pancia”. Il che in fondo si correla bene a quanto ho appena affermato, non a caso.

Il senso (woodyalleniano) della vita

Io non credo nella vita dopo la morte, e quindi, data la cupa visione che ho della condizione umana e della sua dolorosa assurdità, perché andare avanti? Alla fine, non sono stato in grado di trovare un motivo plausibile, e sono giunto alla conclusione che noi uomini siamo semplicemente programmati per resistere alla morte. Il sangue è più forte del cervello. Non c’è motivo logico per cui rimanere attaccati alla vita, ma chi se ne importa di quello che dice la testa. Il cuore dice: hai visto Lola in minigonna? Per quanto ci lamentiamo e insistiamo, a volte in modo del tutto persuasivo, che la vita è un incubo di lacrime e di sofferenza, se uno entrasse improvvisamente nella nostra stanza con un coltello e intenzioni omicide, reagiremmo subito. Lotteremmo con tutta la nostra energia per disarmarlo e sopravvivere. (Nel mio caso, scapperei.)

(Woody Allen, A proposito di niente. AutobiografiaLa Nave di Teseo, 2020, traduzione di Alberto Pezzotta, pag.21.)

La neve mirabile di Contencin

[Il Breithorn e la valle di Lauterbrunnen visti da sopra Wengen, Svizzera.]
Siamo ormai in inverno e di “artisti della neve”, se posso definire così quelli che hanno saputo ritratte soggetti e paesaggi invernali innevati con particolare suggestione, ce ne sono molti e alcuni risultano celeberrimi, inutile dirlo. Tra quelli forse meno noti (anche perché non faceva l’artista di mestiere) ma di grande fascino vi è il pittore francese Charles-Henri Contencin, tra i più capaci nel rendere per così dire “palpabile” l’atmosfera invernale dei paesaggi ritratti, tanto classici nello stile quanto intensi nell’impressione cromatica, nella raffigurazione dei giochi di luce e dei contrasti tra il biancore nevoso e gli altri elementi naturali o antropici, come si può ben vedere dalla minima ma significativa selezione di immagini che vi propongo qui. Ciò non a caso, dato che Contencin passò l’infanzia dai nonni nell’Oberland Bernese e fu poi un buon alpinista, socio di lungo corso del Club Alpino Francese, dunque la montagna in primis la conobbe e la visse concretamente, per poi poterla raffigurare così vividamente nelle sue opere: non dei capolavori rivoluzionari, senza dubbio – Contencin fu soprattutto un mirabile paesaggista classico che d’altro canto di professione faceva il responsabile delle strutture di ingegneria della SNCF, le ferrovie francesi – ma un artista che certamente, se bisogna pensare all’inverno e alla neve in arte, figura tra i primi nomi citabili, ecco.

[La Route de Saint-Gervais a Megève, Francia.]
[Tignes Les Boisses, Francia.]
[L’Aiguille de Varan vista dalla Valle del Montjoie, Savoia, Francia.]
[La Wengernalp in inverno guardando verso la Jungfrau, Oberland Bernese, Svizzera.]
P.S.: le immagini delle opere qui pubblicate sono tratte dal sito web della John Mitchell Fine Paintings, galleria d’arte di Londra specializzata nella pittura “alpina” e di paesaggio, sulle quali pubblica annualmente anche dei bellissimi cataloghi di opere.

P.S.#2: ringrazio molto Marina Morpurgo che, indirettamente, mi ha fornito lo spunto per questo post.

Lina Wertmüller

[Foto di Augusto De Luca, da www.flickr.com, CC BY-SA 2.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

Sa, io lavoro sempre. Scrivo. Qualche volta quello che metto su carta diventa un film, altre volte no. Però scrivo sempre. La chiave di tutto è il racconto.

[Da un’intervista a Maurizio Di Fazio di martedì 22 settembre 2015 su trovacinema.repubblica.it.]

Ecco, il racconto: che, quando fatto ad arte come Lina Wertmüller sapeva fare, illumina la realtà, indaga e scopre la verità delle cose, genera consapevolezza e riflessione, crea preziosa memoria. Gli italiani sono stati grandi maestri del racconto, ora temo lo siano meno o lo siano in un modo assai meno efficace di un tempo e, forse, più sterile. Per questo un’artista così capace di raccontare qualsiasi cosa come lei, libera, ribelle, ironica, sagace, vitale, anarchica nonché donna meravigliosa, all’Italia mancherà certamente molto.

Fore-Veermer!

Ora divento “mainstream” pure io e mi accodo a quelli che hanno riportato/riportano del doodle di Google di venerdì 12 novembre dedicato a Jan Veermer nel 389° anniversario della nascita (anche se in verità la data del giorno in cui venne al mondo non è conosciuta con precisione), ma d’altro canto Veermer è un artista di quelli che, ogni volta che me lo sono trovato davanti (ed è accaduto parecchie volte: al Rijksmuseum, alla Mauritshuis, alla National Gallery di Londra e alla National Gallery of Ireland eccetera) ne è scaturito un incontro meraviglioso e emozionante, ergo non posso che ringraziare Google per questo doodle e per quanto mi richiama alla memoria.

Veermer è uno dei massimi geni della luce e del colore, elementi magistralmente maneggiati con i quali trasforma scene apparentemente banali in trionfi di tecnica pittorica e potenza espressiva in grado di generare innumerevoli altri mondi percettivi dentro il “mondo artistico” racchiuso nei margini della tela, la cui visione illumina della stessa luce e colora degli stessi cromatismi lo sguardo, la mente e l’animo di chi la ammira. Sublime come pochi altri della sua epoca, ecco.

Personalmente, lo omaggio qui sotto, con un’opera forse meno celeberrima di altre ma che, per il soggetto ritratto, non posso che sentire affine: Il Geografo, del 1668-1669, conservata allo Städelsches Kunstinstitut di Francoforte. Insomma: foreve-ermer!

P.S.: date un occhio a essentialveermer.com, un sito web (in inglese) che contiene un’infinità di materiali su Veermer, la sua vita, le opere e il contesto nel quale egli visse e dipinse. Per i veermeriani incalliti c’è anche una newsletter – aperiodica ma sempre molto ricca, quando viene diffusa – alla quale potersi iscrivere per ricevere sempre nuovi input sul grande artista olandese.