Fucili di legno

Un reggimento di artiglieria della milizia di Stato fece domanda al Governatore per avere un certo numero di fucili di legno con i quali potersi esercitare. «Costano di meno», spiegarono, «di quelli veri.» «Non si dica che io sacrifico l’efficienza al risparmio», disse il Governatore. «Voi avrete dei fucili veri.» «Grazie, grazie», gridarono molto espansivi i soldati. «Ne avremo la massima cura, e in caso di guerra li riporteremo all’arsenale.

[Ambrose BierceFucili di legno, in Dizionario del diavolo – Favole avvelenate, Edizioni Falsopiano, 2019, pag.109.]

La legge degli uomini, Satana, Dio

[Satana] «Vorrei chiedere un unico favore» egli disse.
[Dio] «Dì pure.»
«Mi risulta che sta per essere creato l’uomo. Avrà bisogno di leggi.»
«Miserabile! Tu, destinato ad essere il suo avversario, tu, che dall’alba dell’eternità sei stato riempito d’odio per l’anima sua, tu chiedi il diritto di fargli le leggi?»
«Chiedo perdono; ciò che domando è che gli sia permesso di farsele da solo.»
E così fu ordinato.

(Ambrose BierceDizionario del diavolo, a cura di Giancarlo Buzzi, Baldini Castoldi Dalai, 2005. pag.159.)

La storia è un incubo

[Il villaggio di Yakovlivka, nell’Oblast di Kharkiv, 3 marzo 2022. Foto di Mvs.gov.ua, CC BY 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]

La storia, disse, è un incubo dal quale sto cercando di svegliarmi.

(James Joyce, Dedalus (Ritratto dell’artista da giovane), 1916, ripresa anche in Ulisse, 1922.)

Questa celebre frase di Joyce, valida come non mai in questi giorni drammatici ma in effetti, e purtroppo, di valore costante, mi viene di accostarla – cisto l’ambito onirico a cui simbolicamente si riferisce, e non solo per quello – a un’altra notissima locuzione, in origine il titolo di una celeberrima opera di Francisco Goya: «il sonno della ragione genera mostri». Un accostamento dal quale scaturisce l’immagine di una storia – umana, ovviamente – carente di ragione e popolata di mostri, dal cui incubo, come dice il protagonista del romanzo di Joyce, sarebbe veramente e definitivamente il caso di svegliarci. Invece, a quanto pare, continuiamo a dormire, generando senza sosta e inesorabilmente nuovi incubi. Già.

Il presente

Presente (s.m.). Parte dell’eternità che separa la sfera della delusione da quella della speranza.

(Ambrose BierceDizionario del diavolo, a cura di Giancarlo Buzzi, Baldini Castoldi Dalai, 2005. pag.142.)

Perdere il passaporto

Perdere il passaporto era l’ultima delle preoccupazioni; perdere un taccuino era una catastrofe. In vent’anni e più di viaggi ne ho persi soltanto due. Uno era scomparso su un autobus afgano. L’altro requisito dalla polizia segreta brasiliana che, con una certa perspicacia, credette di riconoscere in alcune righe che avevo scritto – a proposito delle ferite di un Cristo barocco – una descrizione in codice delle sue pratiche ai danni dei prigionieri politici.

Leggo su “tvsvizzera.it” una notizia dal titolo Il passaporto italiano meglio di quello svizzero (⇐ clic) che racconta dell’indice redatto annualmente dalla società di consulenza inglese Henley & Partners che, basandosi sui dati dell’Associazione internazionale dei trasporti aerei (IATA), stila la classifica dell’indice di “gradimento” geopolitico dei passaporti di tutti i Paesi del mondo, ovvero quelli che permettono di viaggiare senza avere un visto nel maggior numero di Stati del mondo.

La notizia è ottima per i viaggiatori italiani, visto che il passaporto emesso dall’Italia è il 3° più gradito al mondo, alla pari con quello della Finlandia, del Lussemburgo e della Spagna. Meglio fanno solo i passaporti di Singapore, Giappone (i migliori in assoluto), Germania e Corea del Sud.

D’altro canto, tale notizia mi ha subito riportato alla mente il celebre passaggio sopra riportato de Le vie dei canti (Adelphi, 1988) di Bruce Chatwin, il grande scrittore e viaggiatore inglese: perché disquisisce proprio intorno all’importanza effettiva del passaporto, per un viaggiatore, rispetto ad altre cose amministrativamente meno importanti ma molto più rispetto al concetto più autentico di viaggio, di esperienza relativa e di retaggio culturale (nonché spirituale) personale del viaggiatore. Il quale se perde un passaporto deve solo attivarsi verso le autorità preposte in loco per ottenerne un duplicato; se invece perde le annotazioni (che siano su taccuino, digitali o in qualsiasi altra forma) con le quali ha fissato nella mente il viaggio stesso e i luoghi che ne sono stati meta, salvo l’affidarsi alla propria buona memoria, è un po’ come se perdesse se stesso in quei luoghi, pur senza essersi formalmente smarrito e tornando a casa sano e salvo.