Morire non val la pena, costa troppo caro (Arno Camenisch dixit)

Per ora la montagna è seduta da brava dietro il paese come una nonnina, ma non voglio sapere ancora per quanto. Tuona, lui prende l’ombrello dal sacchetto di plastica. Anche il Benedict era convinto di poter contare sul buon Dio e voleva solo finire di tagliar l’erba attorno alla sua baita, quel mucchio di assi che se ne stava in mezzo al prato come un pacco sorpresa, e invece è arrivata la montagna. Mh, la osserva. Alla vita non scampiamo, dice lui, ma neanche morire val la pena, costa troppo caro.

(Arno Camenisch, La cura, Keller Editore, 2017, traduzione di Roberta Gado, pagg.69-70.)

D’altro canto è risaputo, che se si conta troppo sul “buon Dio” si finisce per morire prima… dunque non ne vale la pena, di contarci troppo: meglio vivere la vita il più a lungo possibile e nel migliore dei modi, no?
Peraltro così avrete tutto il tempo per cliccare sull’immagine di Camenisch qui sopra e leggere la personale recensione de La cura, eh!

Quando un orso fa l’orso e l’uomo fa l’uomo

Sono ormai passati un tot di giorni da quanto accaduto a KJ2 e dunque la gran maggioranza della cosiddetta “opinione pubblica” se ne sarà già dimenticata (attratta nel frattempo da mille altre polemiche che la “cara” nostra ItaGlietta sa produrre come nessun altro paese riesce a fare), però io in quei giorni stavo nel mio esilio vacanziero (quasi) dewebizzato e dunque posso dirne solo ora.

Ma faccio presto, tranquilli. Vorrei solo rimarcare qualcosa di cui sono convinto da tempo (con autorevoli riprove, peraltro) riguardo il ritorno dell’orso in molti territori alpini, ovvero di come tali programmi di reintroduzione siano palesemente sbagliati, o quanto meno estremamente superficiali. Insomma, non è possibile pensare che creature così intelligenti come gli orsi possano nuovamente convivere con esseri tanto crudeli e imbarbariti come gli umani senza che si generi alcun problema! Era palese che per i plantigradi alpini sarebbero sorte notevoli complicazioni, considerando l’evidenza storica che l’orso, quando fa l’orso, è perfettamente “naturale” ed ecologico in ciò mentre l’uomo, quando fa l’uomo, diventa spesso un elemento nocivo per l’ecologia e distruttivo per la Natura – la sua natura inclusa! E infatti puntualmente la barbarie umana non ha tardato granché a saltar fuori, insieme a tutta la sua drammatica illogicità, nel caso suddetto come lungo tutto il corso della storia – quella recente soprattutto, segno che la crudeltà e l’imbarbarimento umani non stanno affatto regredendo a livelli più… umani, anzi. Al pari dell’incapacità di interazione e dialogo con le altre creature che popolano il pianeta ovvero di autentica cultura ecologica, d’altronde!

Insomma: gli orsi reintrodotti (spendendo soldi pubblici) vengono uccisi (spendendo altri soldi pubblici) dacché colpevoli di fare gli orsi e dunque venendo giudicati “pericolosi”. E se si applicasse lo stesso principio (evidentemente del tutto “logico” per qualcuno) agli umani? Che ne risulterebbe?
Ecco, appunto.

E non ditemi che sostenga quanto sopra solo perché sarei un orso pure io, perché tanto non vi risponderei dacché è vero.

P.S.: cliccate sull’immagine per leggere un altro illuminante approfondimento al riguardo.

Che i giornalisti facciano ciò che vogliono, ma non i giornalisti! (Sergej Dovlatov dixit)

Nel giornalismo, ad ognuno è concesso fare una cosa, ma che sia una sola. In quella e solo in quella violare i principi della morale socialista. Per esempio a uno è concesso bere. Ad un altro fare il delinquente. Ad un terzo raccontare barzellette politiche. Ad un altro essere ebreo. Ad un altro non essere iscritto al partito o, per esempio, condurre una vita immorale. Eccetera. Ma ad ognuno, ripeto, è concessa una cosa sola. Non si può essere contemporaneamente ebreo e ubriacone, Delinquente e non iscritto al partito…

(Sergej DovlatovCompromessoSellerio Editore, Palermo, 1996, traduzione dal russo e cura di Laura Salmon, pag.140.)

Badate bene: Dovlatov fa riferimento alla sua esperienza di giornalista nella Tallinn sovietica di metà anni Settanta e lo fa con la sua celeberrima, pungente ironia. Ovvero, egli sottintende: ai giornalisti servitori (volenti o più spesso nolenti) dell’ideologia di regime era concessa una di quelle cose elencate, ma assolutamente non fare giornalismo, non raccontare la realtà dei fatti ai lettori dei giornali del tempo o agli spettatori dei canali TV di Stato, non ci provare nemmeno a fare autentica informazione. Allora sì, era concesso loro un qualche tipo di “sfogo” alla vita altrimenti rigidamente avviluppata nelle maglie del regime e ai suoi voleri asservita. Ma non fare i veri giornalisti, giammai.

Beh, almeno allora una “motivazione” – la bieca, coercitiva e opprimente morale socialista – per tale sorta di condizione professionale c’era. Oggi no, anzi. Eppure non mi pare che dalle nostre parti, nella sostanza, la situazione sia diversa dall’Estonia sovietica di allora – almeno non per quanto riguarda la qualità dell’”informazione” di tanta stampa e altrettanti media, se ancora tale termine sia corretto utilizzare.

P.S.: cliccate sull’immagine di Dovlatov per leggere la mia recensione a Compromesso.

Summer Rewind #10 – Cosa deve essere la letteratura? Una riflessione sul senso della scrittura e sul mestiere di scrittore, oggi.

(Una selezione “agostana”, dunque random ma non troppo, di alcuni dei più apprezzati articoli apparsi in passato dal blog. Questo, pubblicato in origine il 30 gennaio 2014.)

Sono da sempre convinto che chiunque scelga di proporre qualcosa di sua creazione ad un pubblico, piccolo o grande che sia – scrittore, artista, cineasta… – debba necessariamente, anzi, inevitabilmente farsi domande sul senso di quanto produce (e presenta). E non soltanto, ciò, riguardo una mera questione qualitativa, che poi non può non legarsi ad un discorso soprattutto commerciale, ma anche e soprattutto riguardo al valore culturale – in accezione generale – del suo lavoro.
Personalmente, proponendo io cose scritte, mi sono dunque ritrovato più volte a chiedermi cosa debba essere la letteratura, che valore, che funzione debba avere, oggi. E credo che una risposta del genere “deve far divertire chi legge” possa essere ovviamente accettabile e comprensibile ma assolutamente parziale – quantunque già il saper scrivere una storia che piaccia e diverta il lettore non è affatto cosa da poco, visto certe scempiaggini che si possono trovare sugli scaffali delle librerie, non-libri che, nel caso, possono divertite solo non-lettori!
Di recente, a farcire la personale riflessione, è giunta la lettura di questa affermazione del grande scrittore americano di science fiction Harlan Ellison:

Non so come vedete voi la mia missione di scrittore, ma per me non significa essere tenuto a riconfermare i vostri miti consolidati e i vostri pregiudizi provinciali. Il mio lavoro non è cullarvi con una falsa sensazione di bontà dell’universo. Questa meravigliosa e terribile occupazione che consiste nel ricreare il mondo in un altro modo, ogni volta nuovo e straniero, è un atto di guerriglia rivoluzionaria. Smuovo le acque. Vi do fastidio. Vi faccio colare il naso e lacrimare gli occhi.

(Da Terrori mortali, introduzione a Idrogeno e idiozia, traduzione di Umberto Rossi, postfazione di Valerio Evangelisti, collana AvantPop n.7, Fanucci Editore, 1999.)

Immediatamente, dopo aver letto queste parole, mi è tornata in mente un’altra citazione, che ricordavo legata ad una questione artistica ma che, a ben vedere, è assolutamente adatta anche all’ambito letterario qui in dissertazione:

L’arte o è plagio o è rivoluzione.

E’ di Paul Gauguin, il fondamentale pittore francese… Eppoi ne ho ricordato un’altra ancora, a sua volta validissima qui, questa volta proveniente dal cinema ovvero dal celebre regista russo Andrej Arsen’evič Tarkovskij:

L’arte si rivolge a tutti nella speranza di essere, prima di tutto, sentita, di suscitare uno sconvolgimento emotivo.

Insomma: punti di vista che in qualche modo supportano un’ottima risposta, io credo, alla suddetta domanda sul senso della letteratura, la quale sono convinto si leghi pure a doppio filo alla questione relativa alla bontà della produzione letteraria contemporanea, soprattutto nostrana ma non solo, che ho già trattato qui nel blog.
L’opera letteraria, infatti, non può limitarsi al mero intrattenimento – non deve farlo, perché nel caso verrebbe meno al proprio primario scopo culturale, o meglio socioculturale, ma deve invece riconoscersi il diritto/dovere di smuovere il pensiero, la coscienza, l’animo e lo spirito del lettore. Suo massimo risultato deve essere il saper raggiungere il più ampio pubblico possibile e, al contempo, di suscitare emozioni nel maggior numero di lettori, proprio come dice Tarkovskij – e si intende buone emozioni, quelle che restano nella mente e nell’animo e divengono energia per il pensiero, nuova consapevolezza, ampliamento, per così dire, della nostra visione e comprensione del mondo e della realtà.
L’opera letteraria di valore deve saper rivoluzionare la letteratura stessa dalla quale scaturisce, anche in minimissima parte – o deve quanto meno tentare di farlo. E’ ovvio che non tutti i libri editi possono essere dei capolavori, delle pietre miliari al punto da influenzare la produzione letteraria successiva, ma ogni singolo libro deve provare a proporre qualcosa di nuovo: nella storia, nei temi, nello stile, nel linguaggio… – in qualsiasi cosa faccia parte di esso e lo componga. Se ciò non accade, facilmente ha ragione Gauguin: si finisce per scopiazzare cose già fatte, molto probabilmente deprimendone il valore originario (come succede quasi sempre quando si imita qualcosa). Non solo, il risultato generale è anche peggiore: una massa di opere edite che si accontentano di riproporre quanto già fatto/scritto in passato non otterrà altro che una sostanziale involuzione del panorama letterario del quale fanno parte – una eventualità forse già in accadimento, dalle nostre parti.
Sia chiaro: non sto nemmeno affermando che ogni libro edito debba essere avanguardia pura o sperimentazione esasperata, e d’altro canto è cosa inevitabile che, in presenza di un libro di valore e di successo, molti altri tentino di riprodurne le sue migliori peculiarità: ma se ciò avviene perseguendo un primario fine letterario, ciò alla lunga probabilmente continuerà il processo evolutivo generale; se invece avviene per meri fini commerciali, sfruttando lo stile e la “moda” di un certo testo per produrne innumerevoli altri, quasi sicuramente ci si infilerà in un vicolo cieco dal quale uscirne risulterà a dir poco improbabile. Ribadisco: non si pretendono rivoluzioni letterarie epocali, ma quanto meno il tentativo di proporre qualcosa di nuovo, o almeno di non ordinario, non la solita minestra cotta e ricotta solo perché vende – ma che alla lunga ingozza il lettore, che di sorbirne ancora non ne vorrà più sapere.
C’è da tornare al senso stesso del mestiere di scrittore, in fondo, proprio come afferma Ellison: bisogna essere guerriglieri rivoluzionari della parola scritta, della realtà descritta e poi dal lettore letta, dunque della sua (e di noi tutti) realtà, quella effettiva. E ciò non significa stupire con effetti speciali, con narrazioni iperboliche ed eccessive: non si deve cercare il sensazionalismo – per carità, mica che pure la letteratura finisca per accodarsi all’idiozia sensazionalistica della TV e dei media generalisti! (visto che, ahinoi, già più volte è accaduto!) – si deve cercare il senso, l’essenza della realtà (pure se si scrive le storie più fantastiche che si possano immaginare) che quasi sempre è qualcosa di assolutamente rivoluzionario e sconvolgente per il solo fatto che, con uguale frequenza, ci viene tenuta nascosta, per come altrimenti da’ fastidio.
Lo scrittore è – o deve essere – colui in grado di immergersi nel corpo della realtà e delle sue cose fino a raggiungere il nucleo centrale di esse, di aprircelo, di squarciarcelo e di mettercelo davanti agli occhi e all’animo con le sue parole. Anche – lo ripeto ancora – anche quando scrive una storia leggera e divertente. La questione non è ciò che si scrive, ma come lo si scrive e perché lo si scrive: il senso dell’opera letteraria è strettamente legato al senso del lavoro di scrittura da cui è scaturita e dunque – non può essere altrimenti – al senso dell’attività letteraria che l’autore si è prefisso di perseguire e portare avanti.
Ecco, per me questa è letteratura, questo significa l’essere scrittori, ciò deve essere affinché un libro non sia paragonabile ne più ne meno a un videogioco, a un talk show televisivo o a una partita di calcio – si intendano queste cose per come vengono proposte oggi, in un modo ormai totalmente avulso dal loro senso e scopo originario e, sempre più spesso, per altri fini alquanto opinabili. Il libro è l’oggetto culturale per eccellenza, non mi stancherò mai di denotarlo: in quanto tale, se rinuncia a trasmettere buona cultura, ovvero a sollecitare il pensiero – a smuoverlo, a sconvolgerlo, a rivoluzionarlo, appunto – se perde questo suo senso fondamentale, insomma, beh, non diviene altro che una scatola vuota. E di scatole vuote in forma di libri (o presunti tali, libroidi per dirla con Gian Arturo Ferrari) le librerie già traboccano: è un caso, secondo voi, che pur con tutti ‘sti libri in circolazione, spesso esaltati come “capolavori” dai loro editori, di gente che legge ce ne sia sempre meno?
Per me no, ovvio.

(In testa al post: particolare da René Magritte, La battaglia delle Argonne, 1959, olio su tela cm.50×61)

Summer Rewind #9 – Come inutili soprammobili. Gli assessorati alla cultura, qualcosa di cui la politica sembra spesso farebbe anche a meno

(Una selezione “agostana”, dunque random ma non troppo, di alcuni dei più apprezzati articoli apparsi in passato dal blog. Questo, pubblicato in origine il 14 agosto 2015.)

factotum3_10-09Non c’è ovviamente bisogno di rimarcare in quale stato versi la cultura (e la sua cura) nel nostro paese – non sarebbe nemmeno nato Cultora se non fossimo così messi male, d’altronde! Ugualmente, non c’è bisogno di ricercare esempi concreti che dimostrino tale situazione, per quanti innumerevoli ve ne siano. Alcune evidenze tuttavia, magari meno lampanti ma nella sostanza più emblematiche, forse palesano meglio di tante altre come l’incuria della cultura in Italia sia una cosa che mi viene da definire strategica – ma io penso sempre male… – ovvero, se preferite, paradossalmente legata a una cronica incapacità di comprendere l’importanza dell’elemento culturale nella formazione e nell’andamento quotidiano di una buona ed equilibrata società civile.
Una di esse, ad esempio, è la questione degli assessorati alla cultura e delle relative nomine, che si è ben svelata in occasione delle ultime elezioni regionali dello scorso maggio. Uno sguardo a quanto è stato deciso nel merito dalle sette regioni andate al voto è infatti parecchio indicativo di come dalle nostre parti l’ambito culturale – fondamentale, non mi stancherò mai di dirlo, per poterci definire civiltà nel senso migliore del termine – sia considerato dalla “politica” (o da quanto in Italia viene definito come tale) qualcosa di secondario, di trascurabile se non – a volte pare proprio – di fastidioso, qualcosa con cui tocca avere a che fare ma non si sa bene come maneggiare, come un soprammobile ereditato che tocca mettere da qualche parte in casa perché nasconderlo è brutto e dunque alla fine lo si mette sullo scaffale più in alto e più nascosto, e se si riempie di polvere amen. Invece, l’assessorato alla cultura è (dovrebbe essere) uno di quelli principali per qualsiasi amministrazione pubblica: primo perché siamo in Italia, paese culla di grande parte della cultura mondiale ed europea in particolare; secondo, perché paese avente la fortuna di possedere uno dei più ricchi patrimoni culturali (in senso generale, dunque artistici, architettonici, storici, archeologici, tematici, eccetera), terzo perché, appunto, la cultura è conoscenza imprescindibile per chiunque voglia definirsi buon cittadino e persona intellettualmente attiva, quarto – ultimo ma niente affatto ultimo! – perché a differenza di certe opinioni rilasciate guarda caso proprio da importanti esponenti di governi passati, la cultura e l’economia derivante renderebbe l’Italia un paese ben più florido e benestante di quanto sia. E scusate se è poco! Per tutto ciò, un valido assessore alla cultura, a mio modo di vedere, dovrebbe essere un personaggio proveniente proprio dall’ambito culturale, possibilmente con specializzazione accademica relativa (non necessaria ma utile), dotato di ampia esperienza o di comprovate capacità organizzative, in grado di comprendere la materia e di maneggiarla in modo consono e magari niente affatto legato all’ambiente politico-partitico, visto che la cultura non è certo cosa di destra o di sinistra, affine a intrallazzi di potere e/o a maneggiamenti di sorta ed altro del genere.
Dunque, le sette regioni andate al voto, dicevo – precisando da subito che, ovviamente, non mi permetterò di entrare nel merito delle capacità degli assessori nominati. La Toscana è tra le poche regioni ad avere scelto un assessore “concorde” pescandolo dal mondo universitario, conferendogli anche la delega per ricerca e università. E ci sta. Idem per le Marche, il cui assessorato alla cultura si occupa anche di turismo, valorizzazione dei beni culturali, promozione e organizzazione delle attività culturali, musei, biblioteche, grandi eventi e spettacoli. Parecchia roba, non c’è che dire, ma almeno abbastanza uniforme. La contigua Umbria, invece, ha un assessorato (e relativo assessore) che si dovrà occupare al contempo di cultura, agricoltura, ambiente e grandi manifestazioni. Giudicate da voi! Anche la Liguria ha un dicastero piuttosto multiforme, con deleghe, oltre che alla cultura, a comunicazione, sport e politiche giovanili – ambiti apparentemente affini ma sotto diversi aspetti antitetici, a ben pensarci. In Veneto la nomina dell’assessore alla cultura è stata invece puramente politica ovvero di campo, per un dicastero che si deve occupare di (udite udite) territorio, cultura, sicurezza, pianificazione territoriale e urbanistica, beni ambientali, culturali e tutela del paesaggio, parchi e aree protette, polizia locale, spettacolo, sport, edilizia sportiva, identità veneta. Mancano i viaggi spaziali, e poi c’è tutto! Anche la nuova amministrazione regionale della Puglia ha attuato una scelta meramente politica, ma per deleghe quanto meno limitate e consone: industria culturale e turismo. Infine la Campania, regione nella quale ufficialmente nemmeno esiste un “assessorato alla cultura” (si veda il sito istituzionale) e nella cui giunta le deleghe relative sono state trattenute direttamente dal presidente del consiglio regionale: nulla di male, sia chiaro, tuttavia non si può non denotare che in tal modo, oltre a dover fare il presidente, lo stesso deve far fronte alle deleghe a trasporti, agricoltura e sanità. Ammonticchiare di ambiti totalmente avulsi l’uno dall’altro che, una volta ancora, lascia parecchio perplessi.
Ribadisco, per concludere: non si vuole affatto mettere in dubbio le capacità e le valenze di assessorati e assessori, ne tanto meno la liceità delle decisione prese dalle varie amministrazioni regionali. I dubbi però montano e permangono assai forti di fronte a una situazione del genere, in molti casi così paradossale per un paese come l’Italia e per lo stato del suo ambito culturale. Il quale avrebbe decisamente bisogno di una immediata e netta inversione di tendenza, per non decadere sempre più in una condizione di letale abbandono e semmai per diventare finalmente uno degli elementi economici fondamentali per la tanto citata e agognata crescita del PIL nazionale. Ma, al momento, questo nostro incredibile e preziosissimo tesoro lo crediamo ancora un fastidioso soprammobile, al quale magari, visto che nemmeno lo ripuliamo dalla polvere, ci mettiamo pure davanti una pianta, così che ancora meno lo si possa notare!

P.S.: nell’immagine in testa al post, Factotum (2009), scultura di Jud Turner.

P.S.#2: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.