Servizi di base, giovani, nuovi residenti, economie locali, fiscalità, governance territoriale: proposte chiare e concrete per rimettere le montagne al centro del paese

Le aree montane non sono una semplice periferia, ma una leva strategica per il futuro del Paese. Lo mette in chiaro da subito il documento “Sviluppo sostenibile per le regioni montane: dalla marginalità alla centralità”, pubblicato l’11 maggio scorso dal sottogruppo di lavoro “Montagna e Aree interne” dell’ASviS, l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile. È uno dei migliori position paper pubblicati negli ultimi tempi in tema di sviluppo autentico, e autenticamente sostenibile, per le montagne italiane, per come sappia mettere in fila i principali elementi che caratterizzano il tema analizzando il quadro normativo nazionale e le disuguaglianze territoriali, per poi approfondire il necessario cambio di paradigma, il ruolo dei servizi ecosistemici, le opportunità offerte dalla Nature Restoration Law e, infine, evidenziando le criticità delle politiche di coesione per avanzare proposte concrete, fattive, operative per il rilancio delle aree montane. Lo potete scaricare in formato pdf qui.

In un contesto globale segnato da crisi climatica, disuguaglianze crescenti e ritardi nell’attuazione dell’Agenda 2030, le montagne assumono un ruolo cruciale. Coprono circa un quarto delle terre emerse e garantiscono servizi essenziali come acqua, biodiversità e risorse naturali, da cui dipendono miliardi di persone. Eppure, questi territori continuano a soffrire di spopolamento, carenza di servizi e frammentazione delle politiche pubbliche.

Il documento di ASviS evidenzia come, nonostante l’impegno delle Nazioni Unite e dell’Unione europea, le strategie attuali risultino spesso disallineate e poco efficaci a livello territoriale. Anche in Italia, il nuovo quadro normativo – dalla legge 131/2025, la recente “Legge sulla Montagna”,  alla Strategia per la Montagna Italiana – presenta criticità legate alla governance, alla classificazione dei comuni montani e alla frammentazione delle risorse.

Risulta sempre più indispensabile riconoscere il valore dei Servizi Ecosistemici forniti dalle aree montane, introducendo strumenti di compensazione e modelli di sviluppo capaci di integrare ambiente, economia e coesione sociale. Si tratta di passare da una logica assistenziale a una strategia abilitante, che valorizzi il capitale naturale e sostenga le comunità locali. Questo significa anche stabilire un patto di mutua responsabilità tra i territori e le popolazioni (la montagna) che forniscono questi servizi, e coloro che ne beneficiano (le città e la pianura). Questo patto, di matrice pienamente metromontana, è essenziale per garantire la continuazione della fornitura dei Servizi Ecosistemici vitali di cui le città beneficiano (es. acqua pulita) e, al contempo, per sostenere le comunità montane a mantenere vive le loro terre e ottenere servizi adeguati.

Ma ve ne sono molte altre di priorità da realizzare al più presto: contrastare lo spopolamento attraverso politiche per i giovani e i nuovi residenti, rafforzare e garantire i servizi essenziali e la connettività digitale, promuovere la formazione e l’istruzione in loco, garantire una fiscalità di vantaggio a chi voglia vivere e lavorare in quota, sostenere le filiere produttive locali e promuovere modelli di governance territoriale più integrati e partecipativi.

Il documento di ASviS richiama inoltre l’urgenza di coordinare le diverse strategie esistenti – dalla Strategia nazionale per le aree interne alle Green Communities – superando il cosiddetto “paradosso strategico”: la proliferazione di piani che faticano a tradursi in azioni concrete.

In questa prospettiva, il principio di equità territoriale emerge come chiave di lettura trasversale: garantire pari accesso a servizi, opportunità e investimenti indipendentemente dalla collocazione geografica significa riconoscere alle aree montane non solo specificità e fragilità, ma anche un ruolo strutturale nell’equilibrio complessivo del Paese. È su questa base che il documento propone di riorientare politiche e risorse, superando logiche frammentarie e costruendo un modello di sviluppo realmente inclusivo e sostenibile.

[Un “Quarto Stato delle montagne”, immaginato con l’aiuto di Google Gemini AI.]
È fondamentale attuare finalmente un cambio di paradigma: la montagna deve passare da una condizione di marginalità ad una di centralità strategica, ancor più in forza della crisi climatica in corso e della realtà in divenire. Questo cambio di paradigma implica lo sviluppo di una nuova economia montana integrata, che non si limiti alla sola vocazione turistica, ma valorizzi tutte le sue risorse e specificità. Si tratta di riconoscere il valore non solo intrinseco, ma anche funzionale dei territori montani per l’intera collettività.

Insomma: il documento di ASviS contiene numerose e valide proposte per rimettere al centro del paese le sue/nostre montagne. Sapranno la politica e gli enti pubblici, i portatori d’interesse istituzionali, i grandi soggetti economici, i loro partner strategici e chiunque abbia facoltà di decisione e intervento sui nostri territori montani dare corso a tali proposte e alle numerose altre con le quali da tempo si invoca quel fondamentale cambio di paradigma? Oppure di nuovo tutto quanto scivolerà, tra tante belle parole, suggestivi slogan e seducenti promesse diffuse ad hoc da qualche media compiacente, nel solito dimenticatoio?

Contro la nuova legge sulla caccia

Ieri, mercoledì 17 giugno, il Senato italiano ha ripreso l’esame del Ddl 1552, il controverso disegno di legge sulla caccia che da settimane sta alimentando uno scontro sempre più acceso tra il Governo e il mondo ambientalista. Un Ddl con il quale si intende stravolgere le regole sulla caccia: più mesi per sparare, aumento delle specie cacciabili, meno aree protette, fucili anche in spiaggia e nei boschi, migliaia di uccelli catturati rinchiusi a vita in gabbia, meno libertà di vivere in natura. È senza alcun dubbio una legge pericolosa che mette a rischio animali già vulnerabili e trasforma la natura in un campo di tiro, oltre che essere anticostituzionale e contraria a numerose leggi nazionali e europee.

Contro la legge si stanno mobilitando larga parte della società civile, le associazioni di tutela ambientale nonché il mondo della scienza: dieci organizzazioni scientifiche hanno sottoscritto una lettera alle più alte cariche dello Stato denunciando i rischi che la riforma comporta per la biodiversità, il rispetto del diritto europeo e il ruolo della scienza nei processi decisionali. Secondo i firmatari, il provvedimento rappresenta un grave arretramento del sistema di tutela della fauna costruito negli ultimi trent’anni e, come ho accennato, rischia di compromettere principi fondamentali sanciti dalla Costituzione, dalle normative europee e dalle evidenze scientifiche oggi disponibili.

Io, che non sono mai stato contro la caccia regolamentata con sensatezza ma che non posso non essere radicalmente contrario a una legge così spaventosa e incurante della più elementare tutela della Natura – del cui ambiente facciamo parte anche noi, evidentemente i nostri governanti se lo sono scordato – a fronte di un tale Disegno di legge mi chiedo: ma come si può essere così scriteriati? Come si può manifestare così tanta incuria, insensibilità, menefreghismo, meschinità verso l’ambiente naturale? E a che pro, poi? Per la “lobby” dei cacciatori (una pratica che nel giro di qualche anno si estinguerà)? Per quella delle fabbriche di armi e munizioni? O solo per mere ragioni ideologiche e strumentali?

E, sia chiarissimo, personalmente non ne faccio per nulla una questione politica di parte. Perché se è chiaro che l’attuale Governo, con i suoi sodali, ha palesemente da tempo l’obiettivo di smontare il più possibile le tutele ambientali in vigore, dall’altra parte non ho sentito così spesso dichiarazioni di segno differente e, soprattutto, azioni concrete per garantire e accrescere quelle tutele. Anzi.

D’altro canto sono fermamente convinto che, come l’ambiente naturale è un patrimonio inestimabile di tutti e fondamentale per la vita di chiunque, in primis tutti noi come persone e cittadini abbiamo il diritto e il dovere di schierarci a difesa della nostra Natura e di fare massa critica al fine di influenzare qualsivoglia parte politica in tal senso, contrastando e fermando provvedimenti così scriteriati e pericolosi.

Non è una questione di questo o quel Governo, dell’una o dell’altra parte politica ma, soprattutto, è una questione di coscienza civica, di intelligenza, di rispetto verso il mondo in cui viviamo, di dimostrarci veramente Sapiens. Di umanissimo buon senso, insomma.

Per approfondire (tra i tanti siti che lo consentono):

Il caso studio di Courmayeur, località sempre più “alle stelle” per i turisti e “alle stalle” per gli abitanti

[Courmayeur e il versante italiano del Monte Bianco. Foto di Hagai Agmon-Snir, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Come riporta “Il Sole 24 Ore” in un articolo dell’8 giugno, Courmayeur spicca nell’ambito dell’ultimo Market Report sull’immobiliare di lusso realizzato da Engel & Völkers Italia in collaborazione e con il supporto scientifico di Nomisma. Per la nota località valdostana ai piedi del Monte Bianco il report riferisce

«di un mercato in forte crescita trainato dalla domanda verso il nuovo o il ristrutturato al nuovo, che tuttavia deve confrontarsi con una disponibilità di immobili in calo. I prezzi oscillano, così, tra i 10mila e i 15mila euro al metro quadro per il segmento di pregio e tra i 15mila e i 20mila per quello di lusso. Inoltre, la domanda proviene per il 90% da italiani, prevalentemente tra i 45 e i 54 anni. Nell’80% dei casi di tratta di compravendite legate alla seconda casa, per il 15% relative alla prima casa e per il restante 5% come investimento.»

Dunque si può parlare di un gran successo per Courmayeur, di un luogo pienamente vitale e attrattivo in forza della sua prestigiosa immagine turistica?

[Vista di Courmayeur dalla località Plan Chécrouit. Foto di Hagai Agmon-Snir, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
No, niente affatto. Anzi: Courmayeur è un comune in lento, costante declino: un centro abitato che demograficamente, socialmente, civicamente sta deperendo, rappresentando in ciò un emblematico caso di studio da analizzare e approfondire attentamente.

Come ho rimarcato nel corso del mio intervento nella conferenza “La montagna del futuro: abitare il cambiamento” svoltasi lo scorso 23 maggio ad Aosta, Courmayeur è la località turistica/sciistica valdostana che, a fronte della propria notevole fama, presenta dati demografici tra i peggiori di tutta la regione:

Come si evince dai grafici, Courmayeur da quasi vent’anni perde abitanti: al 28/02/2026 erano 2.493, dunque dal 2007 ne ha persi circa 500, più del 16%, e i cancellati dall’anagrafe comunale nel periodo sono stati sempre di quelli che vi si sono iscritti. In buona sostanza le persone se ne stanno andando dal comune, e se non fosse per gli iscritti dall’estero – probabilmente lavoratori del settore turistico – la perdita di abitanti sarebbe ancora più rilevante.

Tutto ciò si riflette chiaramente negli indici di struttura della demografia locale: la popolazione sta rapidamente invecchiando e pesa sempre di più sulla parte economicamente attiva che a sua volta è parecchio anziana; è evidente che Courmayeur non sa “attrarre” nuovi abitanti e lavoratori giovani che possano/vogliano stabilirvisi, non a caso pure l’indice di natalità per 1.000 abitanti è estremamente basso:

Sono dati che certificano una comunità in declino e una realtà di svigorimento demografico e sociale, peraltro confermata dalle testimonianze dirette di locali che mi hanno raccontato di persone e lavoratori “espulsi” dal centro di Courmayeur per i prezzi degli alloggi e il costo della vita sempre più alti, costretti a cercare casa più a valle, spesso a parecchi chilometri di distanza, in centri meno turistificati e dunque economicamente più abbordabili.

Posta tale realtà di fatto, quindi dove “spicca” veramente Courmayeur? Con quale sua prerogativa?

Be’, i dati demografici ad oggi forniscono a queste domande una risposta chiara: il paese si sta “resortizzando”, sta diventando un grande residence turistico per persone benestanti e viepiù privo di abitanti, se non quelli direttamente legati alla filiera del turismo. Un centro “abitato” solo parzialmente e periodicamente che potrebbe perdere la valenza di “paese”, di luogo abitato, vissuto, dotato di una propria anima elaborata dalla relazione culturale dei suoi abitanti, per diventare un meraviglioso, costosissimo, celebratissimo non luogo, esclusivamente legato alle dinamiche turistiche e dell’economia conseguente: oggi “di successo” in forza di condizioni e circostanze favorevoli, domani chissà.

[La Skyway Monte Bianco. Immagine tratta da www.facebook.com/skywaymontebianco.]
Ecco perché ritengo Courmayeur un interessantissimo caso di studio tra le località più turistificate delle Alpi, da indagare a fondo: è una località che si sta elevando sempre di più nell’olimpio turistico internazionale e con ciò sembra non rendersi conto che più si eleverà, da più in alto rischierà di precipitare e “schiantarsi”, con danni conseguentemente maggiori per sé stessa, il proprio territori e per la comunità locale. O per ciò che ne resterà, di questo passo.

N.B.: occorre ricordare che a Courmayeur nel 2015 è stata pure realizzata quella che si può considerare la principale attrazione turistica della Valle d’Aosta, la “Skyway Monte Bianco”, costata ben 138 milioni di Euro – fondi pubblici della Regione Valle d’Aosta. Un’attrazione importante e rinomata (nonché costosissima) che a quanto pare non ha fatto per nulla bene al luogo e alla sua comunità. I cui abitanti infatti se ne vanno via, nonostante la spettacolare funivia e il viavai di turisti che l’affollano di continuo.

La transizione ecologica del pensiero

[Foto di Thomas Richter su Unsplash.]
Di frequente, a constatare la realtà in divenire della crisi climatica in corso, i suoi effetti sempre più pesanti e di contro l’apparente (in)sensibilità dell’opinione pubblica al riguardo, viene da temere che stiamo soltanto attendendo apaticamente la catastrofe finale senza sapere che fare ovvero convinti che «tanto cosa ci posso fare, io?» In realtà, questa percezione è molto alimentata dai vuoti e stupidi battibecchi propagandistici della politica intorno a certe questioni molto strumentalizzate, dunque del tutto travisate, e dai media mainstream compiacenti ad essa.

Di contro, mentre quelli perdono tempo a blaterare sul nulla, la transizione ecologica è in atto e continua a rafforzarsi, anche in un paese sempre così lento, arretrato, inerte come l’Italia: se certa grande industria continua a fregarsene bellamente per difendere le proprie posizioni economiche, molta altra ha capito perfettamente che il futuro è altrove e vi si sta muovendo. Tutto ciò lo si evince da alcuni grafici emblematici:

Poi, certo, le cose potrebbero (e dovrebbero) andare ancora meglio, dato che l’Italia è in evidente ritardo rispetto al raggiungimento dei target europei di emissioni fissati al -55% entro il 2030:

Manca il 35,5% dello sforzo complessivo, che deve essere concentrato in un arco di tempo molto ristretto (4 anni e mezzo, in pratica, quando il 64,5% del target nazionale è stato conseguito in 35 anni, visto che l’anno di riferimento base è il 1990), richiedendo una drastica accelerazione nell’installazione di nuovi impianti rinnovabili e nell’elettrificazione dei trasporti.

Posto ciò, bisogna pure rimarcare che con tale realtà di fatto non significa che stiamo risolvendo la crisi climatica. Come rilevano gli scienziati, il clima è un sistema complesso le cui variazioni impiegano tempo per manifestarsi, e molto probabilmente l’umanità avrebbe dovuto attivare la transizione ecologica, e più in generale ogni azione efficace alla salvaguardia climatica, qualche decennio fa, quando già la scienza metteva in guardia rispetto a ciò che stava accadendo. Di contro, vista la realtà delle cose, è indispensabile sostenere e portare ancor più a compimento la transizione in atto, ciascuno per come può (e deve) fare a partire dalle più piccole azioni quotidiane e dalla relativa consapevolezza culturale alla base.

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Se negazionisti e minimalisti climatici sono soltanto una piccola categoria di perdenti da emarginare definitivamente (anzi, siamo in ritardo pure qui), anche l’atteggiamento di pessimisti e catastrofisti – che pur qualche ragione ce l’hanno – risulta non solo nocivo ma parimenti sbagliato. Con consapevolezza autentica e impegno diffusi – a livello tanto individuale quanto globale – possiamo contrastare efficacemente la crisi climatica e salvaguardare l’ambiente nel quale viviamo (e che ci fa vivere, peraltro). Subiremo inesorabilmente, per qualche tempo, le conseguenze dal cambiamento climatico ma sapremo andarvi oltre e garantire a noi e a chi verrà dopo di noi – e a ogni altro organismo vivente con il quale condividiamo il pianeta – un mondo ancora bello da abitare e nel quale essere felici di vivere.

(Be’, guerre a parte, che qualche ennesimo capo di stato criminale scatenerà sicuramente. Ma è un altro problema, questo. Purtroppo.)

 

«Non cieca opposizione al progresso ma opposizione al progresso cieco»

In molti, troppi luoghi montani ci sono persone, tra le quali purtroppo si annoverano numerosi politici, che al termine “sviluppo” associano immediatamente “ruspe”. E a seguire ogni altra cosa che possa indicare tornaconti e vantaggi particolari, invece di associare a “sviluppo” il termine “comunità”, e a seguire “luoghi”, “paesaggi”, “ambiente naturale”, “beni comuni”.

Che accada per superficialità, leggerezza, incompetenza, ignoranza o per mera scelleratezza, o che in ciò non vi sia nulla di formalmente illegittimo, la sostanza che ne deriva è un costante, irrefrenabile sfruttamento dei territori montani ancora intatti, spesso con autentiche devastazioni di ambienti naturali peculiari e identitari per quei territori, considerati né più né meno come spazi vuoti da riempire e mettere a valore (questa è la loro “valorizzazione”) per applicarvi un prezzo di vendita (uno skipass, ad esempio) e trarne una rendita.

Tutto ciò senza porsi limiti, senza farsi domande, senza porsi dubbi sulla legittimità politica, civica, culturale di tali interventi, come fossero la manifestazione di una verità assoluta che fa di un patrimonio collettivo e dei suoi beni comuni un ambito sostanzialmente privatizzato da sfruttare a piacimento – visto come quasi sempre tali opere commissionate da enti pubblici producano vantaggi soprattutto a soggetti privati.

È un assalto ormai costante, tambureggiante, apparentemente irrefrenabile. Già, perché solo la sensibilità diffusa derivante dal nostro senso civico di cittadini, persone, donne e uomini sinceramente appassionati di montagne può contrastare quell’assalto e impedirlo, come molti vicende hanno dimostrato. Forse dobbiamo solo fermarci un attimo e riflettere su ciò che vediamo e constatiamo, capendo che cose del genere sono sempre “affare nostro”, ci coinvolgono sempre e comunque perché toccano e consumano un nostro patrimonio collettivo e perché ogni indifferenza al riguardo è uno stimolo in più regalato a quei soggetti per perpetrare il loro assalto e la devastazione alle montagne. Fermarci un attimo, osservare, comprendere, riflettere. E agire non con «cieca opposizione al progresso ma in opposizione al progresso cieco» come disse già un secolo fa John Muir. Senza più remore, se queste nostre montagne le vogliamo salvare da un degrado altrimenti inevitabile e, forse, irreversibile.