Anche a Brescia da domani si vedrà bene il Vallone delle Cime Bianche in tutta la sua bellezza!

[Veduta del Vallone delle Cime Bianche. Immagine tratta da https://www.facebook.com/varasc.%5D
Mi rende sempre felice leggere di nuove serate dedicate al Vallone delle Cime Bianche, l’«ultimo vallone selvaggio» delle Alpi valdostane, e alla battaglia in sua difesa rispetto ai progetti funiviari e sciistici che lo devasterebbero, degradando un luogo tra i più straordinari delle Alpi occidentali assoggettandolo al business dell’industria dello sci – come se già non ce ne fossero a sufficienza di grandi comprensori sciistici a fronte di un mercato che da anni è considerato “maturo” e non cresce, mentre aumenta sempre più la richiesta dei vacanzieri montani di un turismo lento e sostenibile grazie al quale godere ben più profondamente della bellezza alpina e di luoghi più unici che rari come il Vallone.

Questa volta saranno gli amici del CAI di Brescia a poter scoprire e conoscere il mirabile fascino alpestre del Vallone delle Cime Bianche e ad approfondire le informazioni sul pericolo che sta correndo, grazie ai cari amici Annamaria Gremmo, Marco Soggetto e Francesco Sisti, infaticabili promotori del comitato “Insieme per Cime Bianche” e fautori del progetto fotografico indipendente “L’Ultimo Vallone Selvaggio. In difesa delle Cime Bianche” dal quale è nata la battaglia in corso.

L’ingresso e la partecipazione saranno, come sempre, liberi e assolutamente gratuiti. Nonché importantissimi, aggiungo.

Si tratterà della ventisettesima serata del progetto: tante, ma in realtà ancora poche, perché il Vallone delle Cime Bianche merita la conoscenza più ampia e diffusa nonché l’appoggio alla sua difesa di sempre più amici della montagna. Dunque, cento e più ancora di queste serate, e lunga vita al Vallone!

Per contribuire sempre e comunque alla difesa del Vallone:

Soprattutto le Alpi hanno bisogno di rispetto

[Foto di Mihály Köles su Unsplash.]

Contrariamente a quanto si pensi e sembra per la loro altezza, estensione e imponenza, le Alpi sono un territorio fragile, continuamente assediato dalle pianure circostanti per carpirne le ricchezze. Le Alpi hanno da secoli subito la rapina di legname, minerali, acqua, energia, sono state solcate da strade, ferrovie, funivie, gallerie, gasdotti, elettrodotti, sono state invase da stazioni turistiche che riproducono il peggio delle città, e da un turismo fracassone e inquinante.
Ora hanno bisogno di un nuovo turismo, di una nuova agricoltura più umana e aiutata dall’intervento pubblico, di servizi e trasporti pubblici, scuole, uffici postali, biblioteche, centri di ricerca sulla loro cultura, sovvenzioni per costruire nel rispetto della tradizione e anche per abbattere quanto è stato costruito male.
Soprattutto le Alpi hanno bisogno di rispetto.

[Alberto Paleari, L’attraversamento invernale delle Alpi. Dal lago Maggiore al lago dei Quattro Cantoni, MonteRosa Edizioni, 2017, pagg.80-81.]

Ciò che sulle Alpi scrive qui Paleari – che la catena alpina la conosce e l’ha vissuta (e vive) con intensità e sensibilità rare anche tra i più assidui frequentatori – è d’altro canto quello che pure il visitatore meno abituale ormai coglie della realtà delle nostre montagne, alpine ma pure appenniniche: basta che egli mantenga attivo il più semplice, ordinario, umano buon senso. Dal quale guarda caso scaturisce anche una delle forme più alte di rispetto, per chiunque e qualsiasi cosa.

Ci stavo pensando giusto di recente: io studio i paesaggi montani, il frutto dell’interazione tra elementi naturali e presenze antropiche mediato dai bagagli culturali specifici, e in tale categoria fondamentali i paesaggi possono essere definiti diversamente, in base alle peculiarità più identificative che li caratterizzano. Ma c’è una categoria altrettanto fondamentale, solo apparentemente immateriale, con la quale mi viene di definirli nel caso in cui l’interazione suddetta risulti considerabilmente equilibrata: paesaggi di buon senso. La quale categoria definisce in automatico anche l’opposta, i paesaggi senza senso, quelli dove l’uomo rompe ogni equilibrio generando danni d’ogni sorta materiali e immateriali, sovente irreparabili, dimostrando così non solo scarsa o nulla sensatezza ma pure assenza sostanziale di relazione con i territori montani, nei quali a volte abita pure.

Una condizione che è inevitabile generi qualche disastro, prima o poi, il quale ricadrà presto contro chi l’ha cagionato. È ciò che succede quando non si usa il buon senso, d’altronde.

Evviva Poschiavo, “premiata” città dall’anima profondamente alpina!

[Veduta di Poschiavo e della sua valle verso la Valtellina. Foto di Franciop, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Il Premio Wakker viene conferito ogni anno da “Patrimonio Svizzero” a un Comune politico o, in via eccezionale, a organizzazioni, associazioni ed enti simili che si impegnano nel favorire, con accortezza, uno sviluppo dell’abitato, degli insediamenti e la promozione della qualità architettonica delle nuove costruzioni, ma anche un approccio rispettoso della sostanza edilizia storica, come pure una pianificazione esemplare, attenta alle esigenze ambientali.

Per il 2025 il Premio è stato assegnato al comune di Poschiavo (Canton Grigioni) per aver saputo combinare tradizione e progresso diventando un modello per il futuro delle regioni di montagna. Il comune del Grigioni italiano sta lavorando per contrastare il calo demografico e garantire un’elevata qualità di vita coordinando gestione consapevole del patrimonio architettonico, autonomia locale, agricoltura sostenibile e impegno civico. Qui trovate il comunicato stampa ufficiale sul conferimento del premio, la cui cerimonia ufficiale di premiazione si terrà il 23 agosto 2025 nell’ambito di una celebrazione pubblica.

«Abbiamo valutato diversi Comuni con profili simili e abbiamo analizzato chi offre opportunità che possono avere un futuro e fungere da esempio per altre regioni», ha argomentato la presidente della commissione del Premio Wakker, Brigitte Moser. Secondo il direttore generale David Vuillaume il Comune di Poschiavo rappresenta la definizione di tutela del patrimonio. «È un posto dove si vive, si lavora e ci si incontra volentieri. Per me questi tre elementi danno vita al sentimento di sentirsi a casa», ha spiegato Vuillaume.

[La Piazza del Comune. Foto di Böhringer Friedrich, opera propria, CC BY-SA 2.5, fonte commons.wikimedia.org.]
Sono molto contento di leggere del conferimento del Premio Wakker a Poschiavo: per quanto mi riguarda, è un riconoscimento assolutamente meritato. Oltre a essere una cittadina dalla natura profondamente alpina di bellezza e fascino notevoli, da tempo Poschiavo si contraddistingue nel portare avanti pratiche di sviluppo territoriale economiche, sociali e culturali di grande valore e notevole efficacia, esemplari per molte altre località alpine, che fanno del luogo e della sua comunità un modello vitale e in grado di rinnovarsi costantemente pur tra le molte criticità che la realtà contemporanea nei territori montani presenta – anche nell’apparentemente florida Svizzera.

[Veduta aerea della Valle di Poschiavo con il Massiccio del Bernina sullo sfondo, risalente all’ottobre 1954. Foto di Werner Friedli, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
D’altro canto proprio da una di queste criticità, la posizione periferica nel mezzo tra l’industriosa (ma straniera) Valtellina e l’Engadina mecca del turismo di lusso che apparentemente poneva la città al margine di entrambe, il Comune di Poschiavo è riuscito a ricavarne un’efficace risorsa, facendo della propria indipendenza una ricetta di successo. Una vasta gamma di servizi sono a disposizione degli abitanti, tra cui un ospedale, scuole e una biblioteca. L’offerta culturale è ampia e spazia dai concerti alle proiezioni cinematografiche. «Questa autonomia è un elemento cruciale per contrastare lo spopolamento, una sfida comune a molte regioni di montagna», precisa il Comune al riguardo. Secondo il podestà Giovanni Jochum, anche se il numero degli abitanti è stabile e la popolazione tende a invecchiare, «Ci sono giovani che ritornano, anche con le loro famiglie. Essi lanciano nuove iniziative e creano nuove attività che non c’erano finora, il che è molto positivo».

[Foto tratta da www.poschiavo.ch.]
Poschiavo è l’esempio di una montagna alpina che non solo sa elaborare una resilienza peculiare nei confronti della realtà contemporanea e delle sue varie criticità, ma riesce anche a essere attrattiva fornendo una dimensione di vita e professionale che da un lato garantisce i servizi necessari ai residenti e dall’altra li armonizza a un territorio e a un paesaggio verso i quali riserva una particolare cura, garantendone le valenze estetiche e le prerogative ecosistemiche.

[Immagine tratta da www.valposchiavo.ch.]
Grandi applausi dunque al Comune di Poschiavo e a tutta la comunità Poschiavina, per il premio vinto e per quanto da tempo sanno fare a beneficio del proprio territorio e del futuro di chiunque è parte del suo paesaggio. Un modello da conoscere e imitare quanto più possibile, ribadisco.

Montagne di arte

Cesare Saccaggi, La Vetta (o La Regina dei Ghiacci), olio su tavola, 1912.

(Una montagna “simbolica” e simbolista, questa volta: d’altro canto ancora oggi la montagna è fatta di simboli e a sua volta simboleggia tante cose, in certi casi consone alla sua dimensione, in altri per nulla. Clic.)

Il collegamento sciistico tra Padola (Comelico) e Sesto (Pusteria), ovvero: quando lo sci nel pensare di autolegittimarsi finisce per rinnegare sé stesso

[Veduta invernale di Padola. Foto di Antonio De Lorenzo, opera propria, CC BY 2.5, fonte  commons.wikimedia.org.]
Che l’industria turistica dello sci appaia spesso come un’entità avulsa dalla realtà della montagna contemporanea, quando non sostanzialmente alienata da essa, è una circostanza che da tempo molti osservano: l’esempio classico è quando vengano proposte nuove infrastrutture sciistiche a quote dove ormai non si riscontrano più le condizioni nivoclimatiche adatte, pur di tentare di perseverare il modello turistico e il relativo business economico.

A volte questo tentativo di imporre reiteratamente un modello turistico monoculturale in certi ambiti ormai superato assume i contorni del grottesco, quando siano i suoi stessi promotori a giustificarlo sostenendo cose che in realtà appaiono ottimi motivi per confutarlo, inficiandone qualsiasi presunta e pretesa bontà.

Un caso recente è apparso sul “Corriere delle Alpi”, lo vedete qui sopra: concerne il progettato collegamento sciistico tra Padola e il Comelico Superiore con il comprensorio di Sesto in Pusteria (lo vedete indicato nell’immagine qui sotto), parte del “Dolomiti SuperSki” e nell’articolo ne parla il principale promotore, mentre già da tempo arrivano le critiche al progetto da parte delle associazioni ambientaliste. Personalmente, della questione e di certi suoi aspetti significativi (e piuttosto bizzarri) avevo già scritto qui.

In forza del titolo di questo mio post, di seguito analizzo alcune delle affermazioni citate nell’articolo:

  • Padola come luogo «ideale per sciare»: la località si trova a 1215 metri di quota, pensare che lì già oggi ma ancor più in futuro si possa conservare al suolo la neve, anche artificiale, appare parecchio fantasioso.
  • Il Monte Colesei, dove giungono gli impianti di Padola e partirebbe il nuovo collegamento con Sesto, è alto 1950 m, dunque sotto la quota di 2000 metri ritenuta da tutti quella oltre la quale nel prossimo futuro lo sci su pista potrà preservarsi, mentre al di sotto sarà destinato a non essere più praticabile. D’altro canto gli stessi impianti del comprensorio “Drei Zinnen” di Sesto si trovano al di sotto dei 2000 m.
  • Sostenere che «Il turismo è l’attività più ecologica per sviluppare la valle» appare un’affermazione a dir poco forzata. Sia in senso generale, e sia perché si sta parlando di un turismo sciistico che abbisogna di infrastrutturare pesantemente il territorio tanto a monte, con impianti, piste e opere connesse, quanto a valle, dove si riverbera l’impatto ecologico maggiore dato dal traffico automobilistico, dalla necessità di consumare suolo naturale per ricavare parcheggi, dall’aumento di presenze turistiche in una località che conta meno di mille abitanti, dunque con un indice di carico turistico sicuramente critico.
  • Ugualmente, affermare che un progetto del genere alimenti l’indotto economico locale è quanto meno parziale e comunque verificabile concretamente solo sul medio-lungo termine; inoltre manifesta la pretesa che il territorio locale diventi totalmente dipendente dall’economia sciistica che resta e resterà sempre ad andamento stagionale dipendente da fattori estremamente variabili – quello climatico, innanzi tutto. Portare tale “giustificazione” come un dato oggettivo ma in verità non verificato appare come pura e semplice propaganda: è come garantire che un investimento in borsa farà ricco chi lo esegue senza mettere in conto che invece potrebbe accadere il contrario.
  • Ora una delle prime affermazioni contenute nell’articolo: Padola come «una piccola Cortina», cioè una delle località più devastate – materialmente e immaterialmente, a detta di tutti e in primis dagli stessi cortinesi – dai modelli turistici di massa. Ma vediamo al proposito qualche dato demografico di Cortina al cui modello si vorrebbe che Padola ambisse (cliccate sulle immagini per ingrandirle):

Come vedete, Cortina sta perdendo abitanti (più del 12% in meno di vent’anni), mentre la sua comunità è sempre più composta da persone anziane, con scarso ricambio della popolazione attiva, indice di struttura (cioè il grado di invecchiamento della popolazione in età lavorativa) pessimo e bassissimo indice di natalità; al riguardo ne ha scritto di recente anche “L’AltraMontagna“.. Evidentemente a Cortina il turismo non sta portando grandi vantaggi alla comunità residente, anzi. E Padola dovrebbe ambire a questo modello?

  • Dulcis in fundo, guardate la foto della zona in questione pubblicata a corredo dell’articolo, che risale al recente periodo festivo di fine anno, con pochissima neve in quota – ovviamente artificiale sulle piste – e i prati verdi nel fondovalle. Un’immagine del tutto emblematica della realtà montana contemporanea locale e non solo) e allo stesso tempo palesemente confutante molte delle affermazioni contenute nell’articolo e anche qui da me rilevate.

Insomma, non c’è molto altro da aggiungere, dal mio punto di vista.

Dunque per concludere cito solo Carlo Alberto Zanella, presidente del CAI Alto Adige, che al riguardo ha scritto in un suo post su Facebook:

Il Comelico avrebbe la grande occasione di rilanciarsi come zona ambientalmente intatta, lontana da interessi speculativi, dove la montagna, le malghe, i rifugi, i prati ed i boschi sono ancora preservati dal turismo di massa e non deve ascoltare le lusinghe di chi vorrebbe sfruttare le sue bellezze per aumentare i propri affari. Ad ascoltare le lusinghe dei sudtirolesi ci guadagnerebbero solo i turisti proprietari di appartamenti che vedrebbero aumentare il valore dei loro immobili.