Leggo su “AostaNews” che il comprensorio Monterosa Ski sta potenziando l’impianto di innevamento artificiale delle stazioni di Gressoney-Saint-Jean ed Estoul: quasi cinque chilometri di nuove tubazioni e 70 generatori di neve, con l’acqua necessaria che sarà captata dal lago Litteran (o Literan), un bacino naturale posto a 2.228 metri di quota in Val d’Ayas, ai piedi del Monte Bieteron nel comune di Brusson.
Innanzi tutto, io proibirei per legge la captazione di acqua per l’innevamento artificiale dai bacini naturali, ancor più se in alta quota, cosa che mi pare un vero e proprio delitto ambientale, ecologico e paesaggistico. Posto ciò, leggo nella notizia citata che «L’impianto potrà contare su una portata complessiva di 600 metri cubi d’acqua all’ora, con una capacità di trasformare in neve i circa 62.000 metri cubi d’acqua necessari all’apertura dell’intero comprensorio in circa 100 ore di produzione.»
Bene, facciamo due semplici calcoli. Il lago Litteran, dal quale l’acqua verrà captata, ha una superficie di circa 10.100 m2: i bacini alpini di questa estensione (circa 1 ettaro) situati in conche di escavazione glaciale, in base alla morfologia tipica dei piccoli bacini alpini di origine glaciale a queste altitudini, presentano solitamente una profondità media che oscilla tra i 3 e i 6 metri. Stiamo larghi: considerando i 6 metri di profondità media, si ottiene per il Litteran un volume d’acqua massimo stimato di circa 60.600 m³, dato leggermente variabile (più in difetto che in eccesso) in base agli andamenti nivo-idrologici stagionali ma sicuramente verosimile.
[Foto di Maurizio Vallenari, tratta da www.outdooractive.com.]Dunque, tirando le somme: si vuole alimentare un impianto di innevamento artificiale che consuma 62.000 metri cubi di acqua con un lago naturale che può contenere al massimo poco più di 60.000 metri cubi d’acqua.
Ecco.
Lascio a voi ogni commento al riguardo.
Nel frattempo, prepariamoci a dare l’addio ad un altro lago naturale alpino sacrificato alle vili pretese del business dell’industria dello sci.
N.B.: le immagini dei lavori sono tratte dalla pagina Facebook “Varasc.it” che fornisce altre informazioni significative, e inquietanti, sui lavori in corso.
Quando ho letto sul web la notizia di una nuova «sedutad’autore per fermarsi ad ammirare il paesaggio» installata ai 1953 metri di quota del Pian delle Masche, nei pressi della Bocchetta di Rosta tra la Valle Soana e la Valle di Ribordone (Piemonte, ai confini del Parco Nazionale del Gran Paradiso), confesso di aver pensato: ecco, un nuovo segno antropico invasivo e inutile che deturpa un luogo montano! Un pensiero immediato e impulsivo, certo, ma d’altro canto motivato dalle tante, troppe opere banalissimamente turistiche piazzate qui e là sulle montagne in preda alla solita, fasulla “valorizzazione” dei luoghi perpetrata senza alcun rispetto per essi e tanto meno senso logico e gusto estetico.
Poi, continuando la lettura della notizia, ho saputo che «L’opera porta una firma illustre: è stata infatti disegnata dal Professor Arch. Antonio De Rossi, architetto del Politecnico di Torino e firma d’autore nel campo delle strutture architettoniche di montagna». De Rossi, uno dei maggiori esperti di territori e architetture montane, che firma una panchina turistica? – mi sono chiesto. No, impossibile, ci deve essere dell’altro.
Ho dunque approfondito la questione e infatti ho potuto appurare che c’era – c’è dell’altro, anche grazie ai dettagli che mi ha raccontato lo stesso Antonio De Rossi, che ho la gran fortuna di conoscere.
[Una veduta di Pian delle Masche. Immagine tratta da www.facebook.com.]L’iniziativa è nata da un’intuizione dei proprietari degli alpeggi del Vallone di Guaria, sul versante valsoanino, desiderosi di offrire ai visitatori un punto di sosta speciale per ammirare lo straordinario panorama circostante; ma in principio l’idea effettivamente mirava a un ennesimo manufatto in stile “panchina gigante”. Il luogo scelto, tuttavia, non è dei più ordinari: il Pian delle Masche, come si evince dal nome, è legato alle leggende delle streghe della tradizione piemontese, le masche o mahque in patois, che lassù – si racconta – arrivavano volando per celebrare i loro sabba notturni, ballare, preparare incantesimi e stabilire quali disgrazie portare a valle. Eppure quello stesso pianoro, alla luce del giorno, diventava un luogo di festa: già nell’Ottocento si raccontava che, in occasione della festa del sottostante santuario di Prascondù, gli abitanti salissero fin lassù per ballare e divertirsi. Altre ricostruzioni ricordano un appuntamento tradizionale alla fine di agosto. Dunque, secondo i racconti popolari, di notte al Pian delle Masche, danzavano le streghe mentre di giorno danzavano i montanari, ed è questa una delle suggestioni più affascinanti del luogo: per generazioni la gente è andata a festeggiare nelle belle giornate lì dove non avrebbe mai avuto il coraggio di passare da sola dopo il tramonto.
In un luogo così particolare, simbolico e culturalmente identitario per il territorio circostante, De Rossi, i margari e gli amministratori locali, in testa il sindaco di Ronco Canavese Lorenzo Giacomino (che per primo in loco ha rifiutato l’idea di una big bench dimostrando una volta ancora il suo notevole buon senso e la relazione autentica con la propria valle), hanno dunque ragionato su una seduta dalle dimensioni ridotte che riprende il tema ottocentesco dei piloni trigonometrici per le misurazioni cartografiche, con la suggestiva aggiunta di simboli di magia bianca che un fabbro ha interpretato alla sua maniera. Ne è venuto fuori un oggetto dimensionalmente molto contenuto, come detto, certamente originale e suggestivo: non una semplice panchina, né una ennesima, orribile “Big Bench”, ma una vera e propria opera d’arte integrata nel paesaggio, pensata per celebrare il tempo lento, la contemplazione e le leggende alpine. Un manufatto che, se da un lato invita all’attenzione, alla contemplazione e alla conoscenza delle montagne e delle valli che chi sale lassù può osservare, dall’altro fa da catalizzatore alle suggestioni popolari e alla cultura tradizionale locale, facendosi strumento di dialogo e di relazione tra genti, territori, paesaggi, storie, saperi, leggende, superstizioni e in ciò trovando senza dubbio un senso logico e una contestualizzazione compiuta con il luogo: doti che quei tanti altri manufatti banalmente turistici quasi mai presentano, diventando per ciò elementi inquinanti se non degradanti i luoghi che vorrebbero “valorizzare”.
Certo, qualcuno potrebbe continuare a pensare che, nonostante ciò che ho osservato finora, la seduta di Pian delle Masche rappresenti comunque un segno antropico inutile e invasivo. Può essere e ogni opinione consapevole e articolata al riguardo è legittima (non nego che pure a me qualche dubbio resta), ma è innegabile che alla base della sua realizzazione sia stato messo un senso, una logica e una congruità tanto con il luogo e le sue peculiarità quanto con la realtà storia di quei manufatti alpini – i segnali trigonometrici, o vertici geodetici, che sono serviti per mappare montagne e valli ovvero per riconoscere il mondo abitato e viaggiato dagli uomini – che, in modo più o meno apprezzabile aiutano da secoli a entrare in relazione con i luoghi, i paesaggi circostanti, la geografie fisiche e antropiche locali, le storie e culture che li caratterizzano. Tutte peculiarità che le “big bench” nemmeno si sognano e parimenti saprebbero manifestare!
Invece, la notizia dei villeggianti che, in vacanza sulle montagne bergamasche, si sono lamentati del rumore dei campanacci delle mucche al pascolo l’avete letta? Qui sopra la potete leggere (cliccando sull’immagine) nella cronaca resa dal quotidiano on line “La Voce delle Valli”.
Non è la prima volta che accade, e stavolta è successo a Serina, località posta a 820 metri di quota nell’omonima valle laterale della Valle Brembana, tra le Prealpi bergamasche appunto, dove alcuni villeggianti si sono lamentati per – a loro dire – la troppa rumorosità dei campanacci delle mucche presenti in paese. «Impossibile fare le vacanze a Serina! Campanacci delle mucche a meno di dieci metri dal condominio, giorno e notte. Alcuni villeggianti sono tornati a casa. È veramente difficile restare!» hanno scritto sui social. Il sindaco del paese ha poi risposto a tali rimostranze nel modo ironicamente intelligente che vedete qui accanto e in ogni caso, come detto, di storie simili se ne sono lette già altre volte in passato: vacanzieri di città e di aree metropolitane, cioè provenienti da luoghi non esattamente privi di frastuoni dissonanti, che salgono sui monti e si lamentano dei “rumori” del posto: i campanacci delle mucche, i cani che abbaiano, gli asini che ragliano o i galli che cantano alle prime luci dell’alba, eccetera. [1]
Posta la bagattella che il fatto rappresenta – nel bene e nel male: nel bene perché è cosa da poco, nel male perché sono da poco anche quelli che l’hanno generata – mi pare tuttavia che, dopo che i villeggianti hanno detto la loro e dopo che i locali e il sindaco di Serina hanno risposto, manca l’opinione al riguardo di altri soggetti fondamentali: le mucche. Che sono animali ben più intelligenti e sensibili di quanto si creda nonostante il loro fare placido e un po’ svagato, e che se fossero interpellate sulla vicenda – come ha suggerito di fare l’amico Giulio, lettore abituale del blog, con una mail per la quale lo ringrazio molto – mi viene da pensare che risponderebbero qualcosa del genere:
Cari umani, ma che problemi avete? Sul serio, ci preoccupate sempre di più!
I campanacci ce li avete messi proprio voi almeno due millenni fa se non di più; certo, a volte avete un po’ esagerato con il peso e il rumore che a qualcuna di noi hanno dato parecchio fastidio, ma d’altro canto il fatto che il suono delle nostre campane sia diventato così simbolico e identitario per i territori montani un po’ ci inorgoglisce, ci fa sentire un elemento importante di quel paesaggio che poi voi apprezzate al punto da volerci passare le vostre vacanze, nonostante siamo ben consce delle finalità “pratiche” per le quali ci allevate.
E comunque, dopo millenni di scampanate per gli alpeggi d’ogni dove montano, oggi voi, che vivete nel mondo e nel momento storico più rumoroso che ci sia mai stato, dite che i nostri campanacci vi danno fastidio? Vogliamo parlare invece delle vostre auto, delle moto, degli schiamazzi che tanti di voi fanno anche sui monti per non dire del baccano infernale che caratterizza le vostre città e che riesce a giungere persino quassù, a decine di chilometri di distanza, come un perenne, fastidioso rumore bianco? E poi venite qui a blaterare di “disturbo” e “silenzio”? Sul serio, ci siete o ci fate? Non è che il rumore della civiltà nella quale vivete si è talmente rappreso nella vostra mente e nell’animo che, ora, ogni paesaggio sonoro che non sia quello urbano o non vi assomigli in qualche modo vi dà fastidio? Non è che pure voi siete diventati rumore? Visto come pensate di “disturbare” – voi – la nostra esistenza sui monti, ci verrebbe da supporlo!
Ma non preoccupatevi, non siamo così malpensanti, anche perché sennò il latte che vi diamo si inacidisce e poi vi lamentate pure di quello. Piuttosto, se volete venire a passare le vostre vacanze in montagna, e a noi fa certamente piacere, veniteci veramente: non solo con la vostra auto e con il corpo ma pure con la mente, con il cuore, con l’animo, con lo spirito giusto di chi vuole veramente vivere la montagna anche solo per qualche giorno. Altrimenti rischiate solo di sprecare le vostre vacanze e il tempo ad esse dedicato! Pensateci, per il vostro bene! E nostro anche, e delle montagne soprattutto!
[1] Permettetemi una noterella autobiografica: avendo passato tutte le mie estati dagli 1 ai 20 e più anni in alta Valchiavenna, in una piccola borgata rurale a oltre 1700 metri di quota circondata dai pascoli la cui dimensione alpestre ha dato molta sostanza alla mia profonda relazione con le montagne, due cose come poche altre che erano e sono ancora (spero per molto) parte del suo paesaggio oggi per me “rappresentano” la montagna: una è acustica, il suono dei campanacci delle mucche al pascolo appunto; l’altra olfattiva, l’odore delle torte lasciate dalle mucche stesse sui prati. Immancabilmente, appena li percepisco e in qualsiasi località montana mi trovi, mi riportano a quegli anni giovanili e mi riconnettono immediatamente alla montagna, mi fanno (ri)sentire concretamente e compiutamente parte del suo paesaggio peculiare. Poi viene ogni altra cosa relativa, ogni altro elemento che costruisce materialmente e immaterialmente il paesaggio montano, ma quelle due sono assolutamente fondamentali.
N.B.: la veduta panoramica di Serina sotto il titolo della notizia de “La Voce delle Valli” è di Di MatthewGhera, opera propria, CC BY 3.0, fonte commons.wikimedia.org.
Le notizie e le immagini di sovraffollamenti e assembramenti di turisti sulle montagne, in particolar modo sulle Dolomiti, ormai sono diventate un classico dell’estate italiana insieme ai servizi televisivi su esodi e controesodi autostradali o su cosa bisogna fare e non fare quando c’è molto caldo. Sempre uguali eppure sempre ripetuti. Tre Cime di Lavaredo, Seceda, Misurina, Braies, Cortina… Mi chiedo se, per gli stessi giornalisti che li producono e propongono, l’intento sia effettivamente di fare cronaca e informare, o denunciare, o se pure per loro stessi sia ormai una questione di tradizioni estive da rispettare. Anche perché, per ciò che essi raccontano, il fenomeno diventa ogni anno più ingente e pesante ma senza che qualcuno deputato a farlo intervenga concretamente, se non con provvedimenti-palliativo amministrativi che servono solo a fornire l’impressione di aver fatto qualcosa mentre in realtà sembrano voler sfruttare il fenomeno, non frenarlo (a proposito delle Tre Cime nell’articolo lì sopra: come ci possono essere “afflussi record”, quindi maggiori degli scorsi anni, se è stato istituito il numero chiuso? Mistero!)
Dunque, tra millemila articoli, servizi, reportage, e altrettanti commenti, considerazioni, dibattiti, polemiche, a me pare che da dire di altro non vi sia granché ma ci sia solo da rileggersi, per l’ennesima volta, ciò che scrisse Dino Buzzati sul “Corriere della Sera” nell’agosto del 1952 – Millenovecentocinquantadue! – proprio riguardo le Tre Cime di Lavaredo:
Lassù dunque passerà la strada. Ciò che oggi costa ore di fatica, si avrà con qualche litro di benzina. I «motorizzati» si fermeranno ad osservare con ironici sorrisetti di pietà – e non avranno bisogno di binocolo data la minima distanza – quei pochi disgraziati senza senno che ancora si ostineranno a inerpicarsi su per le muraglie spaventose. All’attacco della parete nord della Grande, sotto lo strapiombo smisurato, ci sarà un caffè con sedie a sdraio perché i turisti possano seguire i rocciatori senza la necessità di un torcicollo. Tra i ghiaioni, nel cuore del santuario, risplenderanno le colonnette di benzina, cartelloni giganteschi a gloria di dentifrici e carni in scatola rallegreranno gli occhi intimoriti dalla solennità cupa delle rupi, e non c’è dubbio che Forcella Lavaredo sarà il clou della tappa dolomitica del Giro, con premio di traguardo e sesquipedali scritte in minio inneggianti a Fausto Coppi (se ci sarà ancora).
Evviva dunque! Si lamenta, ed è voce sacrosanta, che le genti alpine siano abbandonate. Fatta eccezione per Cortina, il Cadore fa una vita grama. Una delle popolazioni più sane e belle del nostro Paese non sa come campare. E la strada delle Cime di Lavaredo – si afferma –, questa strada che diventerà famosa in tutto il mondo, porterà migliaia e migliaia di turisti. Al paragone, gli altri percorsi dolomitici spariranno addirittura. Verranno dunque forestieri in folla, si apriranno nuovi ristoranti, alberghi, chioschi, garages, eccetera. Molta gente insomma avrà da lavorare che adesso non lavora. E’ vero. Ma si può citare la storia di quel tale, che, il latte della mucca non bastando alla famiglia, ebbe la bella idea di macellarla. Sì, moglie e figli si ingozzarono di carne. E dopo? Verranno sì lunghissimi cortei di macchine italiane e forestiere, verranno franchi, dollari e sterline. E dopo? Si è sicuri che dopo il conto torni?
Sono passati 73 anni da queste parole di Buzzati, e alla risposta finale oggi possiamo rispondere con certezza: no, il conto non è tornato, il latte della mucca ormai è finito da tempo e sta per finire pure la sua carne, della quale ancora lassù qualcuno si ingozza senza evidentemente capire che poi non resterà più nulla. E non solo della mucca macellata, perché a me pare si sia macellando pure il paesaggio delle Tre Cime e ancor più la sua anima culturale, che poi è quella delle genti che abitano, vivono e “fanno” quel paesaggio.
Rileggendole per l’ennesima volta, a me sembra ancora più evidente che le parole di Buzzati, e tali fenomeni di degrado di certi territori montani, rappresentano un atto d’accusa preciso contro i locali, amministratori, politici e abitanti dei luoghi coinvolti. Non contro i turisti, ai quali molti daranno la colpa ma che sono a loro volta vittime, magari sprovvedute ma non responsabili, di questi fenomeni sovraturistici. Più di settant’anni fa Buzzati aveva capito e denunciato ciò che stava succedendo, così come lo fece negli anni Novanta Giovanni Cenacchi il quale ipotizzò a modo suo la sparizione delle Tre Cime di Lavaredo “consumate” dal turismo di massa e, in mezzo a loro e poi ancora dopo molti altri hanno scritto delle turistificazioni eccessive delle montagne e dei conseguenti degradi, chiedendo di rifletterci sopra, di fermarsi in tempo, di non svendere le Terre alte e i loro paesaggi facendone un mero bene di consumo assoggettato al mercato e alle sue dinamiche prettamente materialiste solo per ricavarci affarismi e tornaconti.
Mi sembra di capire che siano rimasti inascoltati, e forse pure disprezzati, derisi, menagrami, uccelli del malaugurio, chissà cosa potrebbe mai capitare di così tremendo!
[Immagine generata in AI da Alessandro Ghezzer.]Cari amici delle Tre Cime, voi che abitate ai loro piedi e ne amministrate il territorio: la mucca l’avete macellata voi, mica altri, perché il latte non vi bastava più, avete aperto i vostri «ristoranti, alberghi, chioschi, garages», vi sono caduti nelle tasche «franchi, dollari e sterline» e per tutto ciò non vi siete resi conto che la mucca era ed è la vostra montagna. Chiedetevelo voi se ora i conti tornano oppure no: ma se non siete in grado di farlo, non avete la voglia o il coraggio o l’onestà di farlo, allora non lamentatevi delle code, degli assembramenti, del traffico, dello smog e del rumore e delle Tre Cime profanate dal turismo di massa. Quel paesaggio degradato lo avete fatto voi, quel paesaggio consumato siete voi.
Ma potreste ancora rimediare al danno inferto alle vostre montagne, comprendendo veramente il valore culturale che hanno per voi prima che per qualsivoglia turista, e come il loro paesaggio, con tutto ciò che presenta e contiene, siete voi. Ma se abitualmente si dice che «volere è potere», in questo caso potere è volere: e il bene delle vostre montagne dovete volerlo per poterlo poi realizzare al meglio, seriamente e sinceramente. Altrimenti dimostrerete solo il contrario, pervicacemente.
[Immagine tratta da www.montagna.tv.]Riguardo i vandalismi perpetrati di recente al bivacco Bruno Ferrario sulla vetta della Grignetta, si è espresso il consigliere regionale lombardo Giacomo Zamperini, anche nella sua veste di Presidente della Commissione speciale Valorizzazione e tutele dei territori montani, e le sue parole sono importanti e assolutamente condivisibili:
«C’è ancora chi pensa che la montagna sia un set fotografico, un luna park o una passerella per i social. È invece un ambiente meraviglioso, che richiede preparazione, prudenza, rispetto e consapevolezza. […] Chi sale in montagna ha due doveri: tornare a casa in sicurezza e lasciare questi luoghi esattamente come li ha trovati, se non migliori».
Parole giustissime, ribadisco. Tuttavia, a un puntiglioso come me, balza subito la mosca al naso per come Zamperini (persona rispettabile e apprezzabile, lo rimarco) nella sua veste di esponente della Giunta regionale lombarda e della sua maggioranza politica, affermi cose che poi sulle montagne è proprio la Giunta stessa a confutare, sostenendo e finanziando di frequente opere, infrastrutture e attrazioni turistiche che perseguono esattamente il modello del luna park montano e alimentano fruizioni ludico-ricreative da «passerella per i social» – di queste opere scrivo di frequente qui sul blog, inutile dire che l’elenco è parecchio lungo.
[Foto di Lorenui, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]E perché il principio, ineccepibile, per il quale i luoghi di montagna vanno lasciati esattamente come li si trova se non migliori, dovrebbe valere per i turisti ma non per gli amministratori di quei territori e per i soggetti che vi hanno qualche potere? Si potrebbe rispondere: perché i secondi ci vivono e lavorano e i primi no. Vero, ma questo rappresenta veramente un motivo valido per realizzare opere palesemente impattanti e degradanti nei territori montani, e solo perché chi ci vive avrebbe il “diritto” di farci ciò che vuole per ricavarci un tornaconto? Quando ciò accade, risulta palese la misconoscenza e la disconnessione con quei territori oltre che l’atteggiamento puramente egoistico e predatorio riservato ad essi: proprio l’opposto di ciò che sta alla base della vita in montagna, ieri come oggi e ancor più in futuro, visti i tempi correnti e le loro criticità crescenti, e che la rende così speciale e affascinante nonostante i disagi che a volte impone.
Sinceramente, pur con tutti i distinguo del caso, non vedo molta differenza di principio tra il turista cafone che sfrutta le montagne per ricavarci un mero e banale divertimento, senza capire dove si trovi, come ci si possa comportare e dunque finendo per causare qualche danno, materiale o immateriale, e il politico (bipartisan) o l’imprenditore locale che sfrutta le montagne piazzandoci tutto ciò che possa servire ai propri tornaconti d’immagine o affaristici senza capire il portato presente e futuro delle opere realizzate e quanto realmente apportano, in senso culturale (perché la montagna è un paesaggio culturale in senso assoluto), ad esse e alle loro comunità. Sono entrambi sfruttamenti, di diversa forma, simile sostanza e identico risultato: una montagna disprezzata, svilita, rovinata, degradata.
Sia chiaro – non dovrebbe servire rimarcarlo ma invece temo di sì – tutto ciò non significa che in montagna non si possa fare nulla, ribadisco pure questo: in montagna si può fare tutto o quasi ma con buon senso, rispetto, consapevolezza, senso del contesto, coscienza di luogo. E, a mio modo di vedere, tanto gli idioti che vandalizzano un bivacco quanto i sindaci che degradano un luogo piazzandoci un mega-resort o qualche banale giostra turistica si trovano sullo stesso piano, in posizioni discoste ma allo stesso livello, proprio perché è importante per chiunque, non solo per alcuni, «lasciare questi luoghi esattamente come li ha trovati, se non migliori». Se non migliori, ecco, in quanto non si può pensare che «la montagna sia un set fotografico, un luna park o una passerella per i social». E tanto meno un luogo (come ogni altro pubblico, ma per molti versi anche di più) dove poter esternare le proprie cafonesche frustrazioni o manifestare le personali bieche ambizioni. Esattamente così.