“Care” Ferrovie dello Stato, non avete nessun diritto di usare le montagne per farvi belle!

Non ho dubbi che il Gruppo in questione abbia a cuore le nuove generazioni. Ci mancherebbe. Ma per favore: non usate quelle montagne. Perché sui territori montani, trai i paesi, le ferrovie non ci sono più e dove qualcosa c’è, siete troppo fragili per dire che si guarda al futuro. Anche per colpa delle Istituzioni, certo, per carità, che nei “rami secchi” delle montagne non hanno creduto investendo. Le ferrovie sulle montagne non ci vanno. E le nuove generazioni, come tutte le altre, si devono spostare in auto. Voglio sperare che quello della pubblicità oggi sui quotidiani sia un “impegno” del Gruppo italiano. Nel presente e nel futuro. Perché nel passato e nel presente, fino a questo istante, le ferrovie non ci sono. Sono chiuse e ferme.
Non nel nome delle Montagne. Per favore.

Come non essere d’accordo con le considerazioni che avete appena letto di Marco Bussone, Presidente nazionale di UNCEM?

Vedere delle montagne con sopra il logo delle FS per certi aspetti è grottesco, per certi altri è sgradevole e irritante. Probabilmente i dirigenti del gruppo ferroviario nazionale si rivolgono alle “nuove generazioni” proprio perché cresciute in un mondo locale dominato da strade, autoveicoli e traffico, anche e soprattutto per raggiungere i territori interni e lontani dalle aree metropolitane come quelli montani, e che probabilmente non hanno più memoria di quante ferrovie di montagna sono scomparse, in Italia, nel corso del Novecento e soprattutto nel secondo dopoguerra, guarda caso quando l’automobile si impose (ma per molti versi dovrei scrivere venne imposta) come il mezzo di trasporto “fondamentale” per gli italiani.

Il sito web ferrovieabbandonate.it mantiene questa memoria ferroviaria nazionale, elencando e descrivendo tutte le linee dismesse, la gran parte perché considerate “rami secchi” ma tali solo in un’ottica di imposizione politica degli autoveicoli.

Nelle sole regioni i cui territori comprendono la parte italiana della catena alpina il sito conta 119 linee ferroviarie soppresse, in buona parte di montagna o comunque funzionali al trasporto di persone e merci verso le vallate montane. Centodiciannove. Altre decine se ne trovano lungo tutta la catena appenninica e nelle isole. Quante di queste linee oggi offrirebbero, oltre a quello logistico, un enorme potenziale turistico? E quanto traffico, inquinamento, disagio, degrado provocato dal traffico automobilistico sulle strade potrebbero evitare, se fossero in attività? E quanto interesse manifesta quel gruppo che diffonde pubblicità come quella ritratta nell’immagine nei confronti del trasporto ferroviario nelle aree interne, sia per eventuali riattivazioni di linee dismesse che per il potenziamento delle poche esistenti? A questa domanda è facile rispondere: praticamente nessun interesse.

Di contro, basta superare il confine nord, soprattutto quello al di là del quale vi sia la Svizzera, per “atterrare” su un altro pianeta ferroviario, fatto di linee e treni ben tenuti ed efficienti che raggiungono quasi ogni vallata montana e superano innumerevoli passi a quote ben superiori ai 2000 m, trasportando residenti, lavoratori pendolari e non, turisti, merci, nonché manifestando concretamente un modello di sviluppo logistico sostenibile che oggi risulta non solo vantaggioso e proficuo ma pure al passo con i tempi, attuali e futuri.

[Un treno della Ferrovia Retica/Rhätische Bahn transita al cospetto dei ghiacciai del Bernina, in Svizzera. Immagine tratta dalla pagina Facebook worldheritageswitzerland.]
Dunque no, “caro” Gruppo FS: nello sviluppo e nella crescita del paese che volete farci credere le montagne e le loro comunità non sono comprese e considerate. E non realizzate nemmeno infrastrutture funzionali ai territori montani, come ugualmente sostenete: l’ho raccontato proprio di recente in un articolo pubblicato su “L’AltraMontagna”. Ergo non avete proprio il diritto di utilizzare le montagne per “farvi belli” agli occhi del pubblico italiano, quando poi in concreto da decenni le ignorate e le bistrattate. Anch’io vi dico: Non nel nome delle Montagne. Per favore.

Sulle strade che attraversano le Alpi italiane oltre ai TIR si “incastrano” decine di miliardi (e intanto, in Svizzera…)

(⇒ Articolo originale pubblicato su “L’AltraMontagna“: lo trovate cliccando sull’immagine qui sotto.)

Dalla mia postazione di lavoro quotidiana vedo la strada statale che unisce i capoluoghi di due delle provincie più antropizzate e industrializzate della Lombardia, entrambe pedemontane, e il suo traffico incessante, composto in buona parte da TIR e mezzi pesanti. A fianco c’è la linea ferroviaria che collega gli stessi territori, sulla quale da anni non vedo transitare nemmeno un convoglio merci. Ho chiesto a conoscenti che a loro volta ci abitano accanto: nemmeno di notte di treni merci ne passano.

Quante volte ci lamentiamo del traffico insopportabile che da automobilisti “forzati” dobbiamo affrontare su molte strade italiane di primaria importanza, e di tutte le conseguenze materiali e immateriali che esso comporta – tanto più in territori ambientalmente pregiati tanto quanto delicati come quelli alpini e pedemontani? La risposta che viene dalla politica è sostanzialmente la stessa da sempre: costruire nuove strade! Peccato che da decenni è stato scientificamente provato che la realizzazione di nuove strade ha come diretta conseguenza l’aumento del traffico, non il contrario – ma i politici nostrani con le scienze (applicate) hanno sempre molta poca dimestichezza, ormai è cosa risaputa. Al contempo, sono ben più scarse le risposte della politica circa lo sviluppo della rete ferroviaria, sia in senso logistico industriale che dell’incremento del traffico passeggeri e della mobilità sostenibile in sostituzione di quella stradale (eccetto che per l’Alta Velocità che fa molto “immagine” e marketing, d’altro canto): la disastrosa TreNord, per restare in Lombardia, lo dimostra perfettamente. Anche pensando a queste evidenze ho scritto poco sopra «automobilisti “forzati”»: sì, potremmo e dovremmo utilizzare maggiormente i trasporti pubblici, se fossero efficienti come un paese realmente avanzato dovrebbe vantare; purtroppo la realtà è ben diversa, appunto, e non solo in Lombardia.

[Traffico pesante lungo un’autostrada alpina. Foto © European Roads, CC BY-NC-SA 2.0.]
Bene, in Svizzera – paese montano per eccellenza, inutile rimarcarlo – il Servizio di Monitoraggio dell’Asse del San Gottardo (MAG) e l’Ufficio Federale dello Sviluppo Territoriale (ARE) hanno diffuso il proprio rapporto circa i flussi di traffico sulle loro infrastrutture, in particolar modo di quelle poste al confine con l’area lombarda e padana.

Dal rapporto – che io leggo su “Swissinfo.ch” – si viene a sapere che «Le gallerie di base del San Gottardo e del Monte Ceneri – opere nevralgiche del corridoio “Alp Transit”, il progetto delle nuove trasversali ferroviarie alpine – hanno permesso di aumentare il trasporto passeggeri e merci su ferrovia e accelerato lo sviluppo economico e territoriale, secondo l’ultimo rapporto del Monitoraggio dell’Asse del San Gottardo (MAG) dell’Ufficio federale dello sviluppo territoriale (ARE). Nel periodo precedente la pandemia (dal 2016 al 2019) il numero di passeggeri della ferrovia è aumentato del 28% e al contempo è calato del 2% il numero di viaggiatori che ha varcato il San Gottardo su strada (galleria stradale e strada di valico), precisa un comunicato. Dopo la pandemia, nel 2022, il traffico viaggiatori è ulteriormente aumentato sulla linea del San Gottardo. La crescita è stata particolarmente marcata per la ferroviaria, che ha registrato 4’000 passeggeri in più al giorno rispetto al 2016, pari a un +48%. Su strada si sono registrati 2’000 viaggiatori in più al giorno rispetto al 2016 (+8 %), una crescita dovuta principalmente al traffico turistico, afferma l’ARE.
Per quanto riguarda il trasporto merci la linea del San Gottardo ha contribuito al trasferimento dalla strada alla ferrovia non solo del traffico di transito, ma anche del traffico merci ferroviario regionale tra il Ticino e la Svizzera tedesca. Dopo l’apertura della galleria di base del San Gottardo (2016) e, soprattutto, di quella del Ceneri (2021), tutti i terminal ticinesi hanno registrato un aumento del numero di container trasbordati. Il volume complessivo dal 2016 è aumentato di circa il 38%.
Il nuovo asse ferroviario ha anche accelerato lo sviluppo economico e territoriale, afferma la nota. In Ticino i centri urbani risultano rafforzati. Il rapporto sottolinea che la crescita economica e demografica è particolarmente visibile nelle aree intorno alla stazione ferroviaria di Bellinzona, che hanno beneficiato maggiormente dell’apertura della galleria del Ceneri. Nel Cantone di Uri, la nuova stazione ferroviaria di Altdorf ha permesso la crescita degli insediamenti nella pianura della Reuss e aumentato i flussi di pendolari in direzione nord, verso i centri della Svizzera tedesca.»

[Un convoglio in uscita dal portale nord del Tunnel di Base del San Gottardo. Foto di Zacharie Grossen, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Come vanno invece le cose sul lato italiano del corridoio Alp Transit? Lo potete constatare continuando la lettura dell’articolo su “L’AltraMontagna”, qui.

Un premio di laurea che premia anche la montagna

Ecco qui una bella e importante iniziativa, messa in atto dalla Sezione di Varese del Club Alpino Italiano, per “mettere a terra” con concretezza quelle tante belle parole che sovente si spendono per lo sviluppo dei territori di montagna e l’importanza del lavoro dei giovani al riguardo, e che altrettanto spesso rimangono sospese nell’aria senza reali ricadute proficue, vuoi anche (o soprattutto?) per mancanza di un’autentica attenzione politico-istituzionale al riguardo.

Dunque, il CAI di Varese promuove l’istituzione di un premio di laurea, volto a riconoscere le capacità di una/un laureata/o meritevole, nell’ottica di incentivare la formazione in ambiti accademici funzionali alla conoscenza, tutela e sviluppo sostenibile dell’ambiente e dell’eco-sistema montano, nonché della storia del rapporto uomo-montagna nei suoi diversi aspetti caratteristici.

Gran bella cosa, ribadisco, alla quale invito chiunque possa esserne interessato a partecipare – che ce n‘è bisogno di progetti utili e validi negli ambiti sopra citati. Si possono trovare tutte le informazioni al riguardo e il modulo di ammissione qui: https://www.caivarese.it/attivita/premi-di-laurea.html

Quelli che si danno contro da soli

La cosa “bella”, di certi progetti di infrastrutture ludico-ricreative in ambiente naturale dei quali si può leggere sui media, è che non serve faticare molto per trovare opinioni e tesi contrarie a tali interventi, perché sono gli stessi promotori a fornirne di ineccepibili!

Ad esempio: lì sopra si disserta d’una “zip line” da realizzare sul Sacro Monte di Varese (cliccate sull’immagine per leggere l’articolo da cui è tratta), sulla quale si dice:

«Le zip-line attualmente esistenti sono poste in luoghi lontani dai centri urbani o in luoghi difficilmente accessibili, come attrazione per lo sviluppo turistico del territorio in cui sono realizzate»: come potrebbero tali infrastrutture meramente ludiche “sviluppare un territorio”, se il solo interesse dei loro fruitori è divertircisi a prescindere da dove esse siano installate, contando semmai solo le caratteristiche atte al giovamento ricreativo? Un territorio si sviluppa lavorando sulle sue peculiarità geografiche, paesaggistiche, culturali e sociali ponendo al centro il benessere del luogo stesso e dei suoi abitanti (la cosiddetta place experience postulata dalla sociologia del turismo contemporanea), non quello dei turisti attirati in loco con una mera giostra!

«La realizzazione di una zip-line a Varese offrirebbe qualcosa di decisamente unico: un volo all’interno di un parco regionale sorvolando la valle del Vellone, un sito Unesco e, cosa davvero unica, l’impianto sarebbe praticamente in una città.» Come?! Si vorrebbe valorizzare un sito ambientale tutelato dall’Unesco e posto in ambito di parco regionale facendolo sorvolare da una “giostra”?

«L’impianto sarebbe a 1.040 metri, alla stazione di arrivo della funicolare a Campo dei Fiori, così da incentivare il suo utilizzo aggiungendo valore turistico.» Ribadisco: di quale “valore turistico” si vuole parlare, imponendo a un territorio montano un’infrastruttura ludica? Quale conoscenza culturale – cosa che dovrebbe comunque rappresentare uno dei fini principali del turismo, anche di quello meramente ricreativo e d’altro canto elemento necessario all’economia del luogo – si può generare e sviluppare con un’infrastruttura del genere?

«La Zip-line porterebbe in vetta moltissimi turisti e appassionati sportivi e dunque rappresenterebbe uno stimolo ulteriore per rimettere «la testa» sul progetto di rilancio del Campo dei Fiori, tutelando al massimo le sue bellezze, la sua singolarità e l’ecosistema.» Vedi sopra: «tutelare al massimo» la bellezza di un territorio montano protetto, peraltro di valore ancor maggiore rispetto ad altri proprio per la sua vicinanza alla città di Varese e all’area iper-antropizzata della Lombardia nordoccidentale, con un elemento di richiamo prettamente ludico-ricreativo volto per giunta a generare un turismo massificato e massificante («moltissimi turisti») che inevitabilmente, in forza di tutto quanto sopra, fa del posto un non luogo. D’altro canto: quante altre “zip line” agghindano già altrettante località montane e non? E quante “giostre” similari? E le peculiarità autentiche del luogo, quelle che lo rendono a suo modo “unico” e che ne generano il paesaggio e l’identità culturale? Tutte sottomesse alla nuova “zip line” e al suo “valore” turistico?

Ecco. Credo non serva aggiungere altro.

Anche tu italiano?

Uno, italiano, era convinto che gli svizzeri parlassero lo svizzero, ma così convinto che quando era arrivato alla dogana di Chiasso la guardia gli aveva chiesto “Da dichiarare?” e lui aveva iniziato a balbettare e gesticolare. Quando la guardia gli aveva ordinato di accostare, lì finalmente aveva capito che parlavano la stessa lingua, allora si era calmato e senza muovere un dito aveva chiesto alla guardia “Anche tu sei italiano?”

[AA.VV. (a cura di Paolo Nori), Repertorio dei matti del Canton Ticino, Marcos y Marcos, 2019, pag.78. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggere la mia “recensione” al libro.]