Vento

[Foto di Rudy and Peter Skitterians da Pixabay.]

Laddove spira più tagliente il vento, e alto si leva il mare e non lievi sono i pericoli da superare, mi sento a mio agio.

Così scrisse Nietzsche ne La gaia scienza, e io mi trovo assolutamente concorde. Sono giornate ventose, qui, e numerose come le folate arrivano le lagne di molti riguardo quanto sia fastidioso un vento così impetuoso, su come scompigli abiti e capigliature, sollevi sabbia e foglie, provochi emicranie o altro di affine, eccetera.
Invece a me il vento piace. Al netto di eventuali deprecabili danni, è manifestazione della forza vitale della Terra, vibrante energia aerea, “detersivo” che linda il cielo e il territorio e fa danzare le chiome pur spoglie degli alberi – per giunta qui è favonio il quale segnala bel tempo. Sì, anch’io mi sento a mio agio, per nulla infastidito, in moto equilibrato e armonico con le folate.

Passerà poi, questo vento, tornerà la quiete in cielo e nel paesaggio ma quell’energia, almeno in parte, la conservo cercando di farla spirare, più o meno leggera, poco o tanto vibrante, ancora nell’animo, così che gli stessi effetti benefici si possano protrarre a lungo. E fino alla prossima giornata ventosa.

L’artista vero

L’artista vero è quello che delira ragionevolmente.

(Friedrich Nietzsche, citato da Guy de Portalès in Nietzsche in Italia, Historica Edizioni, 2016, pag.85; 1a ed.orig.1929.)

“Tellin’ Tallinn”

Il mio nuovo libro Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano, pubblicato da Historica nella collana dei “Cahier di Viaggio”, sarà in libreria tra pochi giorni, al prezzo di soli € 0,075 a pagina.
Ecco, ci tenevo a rimarcarvelo.

Se volete invece già conoscere qualche dettaglio in più sul libro e sulla storia che contiene, date un occhio qui.

Ci riaggiorneremo al riguardo molto presto, ok?

Con l’arte ci vuol pazienza

«Buonasera avvocato, oh scusi, professore».
«Salute».
«Già che la vedo mi permetto di chiederle che cosa pensa di queste sculture. Il posto è bello nevvero?»
«Bello, si, molto. Non tutte son brutte».
«Ma venga qua, mi dica lei che se n’intende, guardi quella roba lì, quel sasso lì. C’è scritto Maternità. Io sarò un tarlucco qualsiasi, ma dico: dov’è la maternità? Mi aiuti lei a vederla».
«A dir la verità non la vedo tanto neanch’io. Ma forse tra un po’. Ci vuol pazienza con l’arte».
«Se è cosi vado in pace. Arrivederci avvocato, eh, professore».
«Arrivederci».
Le sculture stavano nel verde ritrovato e quasi magico di Piazza del Sole, a Bellinzona. All’aperto, dunque, per cui l’autore della Maternità, nel timore che gliela rubassero, di notte se la portava a casa, lasciando nel prato il solo piedistallo, di buona pietra, ben squadrato, un bel ceppo materno.

(Giorgio OrelliPomeriggio Bellinzonese e altre prose, Edizioni Casagrande, 2017, pag.54. Cliccate sull’immagine per leggere la personale “recensione” al libro.)

La lettura rende il mondo più mondo

Allora, avevo sei anni, leggevo libri da bambini, non me ne ricordo uno, mentre mi ricordo, cinque anni dopo, il primo libro da grandi che ho letto; sono passati più di quarant’anni e io, di quel momento lì che ho scoperto i libri da grandi, quante cose ci possono essere dentro un libro senza figure, mi ricordo tutto: mi ricordo dov’ero, sotto il portico di casa nostra in campagna, mi ricordo il cantar di mia nonna dalla cucina, mi ricordo che passava mio babbo con dei secchi di cemento, mi ricordo la sedia arancione dove ero seduto, mi ricordo la polvere che c’era nell’aria, mi ricordo la sensazione stranissima dovuta al fatto che io, incantato dal libro, non ero per questo incanto estraniato dal mondo, ero dentro, nel mondo: leggere produceva un effetto stranissimo, faceva diventare il mondo più mondo.

(Paolo Nori, La grande Russia portatile, Salani Editore, 2018, pagg.12-13.)