Se a una diga succedesse ciò che non dovrebbe succedere

[La diga dell’Albigna sovrasta l’alta Val Bregaglia, in Svizzera. Immagine tratta dall’appendice fotografica de Il miracolo delle dighe, autore Schölla Schwarz, CC BY 3.0, fonte originale qui.] 

L’eventualità di rottura di una diga è piuttosto remota, ma non può essere del tutto esclusa. È anche per questo che annualmente vengono portati avanti i test delle sirene. In caso di anomalie a un impianto d’accumulazione, la popolazione viene esortata in primis tramite l’allarme generale ad accendere la radio e a seguire le istruzioni di comportamento diramate dalle autorità.
Quando viene emesso l’allarme acqua (dodici suoni continui e gravi in sequenze di 20 secondi ad intervalli di 10 secondi), invece, non vi è più tempo per informarsi; a questo punto alla popolazione non rimane altro da fare che abbandonare al più presto la zona di pericolo. In linea di principio, il sistema di sorveglianza e d’allarme degli impianti d’accumulazione consente di avvisare la popolazione con sufficiente preavviso, ma in caso di rottura completa e improvvisa il tempo di preallarme è molto breve.

Nel mio libro Il miracolo delle dighe. Breve storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne racconto, tra molte altre cose, del fascino che buona parte delle persone subisce nei confronti delle dighe, soprattutto quanto durante un’escursione in montagna se ne ritrova davanti una, cercando di spiegarne le motivazioni rapportandole all’immaginario comune riguardo il paesaggio montano  e, appunto, alla nostra relazione con esso. È una fascinazione ambivalente, in effetti: da un lato dettata dalla grandiosità della diga nella grandiosità dell’ambiente naturale entro il quale è inserita, dall’altro dall’impressione un po’ inquieta che il ciclopico muro incute in molti, alla quale si può assommare il timore che il pensiero d’un suo cedimento potrebbe generare, memori noi tutti di alcune grandi tragedie cagionate dalle dighe, Vajont in testa (la cui diga tuttavia non cedette – ma racconto tutto meglio nel libro).

Fatto sta che la possibilità del cedimento di una grande diga, quantunque remota e oltre modo calcolata e prevista dai modelli progettuali e di sicurezza degli impianti, non si può escludere. Come ci si può cautelare, dunque?

[Veduta da nord della Val Bregaglia con nel fondovalle il villaggio di Vicosoprano e, indicata dalla freccia gialla, la diga dell’Albigna, della quale se ne vede una parte. Foto di Staublex, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
L’argomento, sull’onda dei fatti bellici relativi alla distruzione della diga di Nova Kakhovka in Ucraina ad opera dell’esercito russo, è stato trattato di recente da un articolo del canale d’informazione svizzero “Tio.ch” chiedendo il parere di un esperto del settore e richiamando alcuni interessanti documenti della Confederazione Elvetica al riguardo; da tale articolo ho tratto la citazione che avete letto in principio di questo post la cui fonte originaria è l’UFPP – Ufficio Federale della Protezione della Popolazione. Leggendolo mi sono tornati in mente certi ricordi di me bambino per ciò che osservavo a valle della grande diga di Albigna, in Val Bregaglia (Canton Grigioni, Svizzera), quando a bordo dell’auto di mamma e papà si risaliva la strada che da Chiavenna attraverso il Passo del Maloja porta alle piste da sci engadinesi. Quella di Albigna è una delle dighe alpine più impressionanti da ammirare, essendo piazzata sul ciglio di un versante scosceso mille metri sopra il fondovalle, e dai finestrini dell’auto la osservavo ammirato tanto quanto intimorito per tutto il tragitto stradale che ne consente la visione, all’andata e al ritorno, confidando che se ne restasse lì ben ferma e salda e non scivolasse a valle spinta dalla massa d’acqua del grande lago (ben 70 milioni di m3) trattenuto lassù. Tuttavia, prima di arrivare in vista della diga, a nutrire la mia curiosità era la visione, sui tetti dei villaggi posti lungo lo strada della Bregaglia a valle dello sbarramento, di alcuni grandi altoparlanti posti in modo da dominare le case: proprio quelli delle sirene di allarme citate nell’articolo. Peraltro già allora, pur nella mia ingenuità bambinesca, mi chiedevo quanto tempo effettivo, al suono dell’allarme, gli abitanti di quei villaggi potessero avere prima che l’onda d’acqua fuoriuscita dalla diga che avesse tragicamente ceduto spazzasse via ogni cosa. Calcolata sulla mappa, la distanza tra la diga e Vicosoprano, il primo centro abitato di una certa importanza (445 abitanti) a valle è di circa 5 km, il che equivale a un tempo di 3 o 4 minuti, più o meno, prima dell’arrivo dell’onda: in effetti pochissimi per mettersi in salvo fuggendo dal fondovalle per risalirne il più possibile i fianchi al fine di togliersi dal volume d’acqua. L’affermazione che «Il tempo di preallarme è molto breve» citata dall’UFPP svizzero suona parecchio eufemistica.

Ovviamente, l’augurio è che una tale spaventosa evenienza non debba mai (più) essere vissuta e che simili grandi catastrofi – Gleno, Molare, Vajont e Stava, per l’Italia – restino confinate nelle pur tristi cronache storiche a far da ineludibile bagaglio d’esperienza. Anche per ciò la Svizzera è particolarmente diligente nei test d’allarme collettivi per la popolazione: a fronte dei controlli estremamente accurati che ogni grande diga subisce continuamente al fine di prevenire con largo anticipo qualsiasi possibile problematica, l’evento estremo non si può escludere totalmente. Eppure, ribadisco, è anch’esso parte integrante – sorprendente, quasi paradossale – del grande fascino che le dighe suscitano nelle persone che se le ritrovano di fronte. E che, in cuor loro, ne vengono affascinate anche perché a quei grandi, possenti, apparentemente solidi muraglioni affidano più o meno consapevolmente tutta la loro fiducia che tali restino, lì dove sono, fino a che al di là dell’enorme muro vi sarà un altrettanto grande lago, dunque che la loro forza statica sappia sempre ben contrapporsi alla spinta dinamica dell’acqua.

Ma, come detto, ne Il miracolo delle dighe vi racconto in modo ben più articolato e suggestivo questo fascino, cosa comporta per la nostra presenza sulle montagne e come ha influito, e influisce, sulla relazione che ne consegue. Una relazione assolutamente emblematica, appunto, anche per quanto vi ho raccontato in questo articolo.

Per saperne di più, sul libro, cliccate sull’immagine della copertina lì sopra.

“Il miracolo”… della diga dell’Albigna

Ancora un’originale visione fotografica di Cesare Martinato, un’altra veduta della diga dell’Albigna, in Canton Grigioni, una delle più particolari dighe delle Alpi, posta sul ciglio di una parete quasi verticale sospesa mille metri sopra l’alta Val Bregaglia e circondata dalle spettacolari guglie granitiche di questa regione delle Alpi Retiche occidentali – quelle visibili nell’immagine proprio sopra il muro della diga possiedono i pittoreschi oronimi di Spazzacaldeira e Fiamma.

Della diga dell’Albigna ne parlo nel mio libro Il miracolo delle dighe, raccontando della sua peculiare presenza nel paesaggio della Bregaglia e della particolare relazione intrattenuta con i suoi abitanti, per i quali la diga è molto di più di un ciclopico muro di cemento e ovviamente ben più di un’attrazione turistica – dacché la diga è visitabile anche all’interno e pure dentro offre qualcosa di inaspettato e sorprendente.

Ringrazio ancora molto Cesare Martinato per le sue sublimi fotografie e, se volete saperne di più sul libro, cliccate qui sotto:

Fedaia, diga “emblematica”

La diga del lago di Fedaia, col suo andamento serpeggiante determinato dalla morfologia del terreno sul quale poggia, se osservata dal versante Nord della Marmolada ai cui piedi si sviluppa il bacino artificiale, ricorda le fattezze di un sinuoso ed elegante ponte sotto il quale per qualche motivo l’acqua resti bloccata, donando effettivamente una sensazione di “leggerezza” che rende merito alla nomenclatura tecnica di tali sbarramenti, detti appunto “a gravità alleggerita”. D’altro canto, quella di Fedaia è una diga affascinante in primis per il paesaggio che la circonda, tra i più “potenti” delle Dolomiti, nel quale si inserisce intessendovi a suo modo un dialogo particolare con il quale partecipa all’elaborazione geografica e estetica di esso assumendo connotazioni particolarmente referenziali per la sua identità culturale. Si potrebbe immaginare l’ampia sella del Passo di Fedaia senza più il lago, dunque senza la presenza della diga, rispetto al territorio d’intorno? Mi viene da pensare di no, ed è anche questo una sorta di “miracolo”, uno dei tanti attraverso i quali le dighe si manifestano nelle Alpi la cui realtà, e il senso che ne deriva, ho provato a raccontare nel mio ultimo libro Il miracolo delle dighe.

Ad esso e alla diga di Fedaia, della quale nel libro scrivo, è dedicato l’omaggio fotografico sopra pubblicato di Massimiliano Abboretti, che ringrazio veramente di cuore, il cui suggestivo e affascinante sguardo – sovente in bianconero – sulle montagne, le Dolomiti in particolar modo, ha saputo perfettamente relazionarsi ai contenuti del mio libro e alla narrazione che ho voluto offrire tra le sue pagine.

Per saperne di più sul libro, cliccate sull’immagine qui sotto:

Un omaggio miracoloso a “Il miracolo delle dighe”

Il miracolo delle dighe ha ricevuto un altro prezioso omaggio da un altrettanto prezioso amico e straordinario fotografo, di quelli le cui immagini delle montagne ritratte, quando le si ammira, si ha la vivida sensazione che siano raffigurazioni speciali di un mondo alpestre onirico, di una visione, di un’idea spirituale che solo i più profondi appassionati di montagna sanno pensare ma che in quelle immagini diventa inopinatamente reale e tangibile pur restando “ideale”, suscitando così ulteriori vagabondaggi onirici montani che inevitabilmente diventeranno a loro volta esplorazioni reali e al contempo spirituali, su per i monti.

Insomma, è Alberto Bregani, e probabilmente le mie suggestioni sopra scritte non servono a presentare il personaggio: fotografo di grande fama, scrittore, comunicatore per professione, compositore e pianista per hobby, accademico del GISM – Gruppo Italiano Scrittori di Montagna nonché (dote che me lo rende ancora più sodale) ex discesista ad alto livello nello sci alpino.

Così ha scritto per accompagnare l’immagine che vedete lì sopra (fateci clic per ingrandirla):

Il mio omaggio fotografico all’amico di montagne Luca Rota e al suo nuovo libro “Il miracolo delle dighe. Breve storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne” appena pubblicato per Fusta Editore, che mi arriverà a giorni. E che sarò felice di leggere.
La piccola diga di Campo Moro (Lanzada, SO) con a fianco il Rifugio Zoia e i suoi scuri rossi, nel mio contesto preferito: l’autunno. Un luogo al quale sono molto legato perché attraversata più e più volte nel corso della mia infanzia e adolescenza per seguire i passi di mio padre verso il Rifugio Carate, la “Marinelli”, la “Marco e Rosa”, e poi ancora verso le più alte montagne della Valmalenco. Sullo sfondo i piani dell’Alpe Palù e, dentro al cielo, il magnifico Monte Disgrazia (3.678 m).

Luoghi ai quali anch’io sono molto legato, frequentandoli – anzi, vagabondandoli da sempre – cosa, che con tutto il resto, rende l’omaggio di Alberto ancora più prezioso e emozionante. Grazie di cuore a lui, alla sua arte fotografica e a tutto quello che di ispirante sa offrire a quelli che come me salgono con gran passione sui monti per scendere sempre più nel profondo della loro anima.

“Il miracolo delle dighe” ne “Il posto delle parole”

Il miracolo delle dighe, il mio ultimo libro e insieme a lui alcune delle storie che vi stanno dentro, sotto e intorno, hanno trovato un posto prestigioso – con mio grande onore e piacere – ne “Il posto delle parole”, il sito web e podcast di approfondimenti letterari, recensioni, interviste, conversazioni e quant’altro concerne di libri e lettura.

Ringrazio di cuore Livio Partiti, curatore de IPDP, per la bella e intensa chiacchierata nella quale mi ha coinvolto intorno al libro e ai temi in esso narrati: la potete riascoltare cliccando sull’immagine qui sotto…

…mentre qui potete leggere l’articolo pubblicato nel sito. Per saperne invece di più sul libro, cliccate qui.