Sui monti aumentano gli incidenti da impreparazione e faciloneria. La montagna non è un parco giochi: perché allora spesso così viene trasformata e imposta?

(Articolo pubblicato in origine su “L’AltraMontagna” il 25 luglio 2024. Qui lo trovate nella sua versione completa.)

Dovunque sulle Alpi sono in costante aumento gli incidenti nel corso di normali escursioni – cioè occorsi a persone che vanno per sentieri più o meno facili, non che scalano e affrontano difficoltà alpinistiche. Il CNSAS nel 2023 ha effettuato 5.257 interventi per incidenti escursionistici su un totale di 12.349 missioni di soccorso, nel 2022 erano stati 5.083 a fronte di 10.347 missioni.

Questo preoccupante trend si registra anche in Svizzera, paese nel quale di sicuro la cultura della montagna è più sviluppata che in Italia. «Pensiamo che molte persone non siano consapevoli dei pericoli e non siano attrezzate a dovere e assumano troppi rischi» spiega a “Rsi.ch” Mara Zenhäusern, portavoce dell’UPI – Ufficio prevenzione infortuni: esattamente quanto va sostenendo da tempo il nostro Soccorso Alpino, mettendo in guardia dall’affrontare la montagna, anche quella apparentemente semplice, con poca consapevolezza e troppa superficialità.

[L’aumento degli incidenti escursionisti sulle Alpi svizzere fino al 2021. Immagine tratta da “Rsi.ch“.]
Infatti Bruno Maerten, responsabile di BernaSentieri – zona est, sempre su “Rsi.ch” aggiunge: «La montagna può essere pericolosa, non è un parco giochi!». Ecco, appunto: la montagna non è un parco giochi. Eppure moltissime persone vi si comportano come se in quota stessero giocando, manifestando comportamenti del tutto superficiali e stupidi: d’altro canto se vai in un parco giochi questo fai, pensi a divertirti anche insulsamente ma ci sta, il posto è fatto per questo.

Ma la montagna non è un parco giochi, non è fatta per esserlo, e chi la trasforma in un luna park compie un crimine duplice: degrada la montagna e involgarisce il comportamento da tenere quando vi ci si trova. Viene inevitabilmente da chiedersi: è solo un caso che da una parte si denunci la condotta scriteriata di molti gitanti montani e il conseguente aumento di incidenti, e dall’altra sulle montagne si continuino a realizzare parchi giochi – panchine giganti, ponti sospesi, percorsi-avventura, roller coaster, tubing, eccetera – che nulla fanno per educare le persone al giusto comportamento da tenere, anzi, contribuiscono (inevitabilmente, verrebbe da pensare) alla diffusione di condotte così superficiali e pericolose?

Il timore assai vivido è che non sia affatto un caso. Quelle pratiche turistiche, e le infrastrutture che di conseguenza vengono realizzate, contribuiscono a far credere a molte persone prive di una cultura e una preparazione pur minima nei confronti dell’ambiente montano – e forse prive anche di rispetto per esso – che anche in alta quota si possa giocare, ci si possa divertire senza pensare ad altro, che contino solo l’adrenalina e l’effetto wow artificialmente riprodotti da quelle giostre ovviamente sicure e poi, scesi da lì, si possa ritrovare la stessa adrenalina sui sentieri sentendosi parimenti sicuri. Tanto la montagna è un parco giochi, che mai potrebbe accadere?

E pensare che, come rimarca Andrea Castelli su “Il Dolomiti”, fino agli anni Novanta chi andava in montagna senza indossare scarponi adeguati sembrava un pazzo o un povero idiota, la scarpa da ginnastica era considerata un autentico vilipendio. Castelli ricorda le parole che già tempo fa gli disse Cesare Maestri, «Non abbiamo saputo educare alla montagna!», e i risultati di questa cronica mancata educazione sono ora sotto gli occhi di tutti: gente che vaga per montagne senza capire dove si trova, comportamenti irrispettosi e scriteriati, incidenti a gogò su qualsiasi sentiero, non di rado fatali.

[Un intervento della REGA, la Guardia Aerea Svizzera di Soccorso. Immagine tratta da facebook.com/rega1414.]
No, la montagna non è questo e non abbisogna di tutto ciò, di quei terribili parchi giochi con le loro giostre per adulti senza testa, di tutta questa gente che si comporta come fosse al luna park o in spiaggia, di tali comportamenti privi di senno, maleducati, pericolosi. Detto fuori dai denti, piuttosto di dover constatare tutto questo, è bene che queste persone se ne vadano altrove, a meno che prima di salire in quota non sappiano prendere coscienza e consapevolezza di ciò che comporta. Ed è bene anche che i promotori – quasi sempre sono i politici locali – di quei parchi giochi che con tanta frequenza proliferano sui nostri monti si assumano finalmente la responsabilità di queste loro iniziative così degradanti. La colpa fondamentale è loro, non dei gitanti inconsapevoli e privi degli strumenti per capire: non girino lo sguardo dall’altra parte quando poi sui giornali appaiono gli articoli sugli incidenti e sui recuperi del Soccorso Alpino. Ne siano coscienti, una volta per tutte.

[Un intervento del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico. Immagine tratta da www.cnsas.it.]
Infine, ultima ma non ultima cosa, si ricominci a educare le persone alla montagna e alla sua corretta frequentazione. Perché evidentemente fino a oggi si è creduto che non servisse e invece serve eccome – e non è qualcosa che può essere trasmesso dal web o con quale mirabolante app, tutt’altro. Ne va del destino delle montagne stesse e di tutti noi che vorremmo continuare a frequentarle e rispettarle usando la testa.

 

Addio Lugano bella (che andiamo sul Lago di Como!)

Curiosamente qualche giorno fa, pressoché in contemporanea su due quotidiani on line differenti che raccontano territori contigui e molto simili ma in due paesi diversi (per certi verso molto diversi)  – il Lago di Lugano in Ticino, Svizzera, il Lago di Como in Lombardia, Italia – sono uscite le notizie che vedete qui sotto:

Solo qualche anno fa si sarebbe potuto pensare il contrario: il Lago di Lugano come meta gettonatissima e VIP, il Lago di Como molto meno. Ora invece la situazione si è ribaltata: in Svizzera si piange, in Italia si ride. Complice l’arrivo a maturazione delle dinamiche turistiche (sia di massa che di lusso) che da qualche tempo contemplano come meta privilegiati i laghi prealpini italiani e – forse soprattutto – le tante celebrità che sulle rive del Lario hanno preso casa (da Clooney in poi) o dicono di volerla prendere (Taylor Swift l’ultima) regalando al territorio e alle sue località il marketing più efficace possibile (altro che quella boiata di “Open to meraviglia”!), i laghi lombardi sembrano in netto vantaggio su quelli ticinesi.

Ma non sono tutte rose e fiori, visto che ormai con frequenza per il Lago di Como si parla di overtourism, di servizi carenti, di disagi per i residenti e – inevitabilmente, mi viene da pensare – di toast il cui taglio a metà viene fatto pagare 2 Euro (ricordate?). Ovvero, agli italiani va il successo turistico ma forse manca l’organizzazione elvetica. In pochi chilometri di distanza, insomma, cambiano destini turistico-commerciali e capacità politico-organizzative.

È la cresta di un’onda destinata a correre a lungo, probabilmente ancora spinta dalle dinamiche post Covid (peraltro in comune con altre mete italiane e lombarde in particolare), oppure è solo un momento particolare destinato a non durare, vuoi anche per le criticità e le carenze sopra rimarcate? Di sicuro è una situazione che offre numerose opportunità a fronte di certi potenziali svantaggi: si possono mettere in equilibrio le une e gli altri, basta tenere al centro – a mio parere – i luoghi, le loro specificità, le comunità che li abitano e il bagaglio culturale che li rende speciali. Non è cosa semplice, ovvio, ma se la predisposizione mentale è fin dal principio quella giusta possono uscirne grandi cose per tutti. In fondo, Lombardia e Ticino sono la stessa terra, divisa solo da una linea di confine che mai come qui è stata rigida ed è labile.

P.S.: cliccate sulle immagini per leggere i rispettivi articoli. Ovviamente il titolo del post richiama la famosa canzone (il cui vero titolo è Addio a Lugano) di Pietro Gori, interpretata nel tempo da molti grandi artisti musicali.

Sabato 3 agosto 2024, in Val d’Ayas: una giornata speciale in difesa di un luogo speciale

[Il Gran Lago delle Cime Bianche nella parte alta del Vallone omonimo. Fotografia di Francesco SistiClickalps.]
In Natura non esistono luoghi più o meno belli di altri: ogni luogo è speciale, perché possiede proprie specificità distintive che lo rendono unico. Le montagne, con la loro morfologia potente, riescono a esaltare questa realtà, a renderla più suggestiva e evidente: a volte più, a volte meno ma ciò dipende dalla nostra sensibilità e dalla relazione che intessiamo con i luoghi. Per lo stesso motivo, le montagne mostrano con maggiore evidenza qualsiasi azione che aggredisca l’unicità dei luoghi, che ne distrugga le specificità deturpandone la bellezza, al punto che per tali luoghi così dissennatamente assaltati a diventare “speciale” non è più la bellezza, gravemente intaccata, ma lo stato di alterazione – ciò che ce li farà ricordare e non certo in modo positivo.

Il Vallone delle Cime Bianche, in Valle d’Aosta tra la Val d’Ayas e la Valtournenche, è un luogo le cui montagne rendono particolarmente speciale e unico; il devastante progetto di collegamento funiviario sostenuto dalla regione con il solo scopo di unire i comprensori sciistici di Cervinia-Valtournenche e del MonteRosa Ski, se realizzato, lo trasformerà inevitabilmente in un luogo specialmente deturpato, del quale ci si ricorderà per il disastro cagionato. Un disastro “speciale” cioè unico nel suo tremendo impatto e nei conseguenti danni arrecati al Vallone.

Si può essere così scriteriati da lasciare che ciò accada? Forse si, si può, ma solo se delle montagne e dei loro luoghi non si sa più cogliere la bellezza e l’unicità ma le si considera dei meri spazi da sfruttare esattamente come ogni altro, banalizzandone la specificità così da arrogarsi il diritto di utilizzarli e consumarli. Perché se non si capisce che un luogo è speciale, finisce per essere inevitabile che lo si usi come qualsiasi altro spazio normale, ordinario, privo di qualsiasi valore.

Per evitare che ciò accada, per difendere il Vallone delle Cime Bianche, l’“ultimo vallone” rimasto pressoché intatto in questo lembo delle Alpi Occidentali e di rimando per difendere qualsiasi luogo speciale delle nostre montagne messo sotto assedio da progetti e infrastrutture devastanti al punto da distruggerne la bellezza e l’unicità, sabato 3 agosto 2024 si torna a camminare verso le Cime Bianche per “Una salita per il Vallone 4”, con ritrovo e partenza da Saint Jacques (Val d’Ayas) alle ore 8.30.

Nelle immagini qui sopra trovate ogni informazione utile al riguardo, mentre qui trovate l’evento Facebook. Avete anche altri modi per sostenere questa fondamentale battaglia:

  • seguire la pagina FacebookVarasc.it“, per restare aggiornati sugli sviluppi della vicenda.
  • sottoscrivere la petizione su “change.org”, che ha già superato le 20.000 firme, https://chng.it/L4YqDb4t
  • partecipare alla raccolta fondi “Insieme per Cime Bianche” aperta al fine di sostenerne la tutela legale: https://sostieni.link/36071

In un modo o nell’altro, partecipare attivamente alla difesa del Vallone delle Cime Bianche non è solo un dovere civico e morale necessario, non è solo un diritto che è bello e prezioso poter godere, ma è un atto minimo che nella sua apparente semplicità può ottenere un risultato enorme: costruire il miglior futuro possibile per le nostre montagne e per chiunque le vorrà e potrà frequentare godendone l’autentica e unica bellezza. Un atto speciale per luoghi che sono speciali e tali devono restare.

L’incredibile Ascensore del Wetterhorn, la prima (forse) e più bizzarra (di sicuro) funivia costruita sulle Alpi

[Fonte dell’immagine: ETH-Bibliothek Zürich, Bildarchiv.]
Uno degli aspetti che più di altri ha contribuito al successo del turismo montano, quando da metà Ottocento in poi prese a svilupparsi nelle forme che ancora oggi, ovviamente aggiornate, lo caratterizzano, è stata la cosiddetta panoramicizzazione del paesaggio, cioè la possibilità di godere delle spettacolari vedute dalle vette delle montagne raggiunte senza sforzo grazie ai nuovi mezzi di trasporto alpini che la tecnologia consentiva di realizzare: funicolari e funivie, principalmente. Si poteva vedere il mondo dall’alto come facevano gli alpinisti senza rischiare la pelle e non dovendo nemmeno indossare scomodi scarponi chiodati o pesanti giacche di lana grezza, in buona sostanza.

Tra le funivie, due sono quelle che si possono contendere il titolo di “prima funivia aerea del mondo”, essendo entrate in servizio nello stesso anno, il 1908. Una è la funivia del Colle, a Bolzano, che pur in modo primordiale assomigliava pienamente alle funivie di oggi; l’altra è invece un impianto ben più strano e sotto certi aspetti incredibile, se non assurdo, che quell’anno entrò in servizio presso Grindelwald, in Svizzera: il cosiddetto Ascensore del Wetterhorn (Wetterhorn-Aufzug).

[Fonte dell’immagine: Staatsarchiv des Kantons Bern.]
Progettato dall’ingegnere tedesco Wilhelm Feldmann (lo vedete nell’immagine qui sopra), che dopo aver collaborato in patria alla progettazione di alcuni sistemi ferroviari innovativi, ad inizio Novecento venne a vivere in Svizzera e, nel mentre che poco distante si lavorava alla realizzazione della Ferrovia della Jungfrau, pensò a come poter raggiungere la vetta di un’altra imponente montagna della zona, il Wetterhorn (della quale scriverò presto). Essendo il versante di Grindelwald estremamente impervio e scosceso, Feldmann ideò un rivoluzionario, bizzarro incrocio tra una funivia e un ascensore, che in quattro tratti avrebbe dovuto raggiungere la vetta del monte a 3692 metri di quota.

[Fonte dell’immagine: ETH-Bibliothek Zürich, Bildarchiv.]
Il primo tratto partiva dai pressi dell’Hotel Wetterhorn (che esiste ancora) e saliva alla stazione a monte di Enge, a 1677 metri di quota, un vero e proprio nido d’aquila piazzato sul ciglio di una paurosa parete verticale sotto la quale ai tempi si trovava la spettacolare seraccata frontale del Ghiacciaio Superiore di Grindelwald (Obere Grindelwaldgletscher), grande attrazione turistica per quei tempi. La linea raggiungeva un’incredibile pendenza media del 116%, impossibile da superare per qualsiasi funivia “ordinaria” anche contemporanea e per questo l’impianto assomigliava di più a un ascensore; per consentire ciò le funi passavano letteralmente “dentro” le cabine, protette da sedi apposite. Le immagini che vedete a corredo di questo articolo sono assolutamente significative al riguardo.

[Fonte dell’immagine: Swiss National Library.]
Le cabine da 16 posti – 8 seduti e 8 in piedi – potevano trasportare fino a 110 persone all’ora sia in salita che in discesa superando in nove minuti un dislivello di 420 metri, e in un anno arrivavano a effettuare fino a 1800 viaggi diventando un must per i turisti che villeggiavano in zona, anche se per viaggiarci sopra non bisognava assolutamente soffrire di vertigini, poste le caratteristiche e il contesto dell’impianto (l’immagine qui sotto a destra mostra l’incredibile vista verso valle dalla stazione di arrivo e fa ben capire quanto fosse vertiginosa.)

In ogni caso rappresentava un geniale capolavoro ingegneristico e tecnologico – lo sarebbe tutt’oggi, a ben vedere – che di contro ebbe vita breve: lo scoppio della Prima Guerra Mondiale cancellò il turismo in zona e fermò l’impianto, mentre pochi anni dopo una frana danneggiò gravemente la stazione a valle. Peraltro il suo ideatore, l’ingegner Feldmann, morì nel 1905 a soli 52 anni per le conseguenze di un ictus: non solo non vide mai in servizio la sua geniale invenzione ma con tutta probabilità in sua assenza lo stesso progetto di continuare l’impianto fino alla vetta del Wetterhorn venne accantonato. Nel frattempo la Ferrovia della Jungfrau aveva cominciato la sua attività, dunque negli anni successivi i turisti avrebbero comunque trovato in zona una spettacolare attrazione ingegneristica da visitare e fruire per raggiungere le alte quote glaciali dell’Oberland bernese: un’opera che da molti venne definita l’“ottava meraviglia del mondo” e tutt’oggi affascina milioni di turisti – ma forse pure il geniale tanto quanto sfortunato Ascensore del Wetterhorn avrebbe potuto essere considerato in quel modo.

[Qui sopra e sotto, due immagini recenti della stazione di arrivo di Enge, che fa ben capire la sua paurosa posizione sul fianco del Wetterhorn. Foto di Paebi, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
[Immagine di ©Isabel Aerni.]
Oggi a sua rimembranza resta solo la stazione di arrivo di Enge, sul ciglio del precipizio, consolidata di recente per evitare che l’edificio possa deteriorarsi e crollare a valle: un piccolo ma significativo monumento all’intraprendenza tecnologica umana tanto quanto, fatalmente, all’invincibile predominanza della natura montana.

N.B.: buona parte delle informazioni citate in questo mio articolo le ho ricavate dal sito web del Museo Nazionale Svizzero di Zurigo.

Einstein e la complessità della Natura

Meteo Valle d’Aosta ha di recente pubblicato il video parecchio impressionante di una ricognizione aerea nella zona a monte dell’abitato di Breuil-Cervinia dalla quale qualche giorno fa è scesa la colata di acqua, fango e detriti che ha invaso il centro del paese e provocato numerosi danni.

Potete vedere il video su Facebook cliccando sull’immagine qui sopra oppure su Instagram qui.

Come scrive Meteo Valle d’Aosta, dando spiegazioni di ciò che si vede nel video, «non è stata una semplice alluvione causata dalle piogge copiose, ma ben di più. […] Ritroviamo ancora una volta il cambiamento climatico come fattore fondamentale per spiegare questi eventi, cambiamento climatico che agisce sia aumentando l’intensità dei singoli fenomeni, sia la fusione del permafrost in quota.» (Il commento completo lo leggete nei post sopra citati; nel sito di Meteo Valle d’Aosta trovate anche un’analisi scientifica ben più articolata di quanto è accaduto). Già, perché l’effetto finale e “banale” nella sua drammaticità della colata di fango e detriti ha origine da una correlazione di cause diverse e di fenomeni coincidenti che hanno partecipato all’attivazione di una dinamica complessa, seppur alla fine sembra scaturirne una “semplice” e grossolana colata detritica.

Cose del genere mi riportano sempre alla mente un’affermazione di Albert Einstein, tratta da una sua lettera del 1954 o 1955 e poi riportata in diverse opere:

La Natura è una struttura magnifica che possiamo capire solo molto imperfettamente, il che non può non riempire di umiltà qualsiasi persona razionale. Si tratta di un autentico sentimento religioso che non ha niente a che fare con il misticismo.

Troppo spesso, generalmente non per colpa ma a volte sì, tendiamo a semplificare troppo la nostra considerazione nei confronti della Natura e dei suoi fenomeni, finanche a esagerare la semplificazione e per ciò a proferire vere e proprie scempiaggini: per molti il tema del clima e del suo cambiamento in corso, che si riverbera innanzi tutto sull’ambiente naturale, risulta particolarmente prolifico al riguardo.

Io penso invece che, come affermava Einstein, di fronte alla Natura come a poche altre cose con le quali noi umani abbiamo a che fare, dovremmo essere umili e razionali, cercare di comprendere il più possibile ciò che stiamo constatando prima di proferire opinioni e in ogni caso restando ben consapevoli che la nostra resterà una comprensione mai del tutto compiuta – per questo a suo modo “religiosa” – e in costante divenire. La razionalità dunque è indispensabile perché mette al riparo dalle suddette scempiaggini (d’ogni sorta siano) e perché l’adattamento al cambiamento climatico in corso e la messa in atto delle azioni che ne possano mitigare al meglio gli effetti nascono proprio da quella necessaria razionalità, che a sua volta si sviluppa tanto meglio quanto più scaturisce da un atteggiamento di umiltà verso la Natura e i suoi fenomeni. Sapere di non saperne abbastanza, al riguardo, è e sarà ancora a lungo la migliore manifestazione di intelligenza che possiamo elaborare, e la prima azione da compiere per relazionarci con gli ambienti naturali nel modo più armonioso possibile.