Fame di luoghi

[Una delle suggestive “corografie” artistiche e psicogeografiche di Londra disegnate da Stephen Walter. Immagine tratta da qui.]

Corografia, non topografia. Paul Devereux, nel libro Re-Visioning the Earth, opera questa distinzione. Gli antichi greci, racconta, «avevano due definizioni di luogo, chora e topos». Devereux cita Eugene Victor Walter e definisce il turismo spirituale «una modalità complessa ma coerente di osservazione attiva». Esattamente la metodologia di Renchi, perfezionata dopo anni di tentativi riusciti e no, di false partenze. Il corografo ha fame di luoghi: «luogo come potenza espressiva, luogo come esperienza, luogo che innesca il ricordo, l’immaginazione e la presenza mitica».

[Iain SinclairLondon Orbital. A piedi intorno alla metropoliIl Saggiatore, 2016, pag.140.]

È molto bello e significativo, questo passaggio del libro di Sinclair: dall’interpretazione della differenza tecnica tra corografia e topografia, che in essa si palesa soprattutto come diversità concettuale, lo scrittore inglese deriva una definizione assai suggestiva di/per chi si possa definire un autentico viaggiatore (il “turista spirituale” di Sinclair, che così lo differenzia dal “turista-di-pancia” contemporaneo): uno che ha fame di luoghi ovvero non solo di morfologie, orizzonti e panorami ma di spazi abitati in cui percepire e comprendere l’interazione ambientale tra ogni elemento che li rende vivi (in primis la presenza umana ma non solo quella) ovvero li identifica come veri “luoghi” e non mere località, dai quali poi ricavare quelle sensibilità che unite al personale bagaglio culturale – «il ricordo, l’immaginazione e la presenza mitica», nelle parole di Sinclair – formano la definizione di “paesaggio, per come è anche oggi acquisita dalla geografia umana e da quanto ad essa correlata.

N.B.: per la cronaca, Paul Devereux è lui, Eugene Victor Walter (1925-2003) è stato un sociologo e scrittore americano i cui testi non mi pare siano mai stati pubblicati in Italia (o in italiano), “Renchi” è Renchi Bicknell, artista britannico amico di Sinclair e suo compagno di esplorazioni psicogeografiche urbane, come quelle descritte in London Orbital. Sulla differenza tra chora e topos provate a leggere qui.

Ne ho tanti di amici così!

Be’, vorrei dirvi una cosa, sinceramente – ma non dovete fraintendermi eh, mi raccomando.

Ecco, vorrei dirvi che, per carità, io di amici eterosessuali ce ne ho tanti, nessun problema con loro, sia chiaro, ma, insomma, comportarsi come fanno molti di loro, ecco, non mi pare una cosa granché bella, ovvero, per essere chiari, il loro comportamento pubblico mi sembra moralmente assai discutibile. Voglio dire: siete eterosessuali? Ok, nessun problema, potete vivere la vostra vita come volete, ci mancherebbe, basta che non date fastidio agli altri, ecco, ne con le vostre parole e nemmeno con le azioni o gli atteggiamenti in pubblico. Poi, ovvio, in privato potete fare quello che volete ma nello spazio pubblico, davanti a tutti, dovete essere persone decenti, ecco. Ché altrimenti, se ad esempio vi comportate come il tizio del video lì sopra, date ragione a quelli che pensano che l’eterosessualità sia una malattia oppure un disturbo della personalità, una roba da curare, insomma, e ai bambini che nel caso vi osservino si dovrebbe mettere una mano davanti agli occhi per preservare la loro innocenza da vostri comportamenti così poco decorosi, già!

Ribadisco: non è una questione di eterofobìa, ok?! Io di amici eterosessuali (come me, d’altronde) ne ho molti, l’ho già detto, non ce l’ho con loro e va benissimo che facciano ciò che vogliono, che abbiano anch’essi una “famiglia normale” e godano dei diritti civili come tutti gli altri cittadini. Basta che dimostrino educazione, rispetto per gli altri, senso civico, altrettanta decenza civica e, forse più di ogni altra cosa, intelligenza. In pratica, la dotazione minima fondamentale per il cittadino di ogni società realmente civile e avanzata, a prescindere da qualsiasi genere. Ecco.

Ci sono più banche che panettieri

Be’, a proposito di Finlandia felix e per “par condicio”, citando il suo più celebre scrittore (almeno qui da noi) e uno dei maggiori del panorama letterario scandinavo contemporaneo:

In Finlandia ci sono più filiali di banca che negozi alimentari. Sarà perché le banche hanno i mezzi per costruirsi le loro sedi, e i lattai e i panettieri invece no. O forse perché i soldi sono più importanti delle sane abitudini alimentari.

(Arto Paasilinna, Il liberatore dei popoli oppressi, Iperborea, 2015, pag.19. Fate clic sull’immagine qui sopra, poi.)

Ultrasuoni #15: Casadei

No no, io non l’ho mai ascoltato Raoul Casadei con la sua orchestra.

Anzi, sì invece: io li ho ascoltati un sacco di volte, i Casadei, e come me quasi tutti voi che state leggendo questo articolo, immagino. Perché non c’è stata località di villeggiatura, di mare e non solo, non c’è stata vacanza soprattutto estiva, non c’è stata sagra di città o di paese, festa, serata danzante, mangiata tra amici nella quale non sia risuonata la melodia di uno dei brani composti dai Casadei, così come ci sono state centinaia di spot pubblicitari, spettacoli e programmi Tv, film più meno conosciuti che hanno utilizzato qualcuno dei più suoi celebri pezzi. Non solo: mi viene da immaginare che, forse anche più di Modugno, Battisti, Baglioni e di qualsiasi canzone che ha fatto la storia della canzone pop(olare) italiana, noi tutti, anche senza essere degli appassionati di ballo (e io men che meno) ci siamo ritrovati a canticchiare pezzi come Romagna Mia, Simpatia, Ciao Mare, La Mazurka di Periferia, Romagna e Sangiovese. Perché come pochi altri, forse come nessuno, i Casadei, guidati da Raoul, sono stati il gruppo musicale nazional-popolare italiano par excellence, geograficamente referenziato (Romagna über alles, appunto) eppure nazionalmente riconosciuto e apprezzato.

Insomma: il “Re del Liscio”, come veniva chiamato Raoul Casadei non senza una punta di ironia e di leggerezza, è invero da considerare un vate tra i principali della musica popolare italiana: vacanziera, banalotta, disimpegnata e casereccia quanto si vuole ma, io credo, comunque meno di quella proposta dai “Sanremi” d’ogni tempo, dai talent contemporanei e da quant’altri “fenomeni” musicali in circolazione, già.

Per tutto ciò, l’omaggio a Raoul Casadei è assolutamente doveroso. Anche se non li ho mai (consapevolmente) ascoltati, i Casadei: però riguardo loro e quanto hanno fatto «massimo rispetto!», come si usa dire.

The Square

Ho visto The Square di Ruben Östlund, del  2017.

È una pellicola che ha ottenuto un notevole successo di critica e di pubblico (meno in Italia) facendo incetta di premi, innanzi tutto della Palma d’Oro al Festival di Cannes, dunque su di essa troverete molto da leggere, sul web.

Per quanto mi riguarda, in merito a certe cose che potrete leggere in rete, appunto, dissento parecchio con chi ritenga il film di Östlund incentrato su di una critica al mondo dell’arte contemporanea, ambito (secondo quelli) preso ad esempio e utilizzato per una più ampia critica alla società contemporanea. Al contrario, dal mio punto di vista, The Square mette in evidenza come l’arte contemporanea sia ancora – come sempre – uno strumento fenomenale per scardinare certi convenzionalismi sociali contemporanei portandone in superficie la reale essenza e natura: trovo infatti che il film offra una potente e alquanto disturbante riflessione sui rapporti interpersonali che coltiviamo nella società di oggi ovvero sul concetto di socialità. Apparentemente tutti i protagonisti della pellicola vivono una vita sociale “normale” e gratificante, salvo le ordinarie criticità quotidiane, ma in verità sono impegnati (e imprigionati) in un costante “tutti-contro-tutti” tenuto latente dai suddetti convenzionalismi sociali che tuttavia al minimo ostacolo, imprevisto, eventualità inattesa, scoppiano come bubboni senza che si sappia come contrastarne i relativi danni – che sono individuali tanto quanto collettivi, visto che, appunto, viviamo tutti in una rete relazionale sociale.

Mi pare che Östlund voglia evidenziarci come il vivere contemporaneo non si regga affatto sull’armonia sociale che tutti crediamo (per comodità) di manifestare e agevolare, ma su una somma di singoli egoismi, di varia natura, che ci rinchiudono dentro armature con le quali pensiamo di difenderci ma che al contempo ci impediscono di relazionarci veramente con il prossimo. Tale situazione generale certamente “disturbante”, in quanto deviata/deviante e inquietante, viene resa con uno stile filmico-narrativo assolutamente scandinavo nel cui plot si intrecciano diverse vicende, situazioni al limite del surreale e, come detto, disturbanti, scomode, forse pure irritanti (ad esempio l’incapacità del protagonista di reagire al corso delle cose che lo coinvolgono suo malgrado, delle quali fatica a capire l’impatto sulla propria vita e, ancor più, su quella degli altri) ma assolutamente realistiche, nella sostanza. In tal senso la scelta del regista svedese di ambientare The Square nel mondo dell’arte contemporanea è azzeccato dacché, ribadisco, ne utilizza le tipiche peculiarità di rottura delle convenzioni e di visione alternativa per esaltare i problemi relazionali dei protagonisti del film (e di tutta la società di cui fanno parte) fornendo pure una buona soluzione ad esse, l’unica che il film sembra proporre – proprio l’opera d’arte “The Square”, appunto – il cui salvifico messaggio però nessuno sa recepire e comprendere.

Bellissimo film, intenso (quanto lo può essere un’opera scandinava ma lo è, ve l’assicuro), potente, originale, fuori dagli schemi e conturbante che, se ne sapete intercettare l’anima artistica, vi disturberà in modi assolutamente affascinanti.