Il nulla che è il tutto, e il tutto che è nulla

Un economista mi ha chiesto: cosa ci guadagniamo in termini economici da un esperimento dell’LHC e dalle scoperte che questo comporterà?
La risposta è molto semplice.
Non ne ho idea.
Non ne abbiamo idea.
Quando scoprirono le onde radio, non si chiamavano onde radio, perché la radio ancora non esisteva. Quello che scoprirono era una specie di radiazione.
Per arrivare alle grandi scoperte, la scienza non deve pensare all’aspetto economico. Deve pensare a cosa non sappiamo e dove potremmo progredire.
Quindi, a cosa serve l’LHC?
A niente, se escludiamo che possa servire a capire tutto.

(Brano tratto dal docu-film La particella di Dio, 2013; orig. Particle Fever)

Già, la ricerca scientifica – anche in quanto prodotto dell’attività intellettuale – è qualcosa di fantastico pure per questa sua dote: la facoltà di farci capire come certe cose che all’apparenza oggi non servono a nulla, in realtà domani finiscono per servire a tutto, ovvero ci permettono di ottenere tutto ciò che senza di esse non otterremmo mai. Il che è poi il contrario di ciò che invece, di frequente, il modus vivendi contemporaneo impone, cioè l’obbligo (ben poco scientifico) di desiderare e rincorrere cose materiali e immateriali che vengono credute “il tutto”, come se senza di esse non si potesse vivere mentre, in verità, nel concreto non servono assolutamente a nulla.

Se ci pensate bene, in questa semplice dicotomia sono racchiuse – se così posso dire – la virtù oppure la colpa di fondo dell’evoluzione umana: nel primo caso, quella che si sviluppa mirando e costruendo il proprio futuro, nel secondo quella che svigorisce rimirando sé stessa in uno sterile ed eterno presente, regredendo inesorabilmente.

Insomma, fatti non fummo a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza, però se poi il “bruto” diventa il “modello” da seguire…

Aiuto, ci invadono i barbari(smi)!

Sto navigando sul web in alcuni siti di informazione e capito su un articolo dedicato alle nuove tendenze della moda.
Leggo (e qui riporto le prime righe dell’articolo):

Mai più senza persino in Italia dove l’abbigliamento sportivo in città fino a qualche tempo fa era look da weekend. Oggi, sia che siamo neo sportivi e sempre più attenti al fitness e al wellness, sia per obiettiva comodità, abbiamo individuato nello streetwear una nuova religione nel vestire. Non a caso le sneaker e le felpe, in particolare quelle firmate da brand di lusso, sono protagoniste dell’ecommerce e hanno rilanciato anche negozi fisici e outlet.

Mmm… no, suona in modo proprio bislacco, questo testo. Sembra ci sia quasi una ricerca forzata dell’anglicismo al fine di rendere l’articolo “conforme”, per così dire, a ciò di cui disserta e all’immaginario lessicale relativo. Per renderlo “alla moda”, ecco. È formato da 75 parole in tutto, di cui ben 9 in lingua inglese: il 12% del testo. Eh, va bene tutto, ma forse qui si sta un po’ esagerando, tenendo poi conto che il tema dissertato non implica affatto una tale profusione di anglicismi per trasmettere il messaggio implicito: non è un testo che disquisisce di informatica o di nuove tecnologie, per essere chiari, tematiche nelle quali le parole straniere sono spesso inevitabili, ma di vestiti. Semplice abbigliamento.

Vediamo invece come va, così:

Mai più senza persino in Italia dove l’abbigliamento sportivo in città fino a qualche tempo fa era stile da fine settimana. Oggi, sia che siamo neo sportivi e sempre più attenti alla forma fisica e al benessere generale, sia per obiettiva comodità, abbiamo individuato nell’abbigliamento informale una nuova religione nel vestire. Non a caso le calzature sportive e le felpe, in particolare quelle firmate da marchi di lusso, sono protagoniste del commercio sulla rete e hanno rilanciato anche negozi fisici e spacci plurimarca.

Secondo me funziona perfettamente lo stesso. Anzi, pure di più. “Spacci” non è forse un termine bellissimo da sentire – si potrebbe usare rivendite o empori, ad esempio – ma per il resto direi che si legge ugualmente bene, e senza perdere nulla del suo senso e del fine originari.

Sia chiaro: come ho sostenuto altre volte, anche qui nel blog, non sono affatto contrario all’uso di lemmi stranieri nella lingua comune parlata e scritta, anzi, spesso la loro presenza rende la dissertazione più varia, ricca di senso e divertente da seguire. A patto, però, che l’uso dei termini stranieri (inglesi, in particolare) non finisca per svilire la nostra lingua o, addirittura, per renderla persino ridicola. In numerosi casi il loro uso è ormai diventato comune e del tutto accettabile (weekend, ad esempio, che peraltro è la paritetica forma inglese di “fine settimana”, oppure web o blog, che ho usato in questo mio articolo e che viene difficile riportare con simile sinteticità in italiano, ma passino pure parole come sexy, relax, okay, hotel, smog, marketing, social network, e così via), in altri casi non è solo tranquillamente evitabile, ma il forzato inserimento nel discorso assume toni veramente farseschi. Come fosse poi che tanta gente sapesse padroneggiare così bene l’inglese da permettersi di fonderla con la propria lingua madre! Ma quando mai?!

Ribadisco: ogni “nuova” parola straniera, quando inserita in una lingua peraltro di così alto valore storico come quella italiana, è la benvenuta se sa arricchirne il bagaglio lessicale, se aggiunge e affina e non toglie o surclassa. Altrimenti il suo uso diventa un effettivo impoverimento della lingua quando non una vera e propria minaccia alla sua esistenza e all’espressività che possiede. E un “popolo” che non sa salvaguardare e padroneggiare al meglio la propria lingua (per giunta finendo a “scopiazzare” quelle altrui), semplicemente non è un popolo. That’s it!

Popolo “strano”, gli italiani

Certo che gli italiani sono un popolo veramente strano!

Hanno la fortuna di vivere in un paese e in un territorio tra i più belli dell’intero pianeta, con paesaggi meravigliosi ed eccellenze naturali dalla cerchia alpina alle coste del mediterraneo, ricco di tesori storici, architettonici, artistici, di città affascinanti e di piccoli borghi incantevoli, un territorio composto da un palinsesto storico unico e intessuto da culture e saperi secolari, un paese ove sono nati geni d’arte e di scienza tra i più grandi dell’umanità i quali hanno saputo meravigliare il mondo… e loro, nonostante tutto ciò, continuano a perdere tempo dietro tutti questi politici che, da parecchi lustri a questa parte, pretendono di essere i maggiori “rappresentanti istituzionali” di cotanto paese.

Mah… veramente io ‘sta cosa non la capisco.

(Cliccate sull’immagine per saperne – anzi, per vederne di più…)

La sorte inesorabile di una società in-civile

Credo che quella “società civile” che non si adoperi costantemente e con la massima risolutezza contro la maleducazione e l’inciviltà eventualmente in essa presente, o che trascuri tale presenza mostrando indifferenza e apatia, non solo sia inesorabilmente destinata alla rovina ma meriti di finire quanto prima in rovina.
Per il bene di tutti – e di quella “società civile” in primis, già.

INTERVALLO – Ardez (Svizzera), Biblioteca Chasa Plaz

All’interno di una casa storica nel villaggio di Ardez, in Bassa Engadina (Canton Grigioni, Svizzera), un progetto del giovane architetto grigionese Men Duri Arquint (realizzato nel 2011) risponde in maniera efficace alla richiesta programmatica di una piccola biblioteca privata, operando un singolare esperimento costruttivo. Nel fienile inserisce due scatole adiacenti collegate da un passaggio: una stanza dotata di scaffali per i libri e una sala di lettura con vista sulle montagne. Le scatole, strutturate da una maglia intrecciata di travi di legno massiccio, sono appese alla struttura del traliccio del tetto esistente e lasciano uno scenografico volume vuoto attorno.

Un bellissimo esempio di architettura contemporanea al servizio della cultura e, al contempo, della cura e conservazione d’una tipica tradizione edile di montagna, identitaria per un’intera regione alpina.

Cliccate sulle immagini per saperne di più, da un articolo tratto da espazium.ch