Tra finedelmondisti e nientedicheisti

[Foto di Ryan McGuire da Pixabay ]
Scrivevo qui sul blog, qualche post fa, che le situazioni emergenziali mediatizzate, con tutta la pressione psicologica che scaricano su una società già gravata da problematiche varie, tra dissociazioni cognitive, alienazioni, fobie d’ogni genere e sorta, eccetera, tendono a estremizzare i limiti, in “alto” e in “basso”, degli atti e dei comportamenti diffusi, così che ad esempio i gesti nobili seppur ordinari divengono addirittura eroici mentre quelli meno nobili, ma altrettanto ordinari, assumono quasi tratti delinquenziali.

Sto notando che, appunto, questo “principio” vale anche per gli atteggiamenti con i quali certe persone si rapportano all’emergenza in corso: così, in questi giorni, mi trovo ad avere a che fare con dei catastrofisti assoluti-anche-più-del-solito, tanto da poter essere definiti anche come finedelmondisti o armageddonisti, gente già avvezza ad atteggiamenti del genere che ora ha rotto tutti i freni cognitivi possibili e «andrà tutto male!», «non ne usciremo più!», «è peggio di una guerra!» (quando poi nella maggior parte di casi la guerra, quella vera, tali persone non l’hanno mai vista; ma anche di questo particolare aspetto del periodo in corso ho disquisito qui). Di contro, mi ritrovo anche ad avere a che fare con i tipi opposti, quelli ben oltre il mero “andrà tutto bene”, i nientedicheisti – l’ultimo del genere l’ho “intercettato” ieri – che ti parlano come se non stesse accadendo nulla e ti propongono cose da fare tra qualche giorno o poco più, come se con un battimano la situazione potesse svanire di colpo senza lasciare alcun strascico, materiale e immateriale. Che a me, a quello di ieri, m’è venuto da ribattergli «Ma… stai dicendo sul serio?» e lui, come niente fosse, appunto, «Sì, perché?»

E dunque ci penso, a questi tizi, e mi chiedo quale sia peggio dei due tipi, quale che, alla lunga, provochi i danni peggiori – a chi gli sta intorno, dacché a se stesso sono affari suoi. Ovvero, rifletto su come la gestione mediatica di certe situazioni collettive  di natura sociologica – a prescindere dalle cause che le inducono – sia una pratica che abbisogni ancora di molto studio, in (e da parte di) certi settori della sfera pubblica. Uno “studio” peraltro iniziato molto tempo fa, come dimostrarono bene i marziani di Orson Welles già nel 1938. E forse alla fine, nonostante questo, il modus vivendi impostoci dalle nostre società occidentali, quando non mediato da un’atmosfera culturale adeguatamente e razionalmente virtuosa ovvero quando basato quasi esclusivamente sul sonno della ragione, genera mostri che risultano incontrollabili persino ai loro creatori. Il che, peraltro, è un processo prodromico alla tirannia più assoluta e spietata, unica forma di controllo, appunto, che certo “potere” è in grado di attuare (e al quale tende) per salvaguardarsi e salvaguardare i propri privilegi.

Poi, be’, ci mancherebbe: magari hanno ragione quelli, i finedelmondisti oppure i nientedicheisti, e siamo noi razionalisti a essere gli “anormali”, a stare (ed essere messi) ai margini dello “spettro comportamentale” nel quale si manifestano le azioni materiali e immateriali della società civile in cui viviamo, anche perché sempre molto poco gradita, la razionalità, dai suddetti poteri dominanti. D’altro canto, come diceva Goethe, «Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo». Che in effetti, nel caso, è una bella prova di mancanza di razionalità, ecco.

Che storia, il teatro italiano!

Mi permetto di sottoporvi caldamente (il clima lo consente, ormai) un altro consiglio, per queste giornate di permanenza domestica forzata: l’amico Luca Radaelli, autore, regista, produttore, direttore artistico di “Teatro Invito” e, soprattutto, grande attore di teatro (forse sono di parte, vista l’amicizia, ma della cosa sono più che certo) sta producendo per la Società Dante Alighieri della “mia” Lucerna, ma visibili a tutti su YouTube, una serie di quattro “prolusioni” sulla storia del teatro italiano, da Ruzante e Goldoni fino ai giorni nostri.
Da par suo, Luca Radaelli ci guida lungo un affascinante cammino secolare dentro un’arte meravigliosa e potente, la cui storia nostrana presenta numerose eccellenze assolute delle quali Luca, oltre alla narrazione storica, ci offrirà alcune suggestive letture recitate. Un’occasione imperdibile per conoscere – in modo certo rapido tanto quanto intrigante – l’incanto culturale e artistico di un made in Italy del quale gli italiani si possono ben vantare e andare fieri, molto più di altri (non per fare polemica, eh, ma un po’ sì!)

Cliccate sull’immagine in testa al post per visitare la pagina YouTube ove sono pubblicate le varie puntate della serie, e buon ascolto!

Dalla truna

Giungo ahimè in ritardo, ma spero non del tutto, per segnalarvi e consigliarvi questa bellissima iniziativa del collettivo Vendül e di uno dei suoi mentori, Michele Comi, del quale vi ho già parlato più volte, qui sul blog: “Dalla Truna” ovvero, come si legge nella presentazione sul sito di Vendül «una truna virtuale, del tutto sperimentale, adatta ad un gruppo di persone che vogliano far comunità attraverso una lettura condivisa. Ogni serata un testo da leggere assieme, ognuno un brano, un brano alla volta. Dopo la lettura qualche minuto per condividere impressioni, idee, suggestioni e riflessioni nate dall’esperienza appena vissuta. Una proposta semplice ed essenziale, come potrebbe essere ritrovarsi attorno al fuoco in un rifugio montano, sulla spiaggia o nel cortile di casa dopo un incontro fra  amici. Per fare comunità, apprendere, sperimentare. Un esercizio per viaggiare dentro e fuori, restando a casa.»

Cliccate sull’immagine qui sopra per saperne di più, e per sapere come partecipare, anzi, come “entrare” nella truna; cliccate invece sulle immagini in testa al post per leggerle in un formato più grande. Qui invece potete trovare alcune suggestioni estratte dalle due serate già effettuate – e ne troverete altre di quelle che verranno, immagino. In fondo è un altro modo per viaggiare, in questo periodo di forzata clausura, e nel modo più importante e necessario: con il pensiero. Perché ogni viaggio è da affrontare innanzi tutto lì, nella nostra mente ovvero dentro di noi, per poter essere affrontato e goduto appieno nella realtà, nonché per diventare qualcosa di prezioso, di utile, di veramente essenziale al nostro andare nel tempo della vita e nello spazio dell’esistenza – “il” viaggio per antonomasia, d’altronde.