Strade militari, incisioni rupestri, streghe e impiccati

[Lo zigzagante tracciato della strada militare del Legnone nel tratto sovrastante l’Alpe Campo e il Rifugio Griera. Foto di Ricky Testa, tratta da www.orobie.it.]

Nella Val Varrone degli inizi del Novecento esisteva unicamente il tratto di strada carrozzabile che da Casargo portava al ponte di Premana, il cui abitato solo nel 1913 venne finalmente raggiunto da una strada. Pochi anni dopo, i timori del generale Luigi Cadorna sulla possibilità che truppe nemiche potessero attaccare la Lombardia passando dalla Svizzera e confluendo nella Valtellina o nelle vallate bergamasche lo spinsero alla costruzione della linea di difesa montana poi intitolata a suo nome, della quale ti abbiamo già detto. La guerra è guerra, con le sue strategie e i diktat patriottici: per tali esigenze militari si costruì in fretta e furia una strada che collegava Dervio, sulle rive del Lago di Como, con i paesi della Val Varrone che sino ad allora erano rimasti isolati.
In un paio d’anni (1915-1916) la strada venne realizzata e i paesi della Val Varrone videro cambiare la loro vita. Dopo aver superato i villaggi di Tremenico ed Avano, nei pressi della località Gallino a 980 m di quota, un gran numero di soldati, prigionieri, operai della zona assoldati per l’impresa e donne di Pagnona che facevano da collegamento si staccarono dal nutrito gruppo di lavoratori che proseguì la costruzione della strada in direzione Pagnona e puntò in alto, realizzando un tracciato carrozzabile atto a giungere quasi in vetta al Legnone e poi scendere in Valtellina. Puoi immaginare la gran confusione e i cambiamenti, a pieno titolo “epocali”, che sconvolsero l’intera Val Varrone: tutti gli uomini abili al lavoro vennero assunti come sterratori o muratori, la strada che hai appena incrociato si arrampicò sempre di più sullo scosceso versante sudoccidentale della grande montagna assumendo via via le sembianze di un autentico capolavoro ingegneristico, fino a conquistare i 2395 m di quota della Bocchetta del Legnone, traversare sino alle citate gallerie scavate nella montagna, scollinare sul versante valtellinese e scendere per la Val Lesina fino a Delebio. In tutto vennero tracciati 44 tornanti e a ciascuno venne dato un nome legato ad una storia particolare. Il cammino della DOL intercetta la strada militare al primo di essi, il “Tornant de Galiin”, che prende il nome dal lööch di Gallino; sappi inoltre che il quinto è il “Tornant dól Termen” dove si trovano i “sas dai cöor”, delle pietre ricche di incisioni in verità non molto antiche, come invece sembrerebbero essere coppelle ed incisioni rinvenute su altri massi nelle vicinanze, ad esempio in località Piöde dal Croos e in altri contesti della valle, facendo supporre, con il supporto di ritrovamenti risalenti all’età del bronzo presso Pagnona, ad una frequentazione antichissima di questi luoghi. Accanto a denominazioni oggettive e pratiche come “Tornant dal Fòo Gros” (del grande faggio), ve ne sono altre ben più inquietanti come per il tredicesimo tornante, che riferisce di un impiccato, mentre altri ancora raccontano di luoghi adatti ai ritrovi delle streghe. L’ultimo è il “Tornant dól Mocc”, dedicato ad uno sterratore di cognome Maglia che aveva scavato una piccola grotta in cui si sistemava per passare la notte.

Questo è un brano dalla guida Dol dei Tre Signori, il volume del quale sono autore insieme a Sara Invernizzi e Ruggero Meles dedicato alla Dorsale Orobica Lecchese, uno dei territori prealpini più spettacolari in assoluto, e al trekking che la percorre interamente da Bergamo fino a Morbegno. La strada militare del Monte Legnone è realmente un capolavoro ingegneristico assoluto, e come tutte le opere così ardite abbisogna di cura e attenzione da parte di chi la percorre e di manutenzioni pressoché costanti. Per questa seconda necessità, di recente dovrebbero essere stati appaltati dei lavori al riguardo, che mi auguro siano portati a compimento nel migliore dei modi; per la prima, ugualmente l’augurio è che i viandanti sulla strada ne riconoscano il valore molteplice e l’importanza della sua permanenza nel tempo, prezioso e emblematico esempio di antropizzazione montana – nonché patrimonio di noi tutti – che dà lustro ai numerosi tesori culturali che il territorio in questione sa offrire.
Per saperne di più sulla guida, cliccate sull’immagine del libro lì sopra e… buone camminate lungo la Dol dei Tre Signori!

Un sorprendente e rigenerante paesaggio bucolico, a due passi dal caos

La fascia collinare posta alle spalle della città di Lecco, sopra i rioni superiori e fino alle prime balze verticali del Resegone con i contrafforti avanzati del Monte Magnodeno e del Pizzo d’Erna, presenta località e angoli di bellezza sorprendente, capaci di regalare scorci di paesaggio naturale inattesi e affascinanti. Ciò innanzi tutto per essere a solo qualche decina di minuti a piedi dalla città e dal suo caos incessante, rispetto al quale rappresentano una dimensione antitetica e assai rigenerante, nonché per la particolare morfologia della zona, un susseguirsi di conche, valli e vallecole, piani e praterie, tozze sommità che d’improvviso s’innalzano di qualche decina di metri dal territorio circostante al quale infine dà ordine il solco del torrente Bione, che attraversa interamente la zona facendo da collettore per le acque della Val Comera, l’ampio bacino che caratterizza il versante lecchese del Resegone. Una varietà morfologica che d’altro canto denota una pari varietà geologica, con un gran mischiarsi di rocce, faglie e zone carsiche, incluse alcune depressioni che un tempo dovevano ospitare dei piccoli laghetti. Ugualmente suggestivo è il rincorrersi costante di boschi e di aree prative, destinate al pascolo degli animali o in qualche caso coltivate a ortaggi e frutteti, e la presenza sparsa di edifici rurali d’ogni tipo, dalle corti agricole ai piccoli nuclei alle stalle, i fienili isolati, le baite, le casette di villeggiatura come a Campo de’ Buoi (dove troneggia il grande edificio dell’ex Collegio, chiuso da decenni), chiesette e edicole votive – oltre all’ingombrante presenza delle grandi cave di calcare ai piedi del Magnodeno in località Vaiolo (un toponimo che certo non attrae simpatia!), sul cui futuro il dibattito è aperto da anni.

A proposito di toponimi, anch’essi contribuiscono a donare fascino al luogo con denominazioni sovente legate alle caratteristiche naturali o antropiche delle località che identificano ma che è la stessa loro sonorità a suscitare un’impressione di attraente ruralità e di cose di un’era ormai depositata in un passato inesorabile: Neguccio, Belasca, Cavagiozzo, Deviscio, Rovinata, Carbonera, i già citati Campo de’ Buoi e Vaiolo… La mappa toponomastica del territorio è sempre un libro aperto che conserva e propone intriganti narrazioni secolari, come accade sempre nelle zone la cui vicinanza ai principali centri abitati ha reso particolarmente frequentati, fruiti e antropizzati, e ciò è dimostrato anche dal labirintico reticolo di vie rurali che uniscono tutti questi luoghi, a volte con mulattiere ancora ben conservate, altre con sentieri ormai imboscati e scarsamente visibili oppure, nei tempi recenti, con la tracciatura di piste agrosilvopastorali che hanno certamente agevolato la frequentazione del luogo ma, in certi casi, danneggiato le antiche vie di transito.

Personalmente ammetto di avere una particolare predilezione per la conca di Neguccio, bucolicamente straordinaria e, appunto, veramente sorprendente. Ci si giunge dalle case più alte del rione di Germanedo in nemmeno mezz’ora risalendo la strada sterrata e in parte cementata che sale decisa nella boscaglia, lungo la quale il rumore della città poco sotto fa da sottofondo incessante al cammino, magari per qualcuno in modo irritante. Poi, quasi di colpo, la strada spiana, svolta verso sinistra e supera il ciglio dell’ampia conca carsica: altrettanto improvvisamente il rumore cittadino sembra scemare, quasi sparire, o forse è solo la sensazione influenzata dalla visione rigenerante della bucolica e verdissima piana, attraversata dalla stradina tra muretti a secco e piante da frutto e cosparsa di edifici rurali. Sembra di ammirare un quadro ottocentesco, un paesaggio dipinto tra arte romantica e primo impressionismo (ho giocato a immaginarmi qualcosa al riguardo nell’elaborazione in testa al post), soprattutto se la giornata è ben luminosa e della pioggia recente ha deterso il terreno così che i colori naturali risaltino al meglio. In ogni caso la città con il suo traffico caotico e i goffi palazzoni che in decenni recenti hanno congiunto il centro ai rioni pare lontanissima, lasciata alle spalle – e non solo metaforicamente. Dalla piana nemmeno si vedono i grandi sbreghi delle cave del Magnodeno, che una favorevole spalla boscosa discendente dal monte mantiene nascoste cingendo la conca a meridione; per nulla invece – ovviamente – viene da pensare alla trafficatissima superstrada che da Lecco sale verso la Valsassina, che taglia esattamente a metà i prati di Neguccio… ma nel sottosuolo, per fortuna!

A Neguccio si respira a pieni polmoni, ci si riempie lo sguardo di bellezza naturale, si gode la piacevolezza di un momento che apparentemente non parrebbe nulla di che ma invece, per molto di quanto ho scritto e per ragioni che chiunque formulerà personalmente, diventa prezioso e benefico. Ma è sufficiente giungere lì e semplicemente guardarsi intorno, magari dopo una giornata sfibrante – di quelle che dettano la nostra normalità quotidiana, ormai –, per ritrovare un’inaspettata quiete, una sottile allegria, una buona speranza, la possibilità di godere di un piccolo piacere tanto facile quanto provvidenziale. Può essere così che la stanchezza scivoli via proprio come pare che faccia il rumore della città, tenuto a bada dalle fronde dei boschi, dall’amenità del luogo e dal nostro spirito lassù finalmente ritemprato.

Grazie a “Erbanotizie”!

Ringrazio di cuore la redazione di “Erbanotizie che ha ripreso la mia lettera sui progetti di “sviluppo turistico” del Monte San Primo, inviata agli amministratori locali che sostengono gli interventi, la cui insensatezza appare evidente sotto ogni punto di vista e difatti viene rimarcata da più parti; ugualmente ringrazio il Circolo Ambiente Ilaria Alpi che da tempo si sta battendo con ammirevole forza contro tale progetto e ha sostenuto da subito le mie considerazioni esposte nella lettera.

Mi auguro, nel mio piccolo, di contribuire (con ulteriori interventi futuri sulla questione) ad avviare un dibattito serio, ponderato e adeguatamente condiviso sulla reale valorizzazione di un luogo montano straordinario come il San Primo, la cui bellezza necessita di buon senso, visione competente del futuro e autentica sensibilità verso il luogo stesso e le sue grandi peculiarità, non certo di opere decontestuali, banalizzanti e formalmente fallimentari ancor prima di nascere. Le nostre montagne e i loro abitanti chiedono che si pensi per loro un buon futuro, non che le si condanni a languire in un passato sempre più remoto!

Cliccate sull’immagine lì sopra per leggere l’articolo su “Erbanotizie”.

Alla Culmine di San Pietro

[Una veduta dei dintorni della Culmine di San Pietro, col suo tipico paesaggio prealpino che offre fitti boschi secolari e ampi pascoli tutt’oggi monticati. Immagine tratta da lavalsassina.com.]

Alla Culmine di San Pietro, antico valico che collega la Valsassina alla Val Taleggio, vale davvero la pena di sedersi e immaginare l’importanza di questo luogo nei secoli scorsi. Fin dall’epoca carolingia è stato infatti un sito di transito e di sosta: un sacello dedicato proprio ai viandanti sorgeva dove oggi vedi la chiesa, costruita intorno al 1550. I documenti attestano questa frequentazione storica: ad esempio Cesare Cantù, nella sua Grande illustrazione del Lombardo Veneto, riferisce che «nel 1790 la Colmine aveva un Castello e contava 762 abitanti», mentre secondo diverse testimonianze storiche dell’Ottocento la località era abitata esclusivamente da famiglie di bergamini, le quali avevano a disposizione ampi pascoli da fine primavera ad inizio autunno quando con le mandrie scendevano nuovamente verso la pianura lombarda.
La “Colmine” era così legata alle abitudini nomadi dei bergamini da avere riconosciuta anche una parrocchia, istituita nel 1649 e anch’essa a suo modo “nomade”: infatti nella stessa era presente un curato e si celebrava la messa solo dalla primavera all’autunno, quando erano presenti i bergamini e fino a che, ritornando in pianura a fine stagione, abbandonavano il sito imitati gioco forza dal parroco, per poi tornare l’anno successivo. Gli anziani alpeggiatori ricordano ancora l’importanza della messa, un rito sentito al punto da generare numerose leggende narranti di tremende punizioni divine e degli inquietanti incontri in cui si poteva incorrere se non ne veniva rispettato il precetto. Presso la Culmine si narrava anche che lo spirito di un cacciatore di Cremeno si aggirasse pei i boschi con i suoi cani: una leggenda che riporta alla mente le molte narrazioni legate alla “caccia selvaggia”, tema mitologico e folclorico diffuso in tutta Europa che tra Valsassina e valli bergamasche si manifestava soprattutto nei pressi di ponti e valichi, luoghi tradizionalmente infestati da presenze demoniache. La caccia selvaggia veniva sovente citata con terrore dai pastori, perché accadeva che, nel suo furioso passare, la torma di morti accompagnati da cani demoniaci e figure spettrali che la componeva si portava via qualche armento o, peggio, la salute psichica (e talvolta la vita) di chi aveva la sventura di incapparvi. Quando tra i pastori si spandeva la voce che la caccia selvaggia stava per passare era un fuggi fuggi generale, ma se poi all’appello mancavano alcuni capi di bestiame il dubbio che fosse stata la scorreria dei morti a commettere le ruberie oppure l’opera di ben più terreni e scaltri ladri aleggiava sempre. D’altronde in Valsassina, come in Valle Brembana e Taleggio, erano famose alcune figure di banditi, a loro modo leggendarie e non di rado idolatrate dalla popolazione perché rappresentavano una sorta di Robin Hood nostrani, come il terribile Sigifredo Falsandri detto Lasco, il celebre Pacì Paciana, all’anagrafe Vincenzo Pacchiana, o il più moderno Simone Pianetti, il «diavolo della Val Brembana»: “briganti” divenuti tali spesso in forza di ingiustizie subite, che si occupavano di rubare ai ricchi per dare ai poveri o di punire chi s’approfittava iniquamente del proprio potere.

Questo è un brano dalla guida Dol dei Tre Signori, il volume del quale sono autore insieme a Sara Invernizzi e Ruggero Meles dedicato alla Dorsale Orobica Lecchese, uno dei territori prealpini più spettacolari in assoluto, e al trekking che la percorre interamente da Bergamo fino a Morbegno. Un cammino che per una buona parte può essere percorso anche d’inverno e che trova nella Culmine di San Pietro una meta sempre frequentabile – pure in presenza di neve, dato che la parte della DOL che va da Morterone fino ai Piani di Artavaggio è un percorso adattissimo all’escursionismo invernale e alle ciaspole, sostanzialmente privo di pericoli – e tra le più affascinanti di queste montagne oltre che, come avete letto, ricca di storie e di narrazioni secolari.
Per saperne di più sulla guida, cliccate sull’immagine del libro lì sopra e… buone camminate lungo la Dol dei Tre Signori!

Cari amministratori pubblici del Monte San Primo…

[Immagine tratta da gulliver.it.]
Spettabili Amministratori della Comunità Montana del Triangolo Lariano e del Comune di Bellagio,

quando venni a sapere per la prima volta del Vostro progetto di “sviluppo turistico” del Monte San Primo lo feci leggendo un articolo di giornale che uscì intorno alla data del primo di aprile e per questo pensai subito a uno scherzo, anche parecchio divertente: cinque milioni di Euro da investire per sciare poco sopra i mille metri di quota, con tutto il corredo di nuovi impianti, innevamento artificiale, strade, parcheggi, in una località in passato già chiusa più volte proprio per carenza di precipitazioni nevose e per problematiche a ciò correlate. Scrissi al riguardo questo articolo per rimarcare quanto una notizia del genere fosse assurda ovvero, all’apparenza, uno scherzo veramente ben congegnato… salvo poi scoprire che era – è tutto vero, già (si veda qui sotto). Il che, peraltro, non ne diminuiva e non ne diminuisce la stramberia, anzi, la accresce a dismisura.

Cari amministratori suddetti, a voi che dichiarate alla stampa che con il progetto in questione «Rilanciamo il turismo» dovrei innanzi tutto chiedere se veramente pensate di poter rilanciare la frequentazione turistica del Monte San Primo spendendo tutti quei soldi pubblici (pubblici, ribadisco) nella tipologia di opere previste. Ma non ve lo chiedo in quanto, sensatamente, sono io a non poter pensare che voi crediate sul serio alle vostre stesse proposte, perché nel caso – permettetemi la franchezza nel massimo rispetto verso di voi – mi parrebbe il frutto di un’alienazione politico-culturale piuttosto preoccupante o quanto meno di una sprovvedutezza notevole. Sono invece più propenso a ritenere le vostre proposte come il frutto di una superficialità dettata sia dalla necessità di “concretizzare” i finanziamenti ipotizzati e non farseli sfuggire, sia dalla volontà di annunciare opere che, come spesso accade in questi casi, generino anche potenziali vantaggi elettorali facilmente spendibili nel breve periodo, sia – permettetemi anche qui – da una scarsa ovvero tralasciata conoscenza antropologica del vostro territorio, così dotato di innumerevoli possibilità di sviluppo turistico – nel senso più virtuoso del termine – da far sembrare l’opzione sciistica ancor più degradante di quanto non possa ordinariamente essere.

D’altro canto non posso nemmeno credere che voi accettiate di assumere la responsabilità della realizzazione di opere tanto obsolete nel loro concetto di fondo e così decontestuali con la realtà geografica e climatica del Monte San Primo – eseguite con soldi pubblici, è bene ricordarlo di nuovo – che sono inevitabilmente destinate a una sorte disgraziata e a diventare, probabilmente, delle piccole cattedrali nel deserto (ma invero grandi nel contesto del luogo) se non degli inesorabili ennesimi rottami nel giro di breve tempo. Se così fosse, mi auguro veramente che voi sappiate formulare delle valide giustificazione da sottoporre alle future generazioni, a fronte della pesante impronta che avrete voluto lasciare sul territorio del San Primo e sul suo paesaggio identitario nonché rispetto agli ammonimenti precisi e dettagliati che avrete voluto trascurare e ignorare per perseguire i vostri intenti, come quelli certamente condivisibili del Circolo Ambiente Ilaria Alpi, dei quali ha dato vario risalto la stampa locale – qui, ad esempio.

A proposito di domande, cari amministratori pubblici in questione, visto che volete proporre un progetto di sviluppo turistico basato su una proposta sciistica a quote comprese tra i 1100 m e i 1500 m al massimo – ciò nel caso i nuovi impianti raggiungano la dorsale che racchiude la conca del San Primo – piuttosto vi dovrei sottoporre altre domande, del tipo: sapete quale sia la quota neve media sulle Alpi negli anni recenti? Sapete quale sia la durata media di permanenza della neve al suolo? Sapete quali siano le temperature medie invernali alle quote suddette, e quale incremento delle stesse si sia registrato negli ultimi anni? Sapete quanto costi l’innevamento artificiale a kmq e a stagione di un terreno come quello da voi indicato per la fruizione sciistica? Sapete di quanta disponibilità idrica vi sia bisogno e quale sia la potenzialità al riguardo del territorio in questione? Avete ipotizzato un piano finanziario di gestione dei costi e della sostenibilità economica della stazione sciistica che vorreste attivare, nel breve e nel medio-lungo termine, e di quante giornate-sci avreste bisogno per non operare in perdita, dunque con probabile necessità di ulteriori stanziamenti di soldi pubblici a coprire i debiti? E, ultima-ma-non-ultima domanda: avete pensato a proposte alternative per la frequentazione e lo sviluppo turistici dell’intero comprensorio del Monte San Primo ovvero a una progettualità al riguardo strutturata, sistemica e ampliata nel medio-lungo termine atta a creare un’economia turistica locale che si possa reggere da sola, in armonia con il luogo e svincolata da variabili, come quelle legate al clima, che ne possano decretare il fallimento?

Avete valide risposte a queste domande, cari amministratori pubblici locali?

Infine, mi dolgo preventivamente ma inesorabilmente per il fatto che, come sempre accade in queste circostanze, il dibattito intorno al progetto in questione diventerà sicuramente un muro-contro-muro tra amministratori locali e ambientalisti, con tutte le consuete italiche strumentalizzazioni ideologico-politiche del caso: una confusione sovente funzionale a far che certe opere controverse vadano comunque avanti nel mentre che si resta impegnati nella polemica. Peccato, perché lo sviluppo dei nostri territori, e in particolare di quelli preziosi e delicati di montagna, necessitanti di particolari cure e sensibilità, abbisogna innanzi tutto di cultura, conoscenza del territorio, visione del futuro, capacità progettuali, consapevolezza civica e, forse ancor più di ogni altra cosa, di buon senso, eppoi di un valido dibattito basato su tali doti che coinvolga tutti, e soprattutto chi abbia valide competenze nell’ambito in questione. Ecco: secondo me, costruire infrastrutture sciistiche sul Monte San Primo, alle quote prima rimarcate e nella realtà climatica che già constatiamo e affronteremo con maggior gravità nei prossimi anni, per di più spendendo soldi pubblici, non è una manifestazione di buon senso, per nulla. Anzi, significa perdere un’ottima occasione, da parte vostra, di proporre un’idea di futuro per i vostri territori innovativa, sistemica, sostenibile, contestuale e virtuosa, il tutto per rincorrere chimere economico-turistiche (e politiche) che si sono già rivelate inconsistenti lustri fa. Significa, per dirla in parole povere, correre il rischio di restare nella storia locale come quelli che hanno contribuito al degrado del territorio con un progetto illogico e ingiustificato che non solo non ha sviluppato il San Primo ma lo ha ridicolizzato agli occhi di tanti.

[Quest’immagine mostra i tracciati degli skilift e delle piste un tempo presenti sul Monte San Primo; quello tratteggiato che sale a Terrabiotta, riferito a un impianto ancora più vecchio del quale restano solo i ruderi, ricalcherebbe il percorso del nuovo impianto – seggiovia o skilift – ipotizzato dal progetto. Si notino le quote del territorio interessato.]
“Buon senso”, sì. Che non è di destra o di sinistra, non è pubblico o privato, non è di questa parte o di quell’altra: è di tutte le persone assennate, siano esse cittadini comuni o rappresentati delle istituzioni, e tutti dovrebbero promuoverne l’evoluzione e la diffusione a favore del bene comune. Purtroppo, come già scriveva il Manzoni quasi due secoli fa, anche oggi e fin troppo spesso «il buon senso se ne sta nascosto per paura del senso comune»: quel senso comune che voi vorreste imporre ma che, come ogni cosa ingiunta, è una manifestazione di debolezza culturale e morale nonché di una malcelata malevolenza verso i propri stessi territori abitati, vissuti e amministrati, con il cui Genius Loci evidentemente non si è più capaci di dialogare.

Cari amministratori del Monte San Primo, veramente voi vorreste tutto ciò?

Grazie per la considerazione che riporrete in questa mia disquisizione, della cui prolissità chiedo perdono così come per qualche passaggio che forse riterrete troppo duro nei vostri confronti ma che sappiate frutto di pura e consapevole sincerità.

Buon lavoro e buona giornata.