Ho sempre còlto e letto con diffidenza, e non raro sarcasmo, le frequenti e altisonanti citazioni promozionali che si possono trovare sui libri, in particolare sulle famigerate “fascette” che, personalmente, proibirei con fermezza per come a volte ciò che dichiarano sia così smaccatamente assolutistico e roboante da risultare francamente grottesco, oltre che palesemente (per chi conosca un po’ l’editoria) falso.
Ecco: «La mente migliore della sua generazione». Questa è la frase, citata dal “The New York Times”, che campeggia sull’edizione in mio possesso di Tennis, Tv, trigonometria, tornado, e altre cose divertenti che non farò mai più del celeberrimo David Foster Wallace (Minimum Fax, 1999/2011, traduzione di Vincenzo Ostuni, Christian Raimo, Martina Testa; orig. A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again, 1997), raccolta di sei lunghi articoli di tono saggistico ma in verità dal mood ben più variegato con i quali lo scrittore americano tragicamente scomparso nel 2008 esplica alcune delle sue visioni fondamentali su altrettanti fondamentali temi della vita quotidiana, propria e della società in cui ha vissuto – tra gli Ottanta e i Novanta del secolo scorso, un mondo tecnologicamente diverso da quello attuale ma in fondo psicologicamente rimasto lo stesso […]
[Foto di Steve Rhodes, originariamente postata su Flickr, CC BY 2.0, fonte qui.](Leggete la recensione completa di Tennis, Tv, trigonometria, tornado, e altre cose divertenti che non farò mai più cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
Giusto qualche giorno fa (rispetto alla data del presente testo) ho pubblicato un articolo, qui sul blog, nel quale riflettevo sul fatto che buona parte della storia della civiltà umana, in particolare nell’ultimo secolo e mezzo, sia stata determinata non tanto da cose positive ma più da cose negative, ovvero che a ben vedere la nostra storia non sia una narrazione di grandi invenzioni, scoperte, conquiste, ma una lunga cronaca di occasioni perse, che non di rado si sono poi trasformate in grandi tragedie. Ecco, un periodo storico assolutamente emblematico in tal senso è quello appena successivo alla fine della Prima Guerra Mondiale, dal 1918 al 1923: un lustro successivo a quella che ai tempi fu la più grande tragedia mai determinata e subìta dal genere umano, con più di venti milioni di morti e altrettanti di feriti, così spaventosa da far pensare chiunque, allora, che da siffatta catastrofe non sarebbe potuto che scaturirne un lungo periodo di pace e prosperità globale.
Quell’anno fondamentale, il 1918, e quelli successivi, sono proprio il soggetto e l’ambito temporale che lo storico tedesco Daniel Schönpflug racconta ne L’anno delle comete (Keller Editore, 2018, traduzione di Alice Rampinelli; orig. 1918: Die Welt im Aufbruch, 2017), il cui sottotitolo, che riprende direttamente il titolo originale dell’edizione tedesca, fissa la dimensione temporale e “politica”, per così dire, narrata: “1918, il mondo in trasformazione”. Una trasformazione che, ribadisco, molti speravano in meglio, anzi, alcuni ne erano certi che la sanguinosa lezione del conflitto mondiale fosse servita al genere umano a insegnare la giusta direzione verso il futuro. Ma l’autore, nella copertina del libro, sottopone quel vocabolo apparentemente beneaugurante, viste le circostanze, “trasformazione”, alle comete, richiamate nel titolo principale dell’edizione italiana: Schönpflug si riferisce alle comete di un’opera di Paul Klee, La cometa di Parigi, creata proprio nel 1918, ove l’oggetto celeste è certamente sinonimo di desiderio, di speranza (nell’accezione comune a noi oggi nota), ma è pure segno di presagio, di premonizione – lo stesso Klee, nel descrivere la sua opera, indicava la natura aleatoria della cometa, che compare in cielo, lo illumina in modi spettacolari e suggestivi ma poi se ne va via e di nuovo scompare nel buio dello spazio profondo […]
[Immagine tratta da tandaarduitgeverij.be, fonte qui.](Leggete la recensione completa di L’anno delle comete cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
La vita non è una serie di lampioni piantati in forma simmetrica, è un alone luminoso semitrasparente che avvolge la nostra coscienza dall’inizio alla fine. E non è forse compito del romanziere saper rendere questa qualità fluttuante, inconoscibile, inafferrabile, con il minimo intervento di ciò che è sempre esterno ed estraneo?
Nella moderna civiltà dei consumi gli strumenti in grado di portare all’acquisizione estetica di nuovi paesaggi sono enormemente aumentati con il cinema, la fotografia e tutti quei mezzi che danno visioni nuove e «inconsuete» anche di paesaggi prima trascurati, rimasti nell’oblio. Sfruttando tutte queste forme di scoperta interviene poi la pubblicità turistica che se ne serve per valorizzare una località. Cosi quel paesaggio, subito usato, consumato, si degrada rispetto alla prima interpretazione. È quando la località «diventa alla moda», come si dice (un giorno sarà un’isola polinesiana, oggi è un tratto di costa mediterranea): luoghi verso i quali subito si riversa l’uomo della città industriale come verso isole intatte, introducendo così nuove modificazioni, secondo un processo incessante che sembra destinato a coprire tutti gli antichi paesaggi sopravvissuti come espressioni autoctone di vita (e come beni da scoprire, consumare, logorare e distruggere).