La storia è un incubo

[Il villaggio di Yakovlivka, nell’Oblast di Kharkiv, 3 marzo 2022. Foto di Mvs.gov.ua, CC BY 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]

La storia, disse, è un incubo dal quale sto cercando di svegliarmi.

(James Joyce, Dedalus (Ritratto dell’artista da giovane), 1916, ripresa anche in Ulisse, 1922.)

Questa celebre frase di Joyce, valida come non mai in questi giorni drammatici ma in effetti, e purtroppo, di valore costante, mi viene di accostarla – cisto l’ambito onirico a cui simbolicamente si riferisce, e non solo per quello – a un’altra notissima locuzione, in origine il titolo di una celeberrima opera di Francisco Goya: «il sonno della ragione genera mostri». Un accostamento dal quale scaturisce l’immagine di una storia – umana, ovviamente – carente di ragione e popolata di mostri, dal cui incubo, come dice il protagonista del romanzo di Joyce, sarebbe veramente e definitivamente il caso di svegliarci. Invece, a quanto pare, continuiamo a dormire, generando senza sosta e inesorabilmente nuovi incubi. Già.

Un viaggio artistico nel paesaggio della Valtellina

A Sondrio, presso Palazzo Sassi de’ Lavizzari, sede del MVSA – Museo Valtellinese di Storia e Arte, è in corso una bella mostra che indaga il tema della raffigurazione del paesaggio (della Valtellina, peraltro territorio emblematico un po’ per tutta la regione alpina) che vi consiglio caldamente. Accordi di paesaggio. Un viaggio in Valtellina attraverso le opere della Sezione Novecento del MVSA, che resterà aperta fino al 20 marzo, è una mostra che, come si può leggere nella presentazione, rappresenta «un viaggio attraverso una selezione di circa quaranta dipinti dal dopoguerra agli anni sessanta, caratterizzati da uno stile figurativo aderente alla realtà, memore altresì delle sperimentazioni astratte e informali di quegli anni, includendo inoltre quattro tavole degli anni Venti a mo’ di premessa tardo-impressionista e divisionista e due lavori degli anni ottanta quali incipit al figurativo sensibile alla cultura post moderna. Le opere rappresentano e interpretano il paesaggio attraverso una scansione tematica del territorio, dal fondo valle con le sue ampie vedute e i suoi corsi d’acqua alle cime maestose, meta di ascensioni alpinistiche, attraversando i versanti verdeggianti e il paesaggio costruito, esso stesso puntellato da architetture religiose, civili e rurali, memoria della presenza e del lavoro dell’uomo. Paesaggio è relazione (visiva) tra noi e il mondo, è raffigurazione e svelamento di luoghi che descriviamo, documentiamo, indaghiamo, trasformiamo, ammiriamo, contempliamo, imprescindibile dal nostro abitare e attraversare la terra. Le opere sono documenti e tracce identitarie del territorio, ma anche testimonianze del desiderio dell’uomo vivere in luoghi belli, caratterizzati dalla coesistenza armonica di elementi naturali e manufatti architettonici e infrastrutturali.»

Una mostra assolutamente interessante (qui sopra vedete una minima anteprima delle opere esposte), come lo è sempre l’arte quando sa fissare con le sue modalità espressive e con inimitabile forza la raffigurazione della realtà, andando oltre il visibile materiale per far viaggiare la mente verso ogni altro contesto immateriale – e il paesaggio è un ambito perfetto, per consentire un tale prezioso e illuminante viaggio. Da vedere, ribadisco; io conto di farlo presto.

Per saperne di più sulla mostra e su come visitarla, cliccate sull’immagine della locandina in testa al post.

Uno dei più bei dipinti dell’Engadina (“senza” l’Engadina)

L’Engadina è uno dei luoghi più affascinanti delle Alpi e del mondo, inutile rimarcarlo, e nel tempo il fascino assoluto del suo paesaggio si è cercato di catturarlo in molti modi attraverso narrazioni letterarie e immagini di vario genere. Tamara de Lempicka – d’altro canto forse la più fascinosa artista della storia – in Saint Moritz (1929, esposta al Museo di Belle Arti di Orléans) ha saputo rendere il fascino engadinese senza in fondo raffigurarlo, ovvero condensandolo in una figura femminile – un autoritratto, peraltro – effigiata in un ambiente invernale dietro la quale si intravede una porzione di rocce innevate. Una figura la cui bellezza intrigante e un po’ malinconica è del tutto femminile e umana, ma che al contempo riesce a rappresentare perfettamente quella della montagna, che nell’opera sostanzialmente non si vede tuttavia l’osservatore s’immagina e della quale, per tutto questo, è come se percepisse il grande fascino – paesaggistico e non solo.

Saint Moritz è un piccolo e poco noto capolavoro di “arte alpina” senza esserlo, in effetti, ma assolutamente capace di raffigurare un immaginario di paesaggio nel modo più intenso e consono al luogo che ne è fonte e ispirazione.

Alt(r)ispazi, alt(r)e riletture!

Ringrazio di cuore Alt(r)ispazi, il sito/blog dell’Associazione Culturale Ettore Pagani – un’organizzazione indipendente e senza scopo di lucro che opera in ambito culturale a favore della maggiore conoscenza del mondo della montagna – per aver ripostato il mio articolo Piove? Evviva! pubblicato in origine qui e nel quale raccontato dell’affascinante esperienza personale vissuta con Michele Comi nell’edizione 2021 di Alt(ro) Festival, in Valmalenco, in una giornata con condizioni meteorologiche “avverse”. Ma avverse da chi e da cosa, poi?

Cliccate sull’immagine lì sopra per leggere il mio racconto, e buona alt(r)a lettura!

Un certo dissenso

I redattori del sito MountCity.it, con questo articolo, osano esprimere la loro “disapprovazione” (vedi qui sopra) nei riguardi di quanto ho scritto nel mio post Piove? Evviva! nel quale ho sostenuto con la consueta passione la necessità di non farsi più condizionare dalle condizioni meteo quando si è in Natura dacché, se un acquazzone dovesse sorprenderci, alla peggio ci bagneremmo ma alla meglio ci godremmo una messe di percezioni che la pur gradita meteo favorevole nel caso ci farebbe sfuggire – ciò che in pratica ho raccontato dell’avventura montana narrata in quel mio post, vissuta con il mai abbastanza lodabile Michele Comi. «Non se la prenda dunque se una volta tanto da questo sito si leva un certo dissenso» dice (scrive) a me MountCity, riportando esempi di grandi personaggi delle avventure in Natura come ad esempio Beppe Tenti, il leggendario “camminatore con l’ombrello” (poi inventore di “Overland”), o un Riccardo Cassin particolarmente attento ad evitare le condizioni meteorologiche più avverse.

Be’, rivolto ai redattori di MountCity, dico: avercene di dissenzienti come loro! Non posso che essere onorato dell’attenzione che così spesso riservano alle cose che scrivo, e parimenti ben contento che, se debbano dissentirne, possano aggiungere interessanti e argute osservazioni sui temi disquisiti – come è loro abitudine – che per il sottoscritto in primis e poi per chi legge i nostri articoli ne ampliano, sviluppano e completano i contenuti. La citazione di quella vecchia canzone di Renato Rascel, «È arrivato il temporale, chi sta bene e chi sta male, e chi sta come gli par» proposta loro articolo è in effetti quanto mai sublime nell’evidenziare ciò che veramente conta, al riguardo, così come può venire ben utile, sotto forma di consiglio indiretto, il ricordo del citato Beppe Tenti che «si vantava di usare l’ombrello anche per prendere a legnate bovini e yak che ostruivano i sentieri impedendo alla comitiva di passare», durante le sue avventure himalayane.

Insomma: che piova o che faccia bello, ognuno sia libero di infradiciarsi oppure di ripararsi al caldo nel rifugio più vicino! L’importante, come in ogni cosa umana, è che non venga mai meno il buon senso e la consapevolezza delle proprie azioni e del contesto in cui si svolgono. Allora sì, delle previsioni meteo ce ne possiamo tranquillamente fare un baffo. Anche perché con la (non) accuratezza che offrono…