[Immagine tratta da vetteebaite.it.]Il paesaggio è fatto di tanti elementi e non solo materiali, come il luogo che così denominiamo, ma pure immateriali come la luce, le ombre, i profumi, i suoni oltre alle emozioni che tutto ciò ci suscita. Non è un caso che proprio l’idea di paesaggio è quella che più di altre definisce il concetto di bellezza e viceversa: infatti anche la bellezza non è solo mera estetica oggettiva ma è molto di più, e molte altre cose.
Un luogo che manifesta mirabilmente questa relazione tra paesaggio e bellezza è il Monte San Primo: il quale non è solo una montagna ma è mille altre cose, materiali e immateriali. Ed è molto altro rispetto a quanto alcuni lo vorrebbero ridurre trasformandolo in un assurdo luna park sciistico, degradandone l’inestimabile valenza alpestre oltre che la grandi potenzialità ecoturistiche. Domenica prossima 4 agosto, alla Bocchetta del Terrabiotta, lì dove il San Primo unisce la visione spettacolare delle Alpi verso nord con quella vastissima della Pianura Padana a sud, c’è un evento che ve lo dimostrerà bene e con grande suggestione, per come saprà unire tanti degli elementi che formano sia il paesaggio del San Primo che la sua mirabile bellezza.
Lassù, all’ora del tramonto e in un luogo dal raro fascino, suonerà il “Quartetto sbagliato”, flauto e trio d’archi. Il tutto per perorare ancora una volta la difesa e la tutela del Monte San Primo da quelle scellerate turistificazioni proposte – il che rende il concerto ancora più imperdibile – con la cura dell’Associazione “Testa di Rapa” e l’egida del Coordinamento “Salviano il Monte San Primo”. Il ritrovo è alle 18.00 direttamente alla Bocchetta del Terrabiotta oppure alle ore 16.30 alla stazione FNM di Canzo per il carpooling.
Sarà una cosa veramente bella e emozionante. Non mancate!
(Questo post fa parte della serie “Cartoline dalle montagne“; le altre le trovate qui.)
[Foto di Janis Fasel su Unsplash.]Il Wetterhorn è senza dubbio una delle montagne più spettacolari della Svizzera e di tutte le Alpi. Possente, maestosa, imponente, domina con la sua triplice vetta – che raggiunge la quota massima di 3704 m – una delle vedute più famose e fotografate della Svizzera, quella della conca valliva di Grindelwald, sulla quale precipita dalle zone sommitali glaciali con un’impressionante parete verticale alta 1400 metri e una prominenza complessiva dal fondovalle di oltre 2000 metri.
Ha solo una “sfortuna”, il Wetterhorn: l’orogenesi di questa parte delle Alpi l’ha piazzata accanto a montagne ancora più elevate e, soprattutto, più celebrate dalle cronache e dal turismo mondiale. Innanzi tutto l’Eiger, poi il Monch e la Jungfrau – la celeberrima “triade” dell’Oberland bernese – e poi altri quattromila della zona come lo Shreckhorn, il Lauteraarhorn, il Finsteraarhorn… Così sovrastato da queste vette e messo in ombra dalla loro fama globale, il Wetterhorn risulta inesorabilmente meno famoso e citato. Eppure, la sua avvenenza alpestre non è da meno rispetto a quella dei rinomati monti vicini e la sua parete nord ovest non sfigura in imponenza rispetto alla celeberrima nord dell’Eiger, della quale è solo qualche dozzina di metri meno alta; d’altro canto il Wetterhorn vanta una lunga serie di opere pittoriche che lo ritraggono, come se prima dell’avvento del turismo commerciale, concentratosi sui monti vicini (innanzi tutto grazie alla rinomata Ferrovia della Jungfrau; ma anche il Wetterhorn era risalito da una funivia parecchio spettacolare: l’ho raccontata qui), i viaggiatori che giungevano in zona fossero ben più sensibili alla sua bellezza.
[Il Wetterhorn giganteggia sopra le case di Grindelwald. Foto di W. Bulach, opera propria, CC BY-SA 4.0. Fonte commons.wikimedia.org.]Peraltro sul versante opposto di Grindelwald, quello della Haslital ove si trova la località di Meiringen (sì, quella che, si dice, ha dato il nome alla meringa), il Wetterhorn in passato era chiamato Hasle Jungfrau, essendo la vetta massima del paesaggio visibile da quella zona così come la Jungfrau vera e propria lo è per il versante dirimpetto, il che ne rimarcava non solo l’importanza morfologica ma anche il forte valore di marcatore referenziale del monte per la geografia locale.
Ma per me che sono un gran appassionato di montagne tanto quanto di toponomastica alpina, il fascino del Wetterhorn nasce anche da questo suo strano nome: il “Corno del tempo”, inteso proprio come tempo meteorologico. Infatti wetter in tedesco significa “tempo” – «Was ist für Wetter?», «Che tempo fa?» – e lo si può usare sia con accezione positiva che per “maltempo” così come per indicare le previsioni meteo. Fatto sta che non sono riuscito a trovare alcuna informazione sull’origine del toponimo Wetterhorn. Perché tale diretto riferimento alla meteorologia nel nome? Forse che la montagna con la sua mole riesce a influenzare le correnti atmosferiche e dunque le condizioni del tempo nella zona? O forse perché anche per il Wetterhorn (come accade per molte altre montagne) la presenza di particolari circostanze meteorologiche, ad esempio la presenza di nubi stazionanti sulla vetta (come nella “cartolina” qui sotto), è sintomo di imminente maltempo?
Non è dato sapersi – almeno per lo scrivente.
[Foto di Xperience, opera propria, pubblico dominio. Fonte commons.wikimedia.org.]Magari, qualcuno di voi che state leggendo questo mio articolo ne sa di più al riguardo: sarò ben felice di imparare da lui. Fatto sta che per il momento il “mistero” toponomastico del Wetterhorn resta. Ma anche stavolta è un mistero che in fondo accresce ancor di più il fascino del Wetterhorn e ne alimenta la grande valenza geografica e culturale per il territorio che domina e per chiunque abbia la fortuna di ritrovarselo, così scenograficamente maestoso e spettacolare, nello sguardo.
Quando si discute di sovraffollamento turistico – l’overtourism – in montagna, si rimarca spesso la necessità di distribuire meglio i flussi turistici tanto nei territori interessati quanto in quelli contigui, molti dei quali offrono attrattive non inferiori alle località più blasonate ma per le dinamiche commerciali e di marketing del turismo di massa vengono poco o nulla considerati.
Giustissimo, opportuno, anzi indispensabile. Tuttavia di contro mi chiedo: ma veramente sulle montagne, che ovunque o quasi offrono luoghi, angoli, ambienti, paesaggi di bellezza peculiare, c’è bisogno che qualcuno lo faccia notare? Evidentemente sì, visto che al turista di oggi non viene sollecitata la curiosità della scoperta dei luoghi ma solo la pretesa della fruizione di essi. La quale ha ovviamente bisogno di servizi e infrastrutture ma ancor più di immagine, branding, marketing e altre amenità tipiche del turismo massificato contemporaneo.
Eppure basterebbe poco per scoprire moltissimo, un minimo di curiosità – che dovrebbe essere di default in chiunque affronti un viaggio, che sia più o meno ludico – per conoscere e poter godere di innumerevoli luoghi straordinari i quali offrono “l’infrastruttura” più bella che questo mondo ospita, quella costruita dalla Natura.
Qualche giorno fa ero nei pressi di una rinomata località turistica delle Alpi lombarde e ho visitato uno degli angoli più belli e particolari della zona, raggiungibile in poco più di un’ora lungo un sentiero ripido ma semplice in un contesto di alta montagna mirabile – peraltro quest’anno in una veste che lo rende ancora più spettacolare, come potete constatare dalle mie pur mediocri fotografie.
[Cliccate sull’immagine per ingrandirla.]Be’, pur con un tempo bello e stabile, ci saranno state lassù al massimo una quindicina di persone nell’intera giornata. Me ne aspettavo molte di più, vista la bellezza del luogo. A valle, la trafficata strada statale ingolfava di una gran folla di gitanti il villaggio sottostante, ben munito di bar e ristoranti nonché di ampi parcheggi, tutti pieni. Stessa cosa nei rifugi del circondario, inesorabilmente presi d’assalto. Lassù dove sono salito io, invece, non c’è nessun punto di appoggio. Ma non che ne servisse uno, d’altronde: il piccolo lembo di prato tra le gande nel quale mi sono fermato a pranzare era quanto di più funzionale, comodo e bello potessi desiderare, lì.
Ecco.
Ovviamente non manco di considerare l’altra faccia della medaglia, in situazioni del genere: più gitanti affollano le località rinomate, meno “disturbano” luoghi pregiati e più delicati come quello da me visitato. In effetti questo è un “pregio” nemmeno così collaterale dell’overtourism, soprattutto sulle montagne. Certi luoghi, se per qualche motivo diventerebbero popolari e di conseguenza verrebbero frequentati da molte, troppe persone, inevitabilmente perderebbero tutto il loro fascino alpestre. D’altro canto, se la curiosità verso di essi fosse autentica, come lo è quella di chi è autenticamente appassionato dell’andar per montagne, credo che la statistica e la gran quantità di posti meritevoli di considerazione potrebbero eliminare quel rischio alla fonte.
In ogni caso, lo avrete notato, non ho dato riferimenti del luogo in cui sono stato. Metto le mani avanti, chi conosce la zona avrà intuito quale sia mentre gli altri che ne sono interessati… be’, appunto: alimentate la vostra curiosità, qui e per ogni altro luogo. Vi sorprenderete di quante cose belle scoprirete dove forse mai pensereste di trovarne!
[Questo monte è l’Artesonraju, vetta della Cordillera Blanca in Perù che secondo molti ispirò il logo di una delle principali case di produzione cinematografica – intuirete facilmente quale sia. Foto di Frank R 1981, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]Cari amici,
vi propongo un’altra domanda alla quale chiedo una risposta, questa volta anche non istintiva e invece più meditata:
Cosa secondo voi simboleggia la montagna più di ogni altra cosa?
Per intenderci, dovrebbe essere qualcosa che, se ci fosse da elaborare un ipotetico “logo” della montagna, ce lo inserireste al centro così che il pensiero di chi lo veda vada subito alle montagne, appunto.
Ogni risposta (una sola, come sempre) è valida, anche se è bene che sia qualcosa di reale, non di astratto o immaginario.
Come sempre, dalle risposte ne trarrò poi un compendio da proporvi successivamente.
Grazie di cuore a chiunque vorrà partecipare e rispondere!
[Ecco un altro luogo dove serviva proprio una panchina gigante per poter ammirare il paesaggio, vero? Monte Carza, Trarego Viggiona (Verbania). Immagine tratta da qui.]Ribadisco: il terribile e volgare fenomeno delle “big bench”, le panchine giganti sparse a centinaia per il territorio italiano, nonostante se ne stiano installando ancora è già in declino. Come d’altronde accade per tutte le cose prive di senso, che rapidamente entusiasmano e poi in breve stancano.
In ogni caso, da quelli che ancora le sostengono e al netto delle motivazioni di matrice meramente ludica, viene spesso esaltata la funzione “benefica” che avrebbero le panchine giganti, per la quale la “Fondazione Big Bench Community Project” (BBCM) che le promuove destina «una gran parte delle donazioni che riceviamo a progetti proposti dai territori in cui è installata una grande panchina, che coinvolgano i bambini e l’arte» – così si legge sul sito. In questo modo, chi critica le panchinone viene pure ritenuto una brutta persona che va contro alla beneficenza grazie ad esse raccolta e donata.
Benissimo, analizziamo nel dettaglio la questione. Leggo dal sito BBCM che la “Fondazione” ad oggi ha erogato 13.500 Euro. Sì, ma lo ha fatto in 14 anni (la prima panchina gigante è del 2010) e su un totale di 366 panchine esistenti: fanno meno di 37 Euro a panchina erogati.
Trentasette Euro a panchina. Già.
Seriamente: di cosa stiamo parlando?
Sia chiaro: piuttosto che niente meglio piuttosto, come dicono a Milano. Tuttavia, permettetemi di sostenere, per esperienza personale diretta, che con una marea di altri progetti, anche piccoli, realizzati al fine di “valorizzare” veramente i territori si possono ottenere ben altre erogazioni, a partire da quelle delle Fondazioni di comunità a vantaggio reale dei soggetti che in quei territori operano per sostenere «lo sviluppo della creatività dei bimbi» (cito sempre dal sito) e la cultura in generale, senza andare a piazzare manufatti così “ignoranti” – rispetto ai luoghi che dicono di voler valorizzare e invece degradano, anche vista la loro ripetitività – come le panchine giganti, peraltro guarda caso gradite innanzi tutto da adulti ai quali poco o nulla interessano tanto gli scopi benefici quanto i luoghi attraverso la cui “valorizzazione” verrebbero sostenuti. Forse anche per questo le somme erogate sono così esigue. Sarò cinico, forse, ma la realtà dei fatti è questa, per come la si può rilevare dalla sua stessa fonte.
«Come ritornare bambini riscoprendo il paesaggio»: così recita lo slogan sulla home page del sito BBCM. Peccato che i bambini scoprono il paesaggio esplorandolo, correndoci dentro, rotolandosi nei prati, sporcandosi le mani di terra, emozionandosi dietro ogni albero, ogni dosso, ogni crinale raggiunto e superato e facendosi domande su ogni cosa che colgono, non selfies. E tanto più non grazie a un giocattolone fuori misura cementato a terra e fatto per gli adulti in cerca solo di selfies, appunto.
N.B.: sull’ultimo numero de “La Rivista” del Club Alpino Italiano si può leggere un articolo assolutamente significativo sul fenomeno “panchine giganti” di Luca Gibello, architetto, direttore de “Il Giornale dell’Architettura” e fondatore dell’Associazione Culturale “Cantieri d’Alta Quota” (nonché valente alpinista) che vi consiglio caldamente di leggere, se potete.