La fregatura dei somari travestiti da leoni (Trilussa dixit)

Devo ringraziare l’amica Elisabetta Nava per avermi ricordato, sulla sua pagina facebook, il seguente gioiellino poetico del grande Trilussa, scritto un secolo fa ma alquanto attuale – come molte altre cose in Italia, emblematicamente: il paese dove al solito ogni cosa cambia affinché nulla cambi:

L’elezzione der presidente

Un giorno tutti quanti l’animali
Sottomessi ar lavoro
Decisero d’elegge’ un Presidente
Che je guardasse l’interessi loro.

C’era la Societa de li Majali,
La Societa der Toro,
Er Circolo der Basto e de la Soma,
La Lega indipendente

Fra li Somari residenti a Roma,
C’era la Fratellanza
De li Gatti soriani, de li Cani,
De li Cavalli senza vetturini,
La Lega fra le Vacche, Bovi e affini…
Tutti pijorno parte a l’adunanza.

Un Somarello, che pe’ l’ambizzione
De fasse elegge’ s’era messo addosso
La pelle d’un leone,
Disse: – Bestie elettore, io so’ commosso:
La civirtà, la libbertà, er progresso…
Ecco er vero programma che ciò io,
Ch’è l’istesso der popolo! Per cui
Voterete compatti er nome mio… –

Defatti venne eletto propio lui.
Er Somaro, contento, fece un rajo,
E allora solo er popolo bestione
S’accorse de lo sbajo
D’ave’ pijato un ciuccio p’un leone!

– Miffarolo!… Imbrojone!… Buvattaro!…
– Ho pijato possesso,
– Disse allora er Somaro – e nu’ la pianto
Nemmanco si morite d’accidente;
Silenzio! e rispettate er Presidente!

Dopo tale illuminante componimento mi viene al riguardo da rilanciare, sempre con Trilussa e con un’altra sua poesia, il cui finale direi che si potrebbe assumere come ideale riassunto della storia istituzionale italiana recente:

Doppo l’elezzioni

Nun c’era un muro senza un manifesto,
Roma s’era vestita d’Arlecchino;
ogni passo trovavi un attacchino
c’appiccicava un candidato onesto,
còr programma politico a colori
pè sbarajà la vista a l’elettori.

Promesse in verde,affermazioni in rosso,
convincenti in giallo e in ogni idea
ce se vedeva un pezzo di livrea
ch’er candidato s’era messa addosso
cò la speranza de servì er Paese….
(viaggi pagati e mille lire ar mese.)

Ma ringrazziamo Iddio! ‘Sta vorta puro
la commedia è finita, e in settimana
farà giustizia la Nettezza Urbana
che lesto e presto raschierà dar muro
l’ideali attaccati co’ la colla,
che so’ serviti a ingarbujà la folla.

De tanta carta resterà, se mai,
schiaffato su per aria, Dio sa come,
quarche avviso sbiadito con un nome
d’un candidato che cià speso assai…
Ma eletto o no, finchè l’avviso dura,
sarà er ricordo d’una fregatura.

Ecco qui, in pochi strabilianti versi, l’Italia moderna e contemporanea – ovvero la sua condanna ad una inesorabilmente triste sorte.

Scrittore, io? No, grazie… (Sergej Dovlatov dixit)

– Dicono che sei diventato uno scrittore, è vero?
Io mi confusi. Non ero preparato a una simile formulazione. Sarebbe stato meglio se mi avessero chiesto «sei un genio?». Avrei risposto tranquillamente di sì. Tutti i miei amici erano oppressi dall’onere della genialità. Tutti si definivano genii. Definirsi scrittore era più difficile.

(Sergej Dovlatov, La valigia, Sellerio Editore, Palermo, 1999-2017, traduzione di Laura Salmon, pagg.99-100.)

Suonano piuttosto bizzarre queste parole del grande e geniale scrittore (lui sì!) russo, rispetto alla realtà contemporanea ove troppi, veramente troppi, si arrogano il diritto di definirsi scrittori solo per aver pubblicato (sovente a spese proprie e senza un autentico supporto editoriale) un “testo”. Con tutto il rispetto: né scrittori né tanto meno geni, costoro (salvo rarissimi casi). Ma a volte non è nemmeno colpa loro, semmai lo è di un’editoria sempre meno preparata e lungimirante che ha smesso di pubblicare le scritture di autori geniali e di contro, appunto, ha trasformato scribacchini tutt’altro che geniali in “scrittori”, con i risultati commerciali che ora si possono constatare e che rendono il mercato editoriale nostrano tra i più asfittici in assoluto.

Insomma, diffidate di chi vi si presenta come “scrittore”, senza averne chiari e riconosciuti titoli: potrebbe facilmente essere che chi avete davanti non sia affatto un “genio”, dacché, in effetti, se un genio autentico lo fosse, forse non pubblicherebbe mai alcun libro per poi definirsi “scrittore” – peraltro, nel caso, nemmeno per demerito suo!

P.S.: ammetto che personalmente mi ci ritrovo molto nelle parole di Dovlatov. Non perché mi consideri un “genio”, anzi, semmai perché qualche tempo fa presentavo una conferenza su alcuni dei miei libri che si intitolava “Scrittore sarà lei!”…

Il “naturale”, nella scrittura, è tutto artificio (Giorgio Linguaglossa dixit)

(René Magritte, “La chiave dei campi” (“La clef des champs”), 1936.)

Ciò che appare «naturale» in fatto di stile, nasconde spesso l’artificio. In arte, e nella scrittura in particolare, non v’è nulla di «naturale» né di ovvio, la naturalità ha le sue radici in un profondo lavoro di scavo e di progetto artistico.

(Giorgio Linguaglossa dissertando della poesia di Guido Galdini su L‘Ombra delle Parole. Rivista Letteraria Internazionale, luglio 2016.)

Linguaglossa ha ragione in ciò che afferma, senza dubbio: in fondo anche l’arte più istintiva deve avere un progetto alla base per assumere peculiarità artistiche. Di contro, tuttavia, nel progetto artistico e nel relativo scavo si va (si deve andare) inevitabilmente a fondo della propria natura, arrivando pure – se si è particolarmente abili – a toccarne il nucleo più sostanziale e intimo, lì dove “naturale” e “artificiale” trovano la stessa sorgente essenziale. Dunque, posto ciò, il vero scrittore, cioè quello veramente bravo, è colui che sa progettare il naturale e sa rendere naturale l’artificio, al punto da congiungere tali due elementi in origine antitetici in un “super-elemento” pienamente artistico, dacché pienamente in grado di narrare la realtà e la verità di essa, che sempre sono fatte di naturalità e di artificialità in un modo che, il più delle volte, solo l’arte sa distinguere.

(Grazie a Katia Olivieri, dalla cui pagina facebook ho tratto la citazione.)

Una (prima) piccola/grande rivincita della geografia

Saul Steinberg, “View of the World from 9th Avenue”, copertina del “The New Yorker” del 29 marzo 1976.

Qualche giorno fa è uscito nella sezione Libri de Il Post un piccolo ma interessante articolo (clic) nel quale si mette in luce la particolare presenza crescente, sugli scaffali delle librerie, di guide, atlanti illustrati e, in generale, di pubblicazioni che tornano a narrare i luoghi del mondo anche attraverso le raffigurazione geo-cartografiche, proprio quando in altri ambiti – quello scolastico nostrano, ad esempio – la geografia è stata sciaguratamente eliminata, provocando un danno antropologico e culturale immane.

Dice, l’articolo:

“Forse è una reazione alla diffusione di Google Maps e Google Street, che rendono esplorabile ogni anfratto della Terra. La riproducibilità fotografica satellitare del mondo ha trasformato la cartografia in una scienza esatta, basata sulla visibilità assoluta […] ma questa visibilità ha rosicchiato il regno dell’immaginabile geografico, fin quasi a estinguerlo. La risposta di molti libri è stata quella di inventarlo da capo, riavvicinando paradossalmente e giocosamente la cartografia ai suoi inizi, quando le mappe erano infestate di mostri terrestri e marini.”

Per me, che di recente ho tenuto numerosi interventi pubblici parlando di mappe geografiche come opere d’arte (ovvero di camminare come pratica artistica) nonché dell’importanza della conoscenza e della connessione tra l’uomo e il territorio geografico, leggere di questa piccola/grande rivalsa della geografia rispetto all’imperare dei non luoghi contemporaneo mi apre il cuore e lo spirito. Conoscere il territorio, identificarsi in esso e fare che esso ci identifichi, comprenderne le peculiarità geografiche, saperlo leggere come un testo ecostorico assoluto, saperlo pure rappresentare, se non con tratti grafici quanto meno con le parole, la sensibilità e l’immaginazione (generando così l’equivalente paesaggio), ritengo sia qualcosa di imprescindibile per l’uomo che voglia realmente dirsi essere umano. Perché noi uomini siamo tali anche in forza del nostro legame con il territorio che abitiamo e col quale interagiamo, per pochi attimi o per lungo tempo: indebolire o addirittura rompere questo legame non genera soltanto fenomeni di alienazione e dissonanza cognitiva ma, appunto, non ci permette più di definirci umani. Diventiamo forestieri nel nostro territorio, che è poi manifestazione geografica (e non solo) locale dell’intero pianeta Terra. Non comprendere ciò, ribadisco, equivale a non poterci realmente definire abitanti di esso.

P.S.: per saperne di più sull’illustrazione di Steinberg in testa al post, cliccate qui.

Per essere come Shakespeare, non bisogna leggere Shakespeare! (Giorgio Manganelli dixit)

Mettiamo ad ogni modo che lei sia Shakespeare o Tolstoj. Che cosa vorrei dirle? Che per scrivere l’Amleto, o anche molto meno, l’università di lettere non le darà nulla. La consiglierei di iscriversi a chimica, archeologia, geologia. Lei ha bisogno di metafore, di allitterazioni, di iperboli. Ha bisogno di perdere tempo e di commettere degli errori: molti errori. Le serve il cattivo gusto, ha bisogno di letture sciocche e inattendibili. Ha bisogno di refusi. In una parola: non pensi di imparare a scrivere frequentando chi frequenta la letteratura. Niente di peggio di fare letture giuste, di sapere quello che si sta facendo. Lei dice di essere Shakespeare? Può darsi; anzi, ci credo. Per questo le dico: si iscriva a Geologia. Vedrà quante metafore le verranno regalate. Non ricordo più che cosa siano gli oligoscisti: ma quella, caro mio, quella è letteratura.

(Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa, Adelphi, 1994, 2a ed.)

In effetti Manganelli ha ragione – e lo dico da grande sostenitore della lettura della grande letteratura quale pratica necessaria alla scrittura letteraria. Così come sovente le migliori idee, spunti, intuizioni, illuminazioni, giungono da cose che non c’entrano nulla con ciò che si deve pensare o fare, ugualmente, se non si vuole percorrere sentieri letterari già attraversati da altri bisogna uscire da essi, esplorare altri territori, osservare al di là degli ambiti soliti, cercare ciò che si vuole trovare dove si pensa o si crede che non si possa trovare. Magari è così, e non si troverà nulla; magari invece si troverà ciò che si cerca, e in tal caso la scoperta sarà ancora più significativa e illuminante. Siccome l’arte è (deve essere) sempre rivoluzione (Gauguin docet!), e siccome la scrittura letteraria è arte, quantunque troppo spesso non sembri e non venga considerata tale, quando si scrive bisogna sempre perseguire una rivoluzione. Piccola o grande che sia, ma sempre deve essere quello l’obiettivo. Una rivoluzione peraltro quanto mai necessaria, oltre che per il mondo intero anche per la scrittura stessa.