Che il turismo sciistico sia in lento e inesorabile declino in molte delle località alpine nelle quali ancora si pratica è un dato di fatto ormai conclamato. La crisi climatica in corso, i prezzi sempre più elevati e l’evoluzione delle abitudini vacanziere in montagna del pubblico, che si orientano su altre attività a basso impatto ambientale, meno dipendenti dalle variabili climatiche e ovviamente meno costose, hanno reso da tempo lo sci un “mercato maturo”, cioè che ha raggiunto la sua massima crescita e non evolve più salvo che per rare eccezioni. A tale proposito è interessante notare come questa stagnazione del mercato turistico sulle montagne italiane e europee si riverbera già nell’indotto industriale, ad esempio nella produzione di equipaggiamenti per lo sci, che in Europa (regione che per la pratica sciistica si riferisce in grandissima parte ai comprensori delle Alpi), è prevista per i prossimi cinque anni con crescita bassa o nulla:
[Immagine tratta da www.mordorintelligence.it; cliccateci sopra per saperne di più.]Altrettanto interessante è che questa situazione viene rilevata un po’ ovunque anche dai media d’informazione maggiore – potremmo dire “nazional-popolari” – all’estero esattamente come avviene in Italia, segno che il fenomeno in corso è ormai altrettanto diffuso ed è la manifestazione di un cambio paradigmatico nell’immaginario diffuso riguardo la vacanza invernale in montagna.
[Il “Financial Times” nel 2023.]Addirittura, come vedete, il quotidiano francese “Le Monde” si chiede nemmeno troppo provocatoriamente se sia ancora il caso di insegnare ai bambini a sciare, visto che lo sci rappresenta in molti casi un’attività non più compatibile con la transizione ecologica in corso e che per quando quei bambini saranno adulti, tra 15 o 20 anni, molte delle località nelle quali oggi si può ancora sciare non saranno più attive.
Insomma: la realtà di fatto dello sci, e il suo prossimo futuro, sono ormai chiari a tutti. Eccetto a quelli, e in Italia ce ne sono ancora parecchi sia nel pubblico che nel privato, che fanno finta che non stia accadendo nulla e ancora spingono il modello sciistico, proponendo opere sovente ad alto impatto ambientale finanziandole con centinaia di milioni di soldi pubblici. Ciò nonostante il versante alpino italiano, essendo rivolto a sud, sia quello più colpito dagli effetti della crisi climatica e più di quelli francesi, svizzeri o austriaci veda chiudere anno dopo anno sempre più comprensori, impianti e piste, costretti a gettare la spugna di fronte all’obiettiva insostenibilità della loro attività: ben 260, secondo il rapporto “Neve diversa 2024” di Legambiente, con un aumento dall’anno precedente di 11 unità, senza contare gli impianti aperti a singhiozzo oppure che sopravvivono solo con forti iniezioni di denaro pubblico.
È in un vicolo cieco, lo sci. Purtroppo lo è, perché la causa fondamentale è l’aggravarsi costante della crisi climatica che genererà conseguenze diffuse, non solo sulle montagne: qualcosa per cui c’è da preoccuparsi, ma verso cui c’è pure da adattarsi in maniera sensata e equilibrata, soprattutto riguardo i territori montani e il loro ambiente naturale, un patrimonio prezioso e insostituibile di e per tutti noi.
Se è vero, come dice il noto motteggio popolare, che non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere, chiunque perseveri con tale atteggiamento così dissennato prima o poi finisce inevitabilmente per sbattere contro un muro. E poi saranno dolori, per tutti.
(Articolo pubblicato in origine su “ValsassinaNews” il 26 febbraio 2025.)
[Veduta panoramica del Pian delle Betulle, sopra Casargo (Lecco) dall’attuale seggiovia.]Risposte (troppo) facili a problemi complessi.
È di questo che la montagna soffre da molto tempo, cioè fin da quando la si è marginalizzata, ritenendola poco importante per la politica, a vantaggio delle più ricche (e elettoralmente appetibili) aree urbanizzate e industriali del paese. Alle comunità di montagna si è tolto peso politico, diritto di interlocuzione, cultura e identità così da fare spazio ai modelli economici, culturali e imprenditoriali funzionali soprattutto a soggetti esterni alla realtà montana. Ai montanari, trattati alla stregua di bambini ingenui e un po’ tonti a cui si sono promessi giocattoli bellissimi in cambio dell’ubbidienza pressoché assoluta, non è rimasto che accettare quei modelli nella speranza di ricavarci qualcosa di buono – e non ci voleva tanto per ottenerla quell’ubbidienza, vista la situazione di povertà nella quale versava la gran parte della montagna italiana fino al dopoguerra. Così il turismo di massa si è facilmente imposto come modello economico imperante per i territori montani, in origine agevolato da condizioni climatiche favorevoli e dal boom economico che dagli anni Sessanta in poi ha concesso a molti italiani la possibilità di fare vacanze prima impossibili.
Ma stiamo parlando di un mondo che non esiste più, purtroppo. Nel pieno di una crisi climatica in costante peggioramento, che sta rendendo la neve al di sotto dei 2000 metri di quota sempre più aleatoria, di una situazione economica generale complicata, a sua volta legata a molte variabili geopolitiche un tempo assenti, e di un’evoluzione dei costumi che ha reso da anni il turismo sciistico un “mercato maturo” non più in grado di crescere se non nei più grandi e attrezzati comprensori a quote elevate, continuare a proporre in molte località il modello turistico dello sci su pista, promuovendo la realizzazione di nuovi impianti, piste e opere annesse – innanzi tutto gli impianti di innevamento artificiale – non vuol dire altro che reiterare quella pessima pratica del fornire risposte facili a problematiche complesse come quelle che la realtà montana contemporanea presenta. Una pratica di nuovo funzionale a fini e interessi che poco hanno a che fare con tale realtà, biecamente alimentata da meccanismi politici fatti apposta per trasformarla in propaganda e consenso elettorale con lo sguardo fisso alle prossime votazioni, mai al di là.
[Le piste del Pian delle Betulle nel pieno di uno degli ultimi “inverni”, il 15 gennaio 2022.]Meccanismi che ormai tutti conosciamo (a parte chi fa finta di no): a livello regionale si mettono a disposizione dei soldi pubblici per scopi di “rilancio economico, sociale e territoriale” delle zone montane; lo stanziamento di questi soldi abbisogna di proposte e progetti rapidi, altrimenti c’è il rischio di perderli; le zone montane avrebbero la necessità di vedere elaborati piani strategici territoriali generali e integrati, sviluppati sul medio-lungo termine, che tengano conto di tutte le specificità presenti nei territori e delle loro necessità concrete, così da predisporne uno sviluppo organico e equilibrato a favore dell’intera comunità residente nonché di qualsiasi altro soggetto interagente nel territorio (inclusi i turisti), ma per elaborare piani del genere ci vuole tempo, volontà, impegno, visione, responsabilità… No, troppo difficile, troppo lungo! Dunque? Risposta molto più facile e immediata: spendiamo quei soldi in impianti sciistici e/o turistici! Basta sostenere che così si “sviluppa” l’economia locale, si “rilancia” il territorio, si sostiene la comunità locale, ovviamente si aggiunge che il tutto è “sostenibile” e il gioco è fatto. Un bel copia-incolla di un modello obsoleto, già da tempo fallito in molti luoghi, appiccicato alla zona in questione come se ogni territorio montano fosse uguale agli altri e ugualmente sviluppabile, col “vantaggio” che tutto questo è facile e semplice da proporre nonché funzionale a spendere i soldi disponibili così far credere che si stia veramente operando a favore del territorio.
Un “buon” esempio al riguardo? Il progetto “Winter & Summer Alta Valsassina”, nel comune di Casargo (Lecco) per il quale si vorrebbero spendere (in base a un accordo di programma recentemente definito in ambito regionale) più di 4.220.000 Euro, la gran parte pubblici, per realizzare delle infrastrutture sciistiche a quote inferiori ai 1800 metri, dove ormai la neve appare sporadicamente e il clima non ne consente la permanenza a lungo al suolo (e dove da più di vent’anni i vecchi impianti sono stati chiusi, chissà come mai!), invece di impiegarli nell’elaborazione di un progetto territoriale organico e integrato, come prima accennato, che possa realmente sviluppare il territorio in questione sul lungo periodo e con vantaggi diffusi a tutta la comunità, nel quale certamente ci può essere il turismo ma non in forme scriteriate come quelle proposte, semmai studiato per sfruttare al meglio le peculiarità, le reali potenzialità e le unicità della zona e organicamente correlato alle altre economie presenti così da creare un volano forte che sostenga il territorio e la comunità residente nella loro interezza, a tutto vantaggio pure della qualità della frequentazione turistica.
Invece no. Troppo difficile una cosa del genere, troppo elaborata. Purtroppo la politica oggi “ragiona” per slogan, per cose semplici e immediate, ha lo sguardo che non va oltre la prossima tornata elettorale, evita di affrontare i problemi reali (non a caso si dice spesso che sia lontana dalla realtà) e fornisce risposte facili a domande prive di senso che in fondo si pone da sola, anche per evitare quelle più sensate e complesse. Il buon senso viene del tutto ignorato (quello che ad esempio sconsiglierebbe chiunque dal realizzare impianti sciistici dove sciare è già ora e sarà sempre più improbabile, per di più spendendo soldi pubblici); alla comunità locale non resta altro che fare su e giù con la testa e dire di sì, senza alcuna forma reale di interlocuzione, di dialogo e confronto, di partecipazione democratica ai processi decisionali politici. Come bambini sprovveduti che non saprebbero dire cose intelligenti o decidere da soli cosa fare, appunto.
[Il parcheggio in fondo alla ex pista da sci dell’Alpe di Paglio.]Ma, a proposito di buon senso e di risposte altrettanto buone e valide da dare a domande importanti: gli abitanti dell’alta Valsassina sono veramente sicuri che spendere più di 4 milioni di Euro per un progetto come quello presentato sia proprio il modo migliore per il territorio di impiegare tutti quei soldi? Sono sicuri che così si valorizzerà veramente il loro territorio? Che si rilancerà la sua economia e la vitalità sociale? Che le specificità e le unicità delle loro montagne verranno valorizzate come meritano? Secondo loro, è di seggiovie, impianti di innevamento artificiale e altre attrazioni turistiche ciò di cui il territorio locale ha innanzi tutto bisogno? O ci sarebbero altre priorità, altri bisogni, altre necessità da soddisfare perché più correlate alla quotidianità della comunità residente per le quali spendere al meglio quella grossa cifra di denaro in gran parte pubblico?
Inoltre: se i report climatici che prevedono nevicate in diminuzione e temperature in aumento nei prossimi anni dovessero aver ragione come finora l’hanno avuta e gli investimenti di “Winter & Summer Alta Valsassina” dovessero risultare insostenibili non solo ambientalmente ma soprattutto economicamente, oppure perché i prezzi di mercato imporranno spese di gestione più alte di quanto prevedibile, chi ripagherà i debiti conseguenti? Ancora il pubblico, dunque comunque i residenti della zona insieme a tutti gli altri contribuenti? Perché, come vengono presentati progetti dettagliati (apparentemente) su tali opere turistiche, non vengono mai presentati piani di gestione economica altrettanto dettagliati sul medio-lungo termine per le stesse?
[Una vecchia cartolina che mostra i condomini ormai vuoti che “adornano” l’Alta Valsassina tra Margno e Casargo, e che con il progetto in questione si vorrebbero riempire nuovamente di villeggianti investendo sullo sci come si fosse negli anni Settanta del Novecento.]Infine: veramente gli abitanti dell’alta Valsassina pensano e credono che le loro montagne diventeranno più belle, attrattive e vitali grazie alle opere previste e ai soldi spesi per esse? E che saranno un buon posto da vivere per i loro figli e i loro nipoti, che ci saranno buone prospettive per essi nel futuro prossimo?
Ovviamente, ognuno è libero di rispondere come meglio crede ma a una condizione ineludibile: che qualsiasi risposta sia responsabile, assennata, basata su motivazioni valide e sul buon senso. Al diritto di pensare liberamente e formulare un proprio giudizio – su questa e su ogni altra questione – deve corrispondere il dovere civico e di responsabilità verso il proprio territorio e la comunità della quale si è parte. Anche per questo vivere in montagna rappresenta un privilegio del quale gli abitanti delle città non possono godere. Un privilegio che bisogna manifestare e preservare, non sprecare e gettare al vento troppo facilmente, troppo superficialmente.
Martedì prossimo 4 marzo, a Bergamo, si tornerà a discutere intorno al contestato progetto di collegamento sciistico tra i comprensori di Colere (Val di Scalve) e Lizzola (Valle Seriana) e delle conseguenze che si potrebbero generare dalla sua realizzazione in un territorio che presenta varie criticità, in parte tipiche della montagna italiana e per altri versi specifiche di tale porzione delle Prealpi orobiche, peraltro ricca di grande bellezza naturale e innumerevoli potenzialità turistiche e non solo. Un progetto che, per quanto propone e per il peso finanziario che prevede, in gran parte supportato da soldi pubblici, è rapidamente assurto agli onori delle cronache nazionali come caso emblematico intorno alla questione dell’industria sciistica e del suo modello turistico monoculturale nella complessa realtà attuale delle nostre montagne.
Il tutto mentre la petizione aperta dal Collettivo “TerreAlt(r)e” su Change.org ha superato le 26mila firme e veleggia rapidamente verso le 30mila, segno inequivocabile di un sentimento diffuso contrario al progetto e alla proposta politica che vi sta alla base, evidentemente ritenuta sconveniente al territorio in questione e alla comunità che vi risiede, in aggiunta ai numerosi rilievi tecnico-scientifici che da tempo rimarcano le problematicità del progetto proposto.
Trovate le info sulla serata nella locandina lì sopra (se ci cliccate sopra la potete scaricare in pdf) e, ovviamente, l’invito a parteciparvi è caloroso, non fosse altro perché si avrà l’occasione di dibattere su uno degli angoli più belli e preziosi delle Alpi lombarde e sulle sue future, emblematiche sorti.
P.S.:qui trovate tutti gli articoli che negli ultimi mesi ho dedicato alla questione Colere-Lizzola.
A proposito dell’assurdo e sconcertante progetto di nuovi impianti sciistici sul Monte San Primo, del quale un paio di giorni fa scrivevo qui con inevitabile sarcasmo, ne ho parlato in una bella e eloquente chiacchierata pubblicata su “L’AltraMontagna” mercoledì 19 febbraio con Roberto Fumagalli, portavoce del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” il quale rappresenta non solo decine di associazioni unite nella contrarietà al progetto ma pure una vastissima massa critica che a livello nazionale e internazionale ha manifestato la propria opposizione allo scriteriato assalto ad un monte tanto bello e fragile come il San Primo quanto ricco di grandi potenzialità per il turismo dolce.
Eccovi qui sotto un passaggio dell’intervista:
La recente delibera (datata 9 gennaio 2025) della Comunità Montana del Triangolo Lariano, uno degli enti pubblici ai quali fa capo il progetto di rilancio dell’ex comprensorio sciistico del San Primo, ne modifica parzialmente le versioni precedenti; nonostante ciò il vostro coordinamento conferma la forte contrarietà all’impostazione e ai contenuti del progetto. Come è stato modificato il progetto e perché permane la vostra opposizione?
La ‘revisione’ del progetto consiste, in pratica, solo nell’aver introdotto piccole modifiche e una rimodulazione delle spese: di fatto solo un’operazione di maquillage.
Il focus del progetto continua, purtroppo, a essere incentrato sullo sci e sull’innevamento artificiale. Circa la metà degli oltre 5 milioni di euro stanziati, verrebbero utilizzati per la sistemazione di 3 piste, per 3 tapis roulant, per i cannoni sparaneve, per il laghetto artificiale indispensabile per la neve programmata. Un progetto, quello per la parte sciistica e di innevamento artificiale (inclusi tapis roulant e altre opere connesse) che non tiene conto del cambiamento climatico, che già da decenni sta determinando – a livello globale e locale – un aumento delle temperature anche invernali e una sempre minore nevosità.
Oltre a questo, sono previsti altri interventi impattanti, come i nuovi parcheggi (300 mila euro per creare 160 nuovi posti auto): solo per la realizzazione di un nuovo mega parcheggio da 100 posti, verrà deturpata una vasta area boschiva, con conseguente taglio di alberi e un consistente riporto di terra artificiale per livellare le forti pendenze. Il nuovo parcheggio coprirà un’area di oltre 2 mila metri quadri. Sono poi previsti altri parcheggi per ulteriori 60 posti, che altrettanto comporteranno sbancamenti e taglio di alberi di pregio.
In tal senso la posizione inspiegabilmente ostinata del Comune di Bellagio nel voler realizzare gli impianti, spalleggiata dalla Comunità Montana del Triangolo Lariano e da Regione Lombardia, risulta ancora più assurda. Bellagio, nel cui territorio comunale si trova il Monte San Primo, è già una delle località italiane più note al mondo, ormai sottoposta a flussi turistici fin troppo ingenti (tant’è che pure qui si comincia a parlare di overtourism); posto ciò cosa fa il Comune? Intende realizzare un luna-park sciistico (a 1100 metri di quota, dove la neve ormai non si vede più) dal costo di oltre due milioni di Euro di soldi pubblici per portare lo stesso modello turistico massificato e impattante anche sul San Primo, invece di progettarvi una frequentazione di matrice naturalistica ben più sostenibile e consapevole che proprio nel confronto con quella massificata del lago troverebbe buona parte del proprio senso e delle più vantaggiose potenzialità.
Una sorta di “delirio di onnipotenza turistica” che rischia di rovinare irrimediabilmente non solo il territorio e il paesaggio del Monte San Primo (per giunta sprecando una grossa somma di denaro pubblico) ma pure l’immagine internazionale di Bellagio, «il posto che pur di attrarre turisti distrugge le sue montagne».
Come fanno a non capire una cosa così evidente? Come si può essere così indifferenti rispetto alla realtà del luogo, alle sue autentiche specificità, alla sua peculiare bellezza? E come si possono sprecare così malamente così tanti soldi pubblici che potrebbero servire a finanziare mille altre cose ben più consone e utili?
Potete leggere l’intervista completa su “L’AltraMontagna” cliccando sull’immagine in testa al post.
[Veduta di Vilminore di Scalve, con la Presolana sullo sfondo.]Leggo sulla stampa (qui, ad esempio) che Regione Lombardia ha stanziato per l’anno 2025 alle Comunità Montane della regione 11 milioni di Euro, per «aiutare i territori montani, costituiti da piccoli comuni situati spesso in zone svantaggiate, e nel garantire servizi ai cittadini che li abitano. Grazie alle risorse messe a disposizione proseguiamo l’importante lavoro di valorizzazione delle Comunità montane.»
L’articolo riporta che in Lombardia le Comunità montane sono 23, con una popolazione complessiva di oltre 1,2 milioni di abitanti ripartita in 510 Comuni: in pratica fanno poco più di 9 Euro per abitante.
La stessa Regione Lombardia, nel frattempo, potrebbe spendere almeno 30 milioni di Euro per sostenere il progetto di collegamento sciistico tra Colere e Lizzola, avversato da più parti per evidenti ragioni di insostenibilità economica e ambientale nonché per l’obsolescenza di un progetto del genere in un territorio montano nel quale, per le sue specificità, è tanto inevitabile quanto vantaggiosa la transizione a modelli turistici più consoni alla realtà presente e del territorio stesso, dunque ben più funzionali al sostegno generale e durevole delle comunità residenti.
30 milioni di Euro se non di più per un solo comprensorio sciistico, e a diretto vantaggio di una sola società privata, e 11 milioni di Euro per tutte le Comunità Montane lombarde. Senza contare i tanti altri progetti (sciistici, ma non solo) di simile natura e altrettanta incongruenza che vengono o potrebbero essere finanziati da soldi pubblici regionali.
Trovate che vi sia una logica, in tutto ciò?
Magari voi sì. Io no.
Non credo che per «aiutare i territori montani, costituiti da piccoli comuni situati spesso in zone svantaggiate, e nel garantire servizi ai cittadini che li abitano» si debba politicamente e amministrativamente agire in questo modo. Infatti i servizi di base nei territori montani continuano a sparire mentre i tralicci dei nuovi impianti di risalita o i tubi dei sistemi di innevamento artificiale continuano a comparire, spesso su versanti e a quote dove le condizioni per sciare non ci sono già più ora, figuriamoci nei prossimi anni.
Credo invece che per «aiutare i territori montani, costituiti da piccoli comuni situati spesso in zone svantaggiate, e nel garantire servizi ai cittadini che li abitano» la maggior parte dei finanziamenti pubblici dovrebbero essere destinati a progetti di sviluppo territoriale generale strutturati sul medio lungo termine che mettano in rete tutte le componenti sociali della comunità e sostengano tutte le economie locali, tra le quali certamente anche quella turistica (elemento importante e necessario ma in tali circostanze non più egemonico), con preminenza data a quelle le cui ricadute positive concrete vadano a vantaggio della più ampia parte di comunità residente, oltre che al sostegno dei servizi di base e ecosistemici necessari alla quotidianità degli abitanti e alle loro prospettive future di vita in loco.
[Una veduta della media Valtellina, dominata dalla mole del Monte Disgrazia. Foto di marco forno su Unsplash.]Sono progetti di certo non semplici da elaborare che abbisognano di volontà politica, visione strategica, competenze tecnico-amministrative e culturali, ma quanto mai indispensabili alle nostre montagne così soggette a variabili e criticità complesse che non possono essere risolte con quelle ingenti elargizioni prive di logica e visione a realtà pressoché insostenibili, lasciando quanto avanza alle cose veramente importanti per le comunità residenti.
Anche perché, in territori tanto pregiati quanto fragili e delicati come quelli montani, gli errori di gestione nella politica locale si possono pagare cari e li paga la comunità residente. Sarebbe bene non dimenticarlo.