[Foto di iris Vallejo da Pixabay.]Sapete quant’è alto il Monte Bianco, l’Etna o l’Everest? Oppure quant’è lunga la catena delle Ande e profonda la Fossa delle Marianne?
Be’, se non lo sapete è facile scoprirlo, bastano pochi secondi di ricerca sul web.
Sapete invece qual è la montagna propriamente detta più alta della Terra? (No, non è l’Everest!)
E che l’altezza di una montagna cambia in base al punto dal quale la si misura? (Magia? No, no…)
E che buona parte delle montagne della Terra è “invisibile”? (Neanche qui si tratta di magia!)
Sapete cosa è un guyot? (Non è un animale e nemmeno un piatto esotico…)
E un pericote? (Non c’entra nulla con il peyote!)
E qual è il paese europeo con più montagne? (La Svizzera? No!)
E lo sapevate che ci sono animali capaci di vivere stabilmente a 6000 metri di quota? (Ovviamente a parte lo Yeti!)
Le montagne sono un mondo speciale nel mondo globale che tutti quanti abitiamo, ricco di cose meravigliose da vedere e conoscere e di tante altre cose che non si vedono e si conoscono poco o per nulla pur essendo assolutamente importanti. La loro scoperta e conoscenza non è un mero esercizio nozionistico ma un modo affascinante e spesso sorprendente per capire meglio il grande mondo delle montagne e comprendere quanto esso sia fondamentale per l’intero pianeta e per chiunque lo viva.
Se volete vivere questa straordinaria ed emozionante esplorazione, Montagne è il libro che fa per voi. Abbiate sette anni oppure centosettantasette, la sua lettura vi catturerà e vi arricchirà: non soltanto di conoscenza ma anche, forse soprattutto, di considerazione nei riguardi della nostra Terra. E vi farà venire una gran voglia di salirci, sulle montagne!
Per saperne di più su Montagne potete anche cliccare sulle immagini che vedete in questo articolo, oppure leggere questa presentazione “speciale” dal blog di Topipittori.
P.S. – Pre Scriptum: l’articolo che potete leggere di seguito è stato pubblicato in origine nel blog di Topipittori ed è una presentazione a modo mio di Montagne, il volume edito qualche giorno fa dalla casa editrice milanese specializzata in libri illustrati per bambini e ragazzi (clic), con le illustrazioni di Regina Gimenez del quale mi sono occupato della revisione scientifica e ho curato l’edizione italiana. Il libro è bellissimo di suo, lo intuirete già dalle immagini qui presenti (e dal fatto che sia edito da Topipittori, una garanzia assoluta al riguardo) ma spero che anche quanto leggerete nella mia presentazione possa servire a convincervi del suo grande valore, che siate piccoli lettori oppure grandi. Buona lettura!
La poesia geografica delle montagne
Qualche tempo fa ebbi l’occasione di conversare cordialmente con un abitante della Valchiavenna, ormai diversamente giovane per così dire, che mi raccontò della sua prima adolescenza – si parla degli anni appena precedenti la Seconda Guerra Mondiale – sui monti del versante della valle ai cui piedi era poi rimasto a vivere. Una zona nota per essere particolarmente labirintica con il suo accrocco di valloni, vallette, convalli, canali e canaloni, e nonostante ciò in passato antropizzata ovunque possibile per ragioni di sussistenza dai montanari locali, mentre oggi risulta ormai totalmente abbandonata. Da adolescente, invece, per quell’uomo il suddetto labirinto montano rappresentava il parco giochi dietro casa nel quale vagabondare con gli amici una volta espletati gli impegni scolastici e domestici. I genitori lasciavano loro una relativa libertà, a due condizioni: la prima, tornare a casa all’ora stabilita senza far passare un minuto di più; la seconda, rispettare l’obbligo di descrivere per filo e per segno dove si era stati, fino a che punto ci si era spinti su per la montagna e attraverso quali sentieri. Questo obbligo non rappresentava solo una forma di controllo da parte dei genitori sugli spostamenti dei figli ma, soprattutto, era il modo con il quale quei ragazzini dovevano acquisire la competenza più approfondita possibile del territorio nel quale vivevano: ciò avrebbero garantito in primis la possibilità di non perdersi e tornare sempre a casa, e parimenti tutte quelle nozioni legate alle funzionalità pratiche del territorio utili, quando sarebbero diventati grandi, per ricavarne beni e funzionalità sussistenziali ai quei tempi ancora insostituibili per la vita quotidiana. Proprio per tale motivo conversai con l’uomo, che in forza di quelle sue esperienze adolescenziali era uno dei massimi conoscitori della geografia montana della zona.
Anni dopo sto vagando sulle montagne sopra casa e ad un tratto, scendendo sul sentiero che io sto risalendo, mi viene incontro un ragazzotto sui diciotto o vent’anni, in divisa tecnica da runner. «Scusi, dove porta questo sentiero?» mi chiede. Glielo spiego, resta dubbioso, aggiungo dettagli e poi, incuriosito, chiedo: «Ma, perdonami, tu da dove sei partito?» Il ragazzo così mi rivela di provenire dal paese in cui abita, poco oltre il crinale montuoso sul quale ci troviamo. Viveva a una manciata di chilometri, anzi, a qualche centinaia di metri dal colmo delle montagne che determinavano l’orizzonte più prossimo di casa sua e non sapeva cosa ci fosse oltre.
Quando Topipittori mi ha chiesto di curare la revisione scientifica e, di conseguenza, l’edizione italiana di Montagne, di Regina Giménez, la cui edizione originale catalana è pubblicata a Barcellona da Zahorí Books, al netto del grande onore per questa proposta e del piacere di potermi occupare di montagne in un modo diverso dal solito tanto quanto fondamentale, nella mia mente è nuovamente riemerso il ricordo di quei due fatti che vi ho appena descritto. Scrivo «nuovamente» perché sono testimonianze alle quali ripenso spesso ritenendole assolutamente emblematiche per l’attività di studio dei territori e dei paesaggi montani che pratico da molti anni. Posto che sia pressoché superfluo rimarcare quanto le montagne siano uno degli elementi che formano la geografia della nostra Terra tra i più affascinanti e apprezzati, e come l’idea comunemente diffusa di “paesaggio” sia in grande parte elaborata proprio attraverso la visione e la percezione dei territori montani, è interessante notare che gli immaginari che al riguardo ne derivano siano basati quasi del tutto sugli aspetti estetici del paesaggio alpestre. È comprensibile, visto che il concetto stesso di paesaggio nasce dai dipinti degli artisti fiamminghi del Quattrocento i quali per primi lo resero protagonista delle proprie opere e non più mero e lontano sfondo di variegati ritratti umani, e si rafforza con la visione romantica dei viaggiatori del Grand Tour che, da fine Settecento in poi, eleggono le montagne più di altri territori a espressione massima del “”bello” e del “sublime” (Kant docet, ovviamente). Gli aspetti geografici sono invece quasi sempre rimasti relegati all’aulico ambito scientifico oppure trasformati in un corpus di nozioni sintetiche noiosamente insegnate e imparate per decenni a scuola, spesso senza che vi fosse una autentica trasmissione di cultura geografica al riguardo. Una cultura che tuttavia è la base ineludibile per costruirci sopra ogni altra elaborazione intellettuale del paesaggio, il cui complesso determina lo spessore e la qualità della nostra relazione con il mondo che abitiamo. Ancor più se questo mondo è per innumerevoli aspetti speciale come quello delle montagne: evidenza alla quale, dalle nostre italiche parti, viene inevitabile contrapporre la recente eliminazione della materia geografica dai programmi didattici delle scuole, tanto scellerata (opinione personale ma del tutto rivendicata) quanto di contro esplicativa della considerazione ad essa riservata da chi gestisce l’istruzione scolastica.
Montagne è un volume che, con apparente semplicità ma al contempo con straordinaria intelligenza, riporta al centro di tutto la base culturale suddetta cioè la geografia delle montagne del mondo nella sua forma precipua e, per questo, fondamentale. Lo fa attraverso una narrazione grafica che, a sua volta e a modo proprio, ritorna all’origine artistica dell’idea di “paesaggio” ovviamente declinata in chiave contemporanea e ispirata, per come dichiara la stessa Regina Giménez nell’ultima pagina del volume, agli insegnamenti in tal senso del geniale Bruno Munari: giocare con l’arte per apprendere in modo creativo. Ma se il metodo di Munari, ripreso da Regina Giménez, ha come soggetti principali i bambini, il gioco in senso generale – e, passatemi il parolone, filosofico – è una pratica che non ha età, anzi, che proprio negli adulti può assumere caratteristiche che vanno oltre il mero aspetto ludico-ricreativo per diventare strumento potente come non mai atto ad alimentare la necessaria relazione culturale con il mondo nel quale viviamo – «Giocare è una cosa seria» sosteneva appunto Munari.
Forse, mi viene da pensare, la scarsa considerazione che oggi riserviamo alla geografia è provocata tra le altre cose proprio dal non saper più coltivare la pratica del gioco da parte degli adulti. Perché l’esplorazione del paesaggio è per molti versi un gioco: divertente, affascinante, intrigante sorprendente, emozionante. Scoprire cosa c’è oltre un passo montano quando finalmente si giunge sullo spartiacque, osservare il mondo come solo la vetta di una montagna può offrire (senza dover prendere un aereo), sbalordirsi di fronte a una spettacolare eruzione vulcanica o fantasticare su cosa ci sia nei più profondi abissi marini – che sono il fondo di vallate montane sommerse, tenetelo ben conto: le montagne sulla Terra sono anche dove raramente si pensa che ci siano, anzi, la gran parte di esse è invisibile proprio perché sottomarina. Ecco, sono tutti pratiche di un “gioco” quanto mai fondamentale, lo ribadisco, per poi acquisire seriamente conoscenza e cultura riguardo il nostro mondo, proprio come sosteneva Munari.
Sia chiaro: Montagne di Regina Giménez è un libro dedicato a un pubblico giovane, più o meno dell’età di quel tizio della Valchiavenna che da ragazzino vagava per le proprie montagne, “leggendone” il libro del loro paesaggio e acquisendone la relativa conoscenza. I bambini di oggi temo siano meno abituati a quelle formative esperienze in ambiente, per fortuna o purtroppo: ma trovo quanto mai straordinario che Montagne, con i suoi testi, le nozioni che presenta, con le illustrazioni, i colori e soprattutto con il modo nel quale questi elementi si legano e dialogano vicendevolmente, sappia a suo modo proporre un’esperienza cognitiva per certi versi assimilabile. Un piccolo/grande prodigio, a ben vedere, quanto mai prezioso. Noi adulti, sovente troppo analitici quando non immaginificamente sterili, i testi e le illustrazioni di Montagne le chiameremmo “infografiche”: ci può stare, ma allora possiamo dire che questo è un libro di infografica geopoetica. Perché la geografia è anche poesia – che è un’arte, come l’illustrazione – e persino dei dati numerici apparentemente “freddi”, se riferiti ai monti e ai loro sorprendenti paesaggi, diventano a modo loro poetici. Come dovremmo esserlo tutti noi, bambini e adulti, quando ci troviamo sulle montagne.
Cosa sono le montagne? Come si formano? Perché hanno diverse forme e colori? Cosa sono le placche tettoniche? E, ancora, qual è la montagna più alta del mondo? Come si misurano le altitudini? A queste e altre domande lettori grandi e piccoli troveranno risposta in un libro-atlante ricco di contenuti e curiosità sull’ambiente e i fenomeni naturali della Terra. Grazie alle illustrazioni e alle chiarissime infografiche fatte di linee, forme e colori, questo libro ci porta a scoprire e a comprendere il mondo che abitiamo, a scoprire come si formano le montagne, studiare i fenomeni naturali memorizzando facilmente le informazioni e, ultimo ma non ultimo (anzi!), avere cura della nostra Terra.
È finalmente disponibile in libreria Montagne, edito da Topipittori – una delle più rinomate case editrici italiane di libri illustrati per bambini e ragazzi – con le fenomenali illustrazioni di Regina Gimenez e il testo del quale ho curato la revisione scientifica e l’edizione italiana.
Pubblicata in edizione originale da Zahorì Books a Barcellona, in lingua catalana, è un’opera bellissima e non lo dico affatto perché ci abbia lavorato sopra ma perché lo èveramente, e perché la sua bellezza grafica e artistica è al servizio della conoscenza delle montagne del nostro pianeta, che è qualcosa di sempre affascinante e emozionante. In perfetto stile Topipittori, è un libro per i lettori più giovanima che piacerà moltissimo anche ai grandi, nel quale l’intreccio tra testo e illustrazione è quanto mai importante, come detto, per come rimanda agli insegnamenti in tal senso del geniale Bruno Munari: giocare con l’arte per apprendere in modo creativo. Una pratica che a ben vedere non ha età: anzi, che proprio negli adulti può assumere caratteristiche che vanno oltre il mero aspetto ludico-ricreativo per diventare strumento potente come non mai atto ad alimentare la necessaria relazione culturale con il mondo nel quale viviamo. «Giocare è una cosa seria» sosteneva appunto Munari, esattamente come lo è frequentare le montagne, un’attività ludico-ricreativa ma che per essere veramente tale ha bisogno della conoscenza “seria”, cioè articolata e consapevole, di cosa le montagne sono.
Per ingrandire le immagini soprastanti, cliccateci sopra.
Infine, nel blog di Topipittori ho presentato a modo mio il libro in un articolo intitolato La poesia geografica delle montagne, nel quale trovate altre immagini di anteprima del libro: cliccate qui.
Mi auguro che Montagne vi piaccia, vi diverta, vi affascini, vi emozioni – ma sono pressoché certo che lo farà, che siate lettori giovanissimi oppure più grandi. Per saperne di più e conoscere come e dove acquistarlo potete visitare il sito web di Topipittori, qui.
Dunque, buone e giocose letture montane!
Montagne
di Regina Giménez
Topipittori, Milano, 2024
Isbn 9788833701370
Collana “Pino”
Età: da 7 fino a 125 anni
Pagine 92
Prezzo €25,00
Come forse chi segue con regolarità questo blog sa, nutro un particolare disdegno per molti dei servizi meteorologici che inondano il web e i media nazionalpopolari delle loro previsioni e lo rimarco da anni: innanzi tutto perché l’affidabilità dei bollettini che diffondo è – ribadisco – pari a quella delle «creme scioglipancia» che Wanna Marchi vendeva in TV qualche anno fa (e che le hanno regalato qualche anno di reclusione per truffe varie e assortite), e in secondo luogo perché tali meteorologi del cavolo finiscono per screditare quella che è una scienza tanto rigorosa quanto affascinante, la meteorologia, nonché fondamentale per la nostra vita su questo pianeta, la quale meriterebbe ben altra attenzione e cura.
Fatto sta che questa mattina mi cade l’occhio su uno di quei bollettini meteoastrologici (per come paiono oroscopi più che altro) e noto la temperatura in esso prevista per Bolzano domenica: 36°. Caspita, dico, come nel bel mezzo dell’estate più canicolare nonostante siamo a settembre inoltrato! Poi mi sorge la curiosità: vediamo cosa prevedono al riguardo altri diffusi servizi meteorologici, presi tra i primi che i motori di ricerca segnalano sul web… ecco che ne ho ricavato:
Come vedete, ben sette gradi di differenza tra la previsione più bassa e quella più alta nella stessa località, dunque a parità di condizioni prevedibili e di variabili considerabili. Una diversità impossibile: si può pensare di considerare due o tre gradi di scarto, forse quattro, sette no. C’è qualcuno che usa software previsionali o strumentazioni trovate come regalo nelle merendine, evidentemente, oppure che non le sa utilizzare come dovrebbe, spacciandosi “meteorologo” in pubblico senza alcun buon motivo, ecco.
Capite ora perché manifesto così tanta disistima verso questi meteorologi nazionalpopolari e perché consiglio tutti di disinteressarsi delle loro previsioni farlocche e piuttosto di abituarsi a cogliere e vivere tutta la bellezza e il fascino dell’ambiente naturale (soprattutto, ma non solo) in ogni condizione meteorologica? Ovviamente ciò al netto dei fenomeni più estremi, i quali comunque dovremmo essere in grado di riconoscere e affrontare (o fuggire), visto che saranno sempre più frequenti: non occorre chissà quale conoscenza scientifica, basta qualche nozione elementare e un sano buon senso.
«Ma si chiamano “previsioni” non a caso!» forse obietterà qualcuno. Certo, è vero tanto quanto è ovvio e scientificamente ammissibile, ma ciò non ne giustifica l’inattendibilità, la pessima accuratezza e tanto meno il diritto di pontificare sui media e far dipendere da ciò le fortune o le sfortune economiche, turistiche, commerciali o anche solo ludico-ricreative di tanti che, ingenuamente, fanno affidamento alle previsioni come a dei testi sacri. Non a caso sempre più di frequente su quei media appaiono pure le proteste di albergatori, operatori turistici e variamente economici danneggiati dagli errori previsionali dei bollettini diffusi.
Ai meteorologi, invece, consiglio di formulare i loro roboanti bollettini tirando a indovinare le previsioni del tempo: così facendo, la percentuale di correttezza ottenuta sarà ben più alta di quella attuale – e pure la stima nei loro confronti forse potrà crescere. Già.
P.S.: ovviamente la mia attenzione si è puntata su Bolzano per puro caso, il discorso è valido per qualsiasi altro luogo.
Ultima sera di giugno, estate ormai acquisita, ma sembra fine settembre se non oltre.
Piove, l’aria è fresca. Nuvole grigie nascondono le vette delle montagne qui intorno mentre più in basso si sfilacciano in drappi nebbiosi che s’impigliano alle cime degli alberi, ombrando il paesaggio che altrimenti sarebbe inondato di luce e di calore.
Non ho sbagliato nell’indossare il gilet sopra la tshirt, la temperatura lo richiede, mentre Loki se la gode per questo frammento d’autunno inopinatamente caduto dal cielo nel mezzo dell’impeto estivo fino a qualche ora fa imperante – e che tornerà a breve a tiranneggiare, inesorabilmente.
In effetti è bello vivere questi cortocircuiti inaspettati, e non solo per il sollievo climatico che regalano. Ribaltano per qualche momento l’ordinarietà, generano l’inaspettato nel prevedibile, rimarcano – o illudono – che non tutto e non sempre va preso per scontato, anche quando verrebbe difficile non farlo. Bisognerebbe cortocircuitare spesso la visione del mondo nel quale viviamo: ribaltarne il punto di vista, metterlo sottosopra per capire se sta comunque in piedi oppure no, osservare una cosa che pare bianca e poi andare dalla parte opposta per osservarla da là e constatare se invece non appare nera.
Invece spesso questi cortocircuiti li viviamo con fastidio, qualcosa che non doveva accadere e che mette in discussione la “norma” sulla quale costruiamo le nostre certezze, a volte fin troppo comodamente. Sono irregolarità, certo, ma che in fondo definiscono ancora meglio la regola. Oppure che ne rivelano l’infondatezza. In ogni caso qualcosa di positivo e utile, per capire meglio il mondo e capirci meglio in esso.
Fa bene Loki a godere di questi momenti, devo seguire il suo “consiglio”. Già domani, forse, il caldo asfissiante tornerà a bollire ogni cosa e la luminosità lividamente abbacinante del paesaggio ci farà rimpiangere le ombre fresche e madide di quel sottosopra inatteso e speciale in un’ordinaria giornata estiva.